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– Tassina’! Fra quattro mesi faccio l’anni. Che dici je la famo a arriva’ a Ostia pe’ quer giorno? Ho appena superato piazza 25 Marzo 1957 e...

– Tassina’! Fra quattro mesi faccio l’anni. Che dici je la famo a arriva’ a Ostia pe’ quer giorno?

 

Ho appena superato piazza 25 Marzo 1957 e ripreso la Colombo, quando la signora seduta dietro si sporge avanti sul sedile e mi dice questa battuta, con voce piuttosto seccata, per farmi capire che devo accelerare. A casa, aggiunge, c’ha da mette su il pranzo per il marito che tra un po’ torna dal lavoro. C’ha ragione, la signora. Sto andando piano, tranquillo tranquillo sulla corsia di destra, con la lancetta del contachilometri fissa sui cinquanta. Ma non lo faccio apposta, per fregarla, per far girare più possibile il tassametro a vuoto. È solo che è una giornata così bella, la primavera è appena arrivata, c’è il sole, c’è un’aria che pizzica le narici che la trovi solo qui sulla Colombo mentre vai verso Ostia, un’aria che arriva dal mare. E allora… allora ho iniziato a rallentare che manco me ne sono accorto, come se a comandare non fosse più il cervello ma i sensi.

 

Ad Ostia non c’è il mare più bello del mondo, anzi. Inquinato, affollato peggio delle sardine in scatola, l’acqua bassa che per farti una nuotata devi camminare qualche chilometro al largo che quando sei arrivato alla fine più che una nuotata ti sei fatto una maratona. Però Ostia è il mare di Roma. Ostia è Roma. Non è il centro dove ce sta il Colosseo, i Fori e compagnia bella. Ma se dovessi pensare alla città senza questa parte che affaccia sul mare francamente non la riconoscerei.

 

Percorro la Colombo con gli alberi che scorrono ai lati, quelli della pineta di Castel Fusano, dove un tempo mezza città e dintorni, compresa la mia famiglia, dopo la mattinata passata al mare ci andava a fare i pic-nic. E dalle borse le mamme tiravano fuori ogni ben di dio che manco ai matrimoni mangiavi così tanto. Alla faccia dei pic-nic. La strada poi diventa dritta e il mare cominci a vederlo da lontano, e quando sei arrivato ti sembra di essere alla fine del mondo, che oltre non ci puoi andare. Ti chiedi chissà che ci sta laggiù, ma poi non ti importa più di tanto, perché mentre stai lì, sulla spiaggia di Ostia, alla fine senti che qualunque altro posto nel mondo non è meglio di dove già ti trovi.

 

Avevo sedici, diciassett’anni, quando ho cominciato a venirci per conto mio, senza genitori, con mio fratello e amici che erano fratelli pure loro. Motorini scassati che ogni volta era una scommessa arrivare alla fine, però non c’hanno mai lasciato per strada. A parte quando finiva la benzina, che mettevamo col contagocce, ma quella non era certo colpa loro.

 

– Scusi – rispondo alla signora.

 

Accelero. Guardo di lato fuori dal finestrino. Due ragazzi in motorino mi sorpassano. Quello dietro c’ha lo sguardo perso chissà dove. Io anche.

 

Mio fratello stava sempre dietro. Devo canta’, mi diceva ogni volta, non posso. E cantava davvero. Dal bar dove ci davamo appuntamento con gli amici, già pronti col costume, infradito, t-shirt e se capitava pure l’asciugamano sotto il culo, fino a destinazione. Che poi a me piaceva starlo a sentire. Il problema era che contro il vento sentiva poco, e allora strillava e lo faceva a pochi centimetri dal mio orecchio, che tra chiappe indolenzite, insetti spiaccicati sulla faccia perché c’avevamo tutti il casco aperto e l’orecchio tramortito dalla sua voce, ogni volta che arrivavo alla spiaggia mi inchinavo e baciavo la sabbia come Colombo quando scopre l’America. Mio fratello cantava sempre la stessa canzone, “Spiagge”, di Renato Zero. Gli piaceva così tanto che se gli facevano una radiografia le parole gliele trovavano impresse sulla lastra. Piaceva pure a me, ci mancherebbe. Come tante altre del grande Renatino, che mo non l’ascolto più però…che è un grande non ci piove.

 

Spiagge non parla solo dell’estate e del mare. Spiagge è l’estate, il mare, la malinconia che ci sta nascosta dietro il sole e l’aria buona che respiri e gonfia il petto… spiagge dipinte in cartolina mi scrivi tu mi scrivi poi torna tutto come prima… spiagge immense ed assolate spiagge già vissute amate poi perdute… con le file di ombrelloni che cambiano colore ad ogni stabilimento. Blu, gialli, verdi, rossi, viola, bianchi, verdi e gialli, gialli e blu, che a guardarli dall’alto sembrano la tavolozza di un pittore. I piccoli aerei che sorvolano il litorale con le loro pubblicità attaccate dietro. I vu cumprà coi loro tappeti, i loro vestiti, la loro bigiotteria, i loro carrelli delle grattachecche, i cinesi coi loro massaggi. I juke box nelle verande dei bar degli stabilimenti, che ormai non se ne vedono più, sostituiti da tristi musiche cafone sparate a tutto volume dalle casse dei gazebi al centro della spiaggia. E poi noi, distesi per ore sui lettini, tutti unti e bruciati come polli arrosto, che ogni tanto ci alziamo per andarci a prendere un caffè, fare una doccia o un bagno. Anche se per farti un bagno, a Ostia, ce devi ave’ due cose: tanto coraggio e gli anticorpi coi controcojoni, come diceva il protagonista di “Troppo Forte”, il film di Verdone. Nella canzone questo però non c’è scritto. Meglio così. Sennò magari mio fratello non l’avrebbe mai cantata a squarciagola contro il vento. Anzi, dentro al mio orecchio.

 

Supero l’incrocio con via di Acilia. La lancetta del contachilometri oscilla tra i settanta e gli ottanta. La signora guarda oltre il finestrino. Davanti a noi la Colombo è deserta. Lo so, un romano la prima cosa che farebbe è chiedersi dove sono finiti tutti gli altri, ma siamo a fine Marzo, e per le code infinite di auto, le lamiere roventi sotto il sole che ci puoi cuocere un uovo al tegamino, è ancora presto. Accelero. Porto la lancetta sugli ottantacinque. Davanti c’ho la linea del mare all’orizzonte. Le labbra si aprono da sole, iniziano a sussurrare. Spiagge dipinte in cartolina mi scrivi tu mi scrivi poi torna tutto come prima… e sento pure la sella del motorino che vibra sotto il culo.

 

La Colombo finisce alla Rotonda di Ostia, che poi sarebbe piazza Cristoforo Colombo. Non è una semplice piazza, ma un vero e proprio spartiacque. Di quelli che arrivano e formano due flussi di macchine e scooter. Uno va a sinistra, verso i “Cancelli” e le spiagge libere attrezzate del Comune di Roma. L’altro a destra, verso gli stabilimenti del lungomare di Ostia. Io, mio fratello e gli amici, Mirko, Alessietto e tutti gli altri, appartenevamo a quelli che andavano a destra. Ma mica perché c’avevamo i soldi per permetterci lo stabilimento. Andavamo al Plinius, che sta sul primo tratto di lungomare, il Lungomare Lutazio Catullo. Un ammasso di cemento bianco e azzurro che a vederlo non è proprio uno dei più belli. Noi però ci andavamo perché la buon’anima di Giovannone, il padre di Alessietto, che era d’Acilia, c’aveva la cabina. La numero 32. E c’andavamo pure, anzi soprattutto, perché il proprietario era un suo caro amico e anche se Giovannone un giorno magari non c’era a noi ci faceva entrare lo stesso. A Gratis. Ci dava i lettini, un ombrellone e non ci faceva pagare niente. E noi pian piano a quel cumulo di cemento ci siamo affezionati. A lui, alla gente che ci girava e ci lavorava dentro, al campetto di beach-volley che adesso non c’è più, agli amici di Giovannone. Tutti di Ostia e dintorni. Er sor Mario, Cesaretto, Romolo, Augusto, che solo a di’ i nomi sembra che stai a racconta la storia di Roma. Erano un spasso, altroché. C’avevano tutti una cinquantina d’anni, alcuni pelosi come scimmie, alcuni con una pancia che capivi dove andavano a finire le cofane di pasta come quelle che tua madre tirava fuori al pic-nic in pineta. Ma c’avevano un’energia e una vitalità addosso che noi che eravamo adolescenti ce la sognavamo. E invece di stare lì a fare le solite stronzate che fanno i giovani al mare, appena quelli iniziavano a giocare a carte, briscola tresette e scopone, ci mettevamo intorno a loro, davanti la cabina numero 32. Urlavano, ridevano, tiravano fuori battute così divertenti che sembrava di stare al cabaret, e quando tornavamo a Roma ce le rivendevamo subito…

 

– Ah Mario, guarda che le carte nun so’ santini! Nun te fanno la grazia se le tieni in mano! Giocale!

 

– Ah Cesare, a vede’ tu’ moglie e come giochi, nun capisco com’è che ancora nun te droghi…

 

– Ah bella! Sto a gioca’ a scopone… voi fa coppia co’ me?

 

Duravano una giornata quelle partite. E quando finivano manco riuscivi a sape’ chi aveva vinto. Di certo, era l’ultima cosa che importava. Io, mio fratello, Mirko, Alessietto e tutti gli altri lasciavamo il tavolo e andavamo alla riva, ci buttavamo nell’acqua che ancora ridevamo e poi ci sdraiavamo sulla sabbia senza asciugamano. Che il più delle volte, quando non eravamo impegnati a fare i cretini con tutte le ragazze che passavano, finiva che ci addormentavamo. E allora sì che erano dolori, dopo, al risveglio, che sembravamo aragoste.

 

Giunti alla rotonda la signora mi dice di andare a destra. Al Plinius? Mi viene quasi da chiederle. Ma lascio stare e proseguo fino a piazza dei Ravennati.

– Ferma qui, so’ arrivata – mi dice con la voce che adesso sembra meno risentita.

Accosto e mi fermo, blocco il tassametro, le dico il prezzo. Mentre aspetto che prende i soldi mi volto verso la piazza. Qualche secondo, perché poi la signora mi batte piano sulla spalla.

– Tiè – mi fa.

Prendo i soldi e cerco nelle tasche gli spicci per il resto. Lo sguardo però, istintivamente, mi ritorna oltre il finestrino, di nuovo verso la piazza, e senza farlo apposta non penso più agli spicci. Mi torna in mente Cristina, che avevo conosciuto proprio qui mentre stava al bar che prendeva un gelato. In mano teneva due calippi, quei ghiaccioli lunghi che è facile fare battute stupide e volgari.  E io sono tra quelli che ne ha fatte.

 

–  Te piace proprio er calippo eh? Addirittura due alla volta!

– … uno è per mio figlio…

 

Cristina aveva diciotto anni. Suo figlio due. Non me lo ricordo che faccia ho fatto quando m’ha risposto in quel modo. Le ho chiesto scusa. Questo sì, me lo ricordo. E ho pregato gli alieni che mi sparassero addosso un raggio disintegratore per farmi sparire in un istante. Ma per fortuna non sono sparito, e non è sparita nemmeno lei. Ci sono stato due anni con Cristina. Una storia bella. Ma complicata. E così è finita. Ma non per colpa sua. Io ero ancora troppo ragazzino, e lei di ragazzini a cui badare ce n’aveva già uno. Non gliene serviva un altro.

 

– A giovano’… lascia perde’ il resto che qui famo notte…

La voce della signora mi riporta alla macchina. Mi giro impacciato, la vedo che apre lo sportello. Fa per scendere, quando si ferma appena apro bocca per dirle grazie e scusarmi per tutto. Mi guarda, scuote la testa, sorride e mi dice:

– Certo che se mi’ marito a scopa’ era così lento, ero ‘na donna felice…

 

Io rimango fermo come un ebete a vederla scendere e allontanarsi. Continuo a seguirla con lo sguardo fino a che non sparisce dalla mia vista. Poi riparto. Ma devo fermarmi dopo pochi metri. Per forza: inizio a ridere come un pazzo fino alle lacrime.

 

Dopo qualche minuto, dopo essermi asciugato gli occhi e tornato in me, faccio inversione e torno indietro per riprendere la Colombo. Non c’è nessuno in giro. Abbasso il finestrino e lascio entrare l’aria fresca. Procedo piano, tranquillo per il lungomare. Passo in rassegna i palazzi al lato della strada, gli stabilimenti, i ristoranti. Fino a che non mi ritrovo davanti al Plinius. Fermarmi mi viene naturale. Parcheggio e scendo dalla macchina.

 

Il Plinius non è cambiato affatto. Nessun rinnovamento, nessuna ristrutturazione.  Le cabine sono sempre pitturate di blu e bianco. Allungo il collo in cerca della numero 32, ma non la trovo. Inspiro l’aria che viene dal mare. Chiudo gli occhi. E li vedo. La cabina, quelli che giocano a carte, io, mio fratello, Mirko, Alessietto e tutti gli altri. Le sette di sera, con le facce rosse e la pelle piena di sale, che sui nostri motorini scassati ce ne torniamo a casa. Un’altra estate qui, inizia a cantare mio fratello nel mio solito orecchio… un’altra volta qui più coraggiosa e più puttana che mai

– A Valè – gli dico mentre faccio lo slalom tra le auto – canta ma non te move che me sbilanci!

Lui neanche  mi sente e continua a cantare, col mio orecchio che gli fa da microfono.

 

Penso a Cristina, che ho appena conosciuto e m’ha baciato all’improvviso, mentre stavamo seduti sulla spiaggia fianco a fianco a guardare il figlioletto che giocava col secchiello e la paletta.

– C’hai paura? – m’aveva chiesto lei guardando la faccia mia e indicando il figlio.

– Io? E de che? –  le ho risposto, mentendo. Perché sì, c’avevo paura eccome. Ma non del figlio. Di lei. Che già l’avevo capito che m’avrebbe fatto usci’ fuori di testa. E infatti così è stato. Che ce so andato pure in analisi per dimenticarla.

 

Guido il motorino e penso che magari ho fatto una cazzata. Poi penso a lei, che a diciasett’anni s’è tenuta il figlio che magari c’aveva paura pure lei però è andata avanti lo stesso. Tengo il manubrio con una mano e con l’altra tiro fuori il foglietto col suo numero di telefono. Lo leggo fino a impararlo a memoria. Poi me lo rimetto bene in tasca.

 

Mio fratello intanto continua a cantare a squarciagola. Non gli dico più niente. Sorrido e inizio a cantare a squarciagola insieme a lui… mille avventure che non finiranno se per quegli amori esisteranno nuove spiagge…

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