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Miocardio

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La posizione di un aspirante suicida mantiene comunque in vita l’obbiettivo di un’azione dinamica, un ultimo gesto, un’ultima volontà che, sebbene sia appunto l’ultima, esprime determinazione.

La posizione di un aspirante suicida mantiene comunque in vita l’obbiettivo di un’azione dinamica, un ultimo gesto, un’ultima volontà che, sebbene sia appunto l’ultima, esprime determinazione.

Io determinato non lo ero.

Restavo quanto meno affascinato dalla gente che si lasciava morire di fame, da quella che si buttava da un ponte piuttosto che sotto un treno. Persino le idee più comuni come tagliarsi le vene, chiudersi in macchina con i fumi dello scappamento dritti nell’abitacolo o un cocktail di farmaci destavano in me una sorta di stima e ammirazione.

Io semplicemente non ci riuscivo

Ne ho parlato anche con diversi psicoanalisti. Dicevano tutti la stessa cosa: non volevo realmente morire, ero semplicemente depresso.

Ma la mia depressione era piegare in due la ricevuta dopo ogni seduta e uscire dal loro studio con il pensiero che in realtà ero solo poco determinato e anche un po’ più povero.

Tornavo a casa, infilavo il pigiama, riscaldavo il canonico cibo precotto nel microonde e iniziavo ad estinguere i pacchetti di sigarette che compravo ogni mattina prima di entrare in fabbrica e, sebbene dopo la terza la mia gola fosse secca e deglutire mi causasse fastidio, io continuavo. Continuavo con la tacita speranza che la fortuna mi raccomandasse verso un tumore ai polmoni o alla gola. Ma, gli avvisi sui pacchetti “Il fumo provoca il cancro”, “Il fumo uccide”, “Il fumo ostruisce le arterie e provoca infarti e ictus” e persino le storie che quotidianamente sentivo a riguardo mi dimostravano che io, non ero neanche fortunato.

Consumavo la mia cena e mi spostavo sulla poltrona e non schiodavo mai i pensieri dalla ricerca di un modo per suicidarmi.

In questo momento della giornata io iniziavo a bere.  Gin.

Il gin lo trovavo disgustoso ma ritenevo che la sua gradazione alcolica fosse sufficiente per causare una cirrosi in un periodo più o meno breve di tempo: la tempestività contava ben poco in mancanza di una rapida soluzione.

Ma, ahimè, il giorno dopo mi sentivo anche stupido oltre che sfortunato e poco determinato svegliato alle sei in punto dalla tosse con l’emicrania a promemoria di otto lunghe ore di lavoro in fabbrica.

Le mie giornate erano queste da non so quanto tempo; l’unica differenza esistente per me era scandita dal lavoro: sei giorni in fabbrica e uno di riposo.

Il giorno libero variava solo nel numero di sigarette fumate, nei bicchieri di gin bevuti e nelle pulsazioni del cuore che, per via degli abusi, ogni settimo giorno mi facevano sperare in un infarto che non arrivava mai.

Una domenica mi svegliai più propositivo del solito.

Non immaginavo le conseguenze di un coma etilico e, non mi interessavano se, raggiunto tale stato, non le avrei potute constatare.

Convinto entro in cucina e apro la credenza con l’intenzione di tirar fuori tutte le bottiglie, disporle sul tavolo e berle… una dopo l’altra.

La credenza è vuota, solo un fondo inconsistente nell’unica bottiglia accanto al lavandino.

Fumai due pacchetti di sigarette in più affondato nella poltrona.

Lunedì fu sempre la stessa tosse a svegliarmi ma, non avevo emicrania. Ero lucido. Una lucidità raccapricciante, inaccettabile, che rendeva l’idea di otto lunghe, infinite, interminabili ore di lavoro quasi peggiore della mia incapacità di suicidarmi.

Lucido. Troppo. Lucido a tal punto che l’assenza di gin la vedevo come un’immensa, gravissima mancanza che, in quel momento, aveva interrotto la pianificazione del mio decesso.

Forse oggi non sarei qui se avessi avuto quel gin.

Non ero determinato.

Una persona determinata non sarebbe stata così grossolana da privarsi dell’elemento cardine del suo  suicidio.

Mi sentivo come un cecchino appostato da giorni che non spara il suo unico colpo solo perché distratto da una mosca che gli ronza intorno.

L’interruzione della mia personalissima terapia vanificava nella mia mente tutti gli sforzi regressi.

Ora, dovevo ricominciare tutto. Potevo solamente applicarmi maggiormente. Bere di più, fumare di più e sottrarre tempo al mio riposo: meno dormivo e più sentivo il mio corpo sfuggirmi fiaccato e fragile.

Dovevo riorganizzare le mie giornate, dare un carattere scientifico alle quantità di alcol e nicotina assunte. Avevo bisogno di concentrazione e tempo: non potevo certo permettermi il lusso di andare al supermercato e riapprovvigionare le mie scorte per poi correre anche il rischio di restare in coda per pagare dovendo magari giustificarmi a eventuali osservazioni della cassiera sulla mia improbabile spesa.

Non avevo tutto questo tempo: ne avevo già perso troppo ieri con la mia superficialità.

Chiamo, chiedo la consegna a domicilio.

Il tempo di attesa mi sarebbe servito per pianificare una nuova partenza più efficace.

Era però un’attesa infinita, straziante.

Non avere il gin qui, subito, davanti ai miei occhi, creava in me un senso di impotenza e dipendenza indicibili.

Ebbi un fremito quando suonarono alla porta. Un fremito simile alla sensazione del primo respiro dopo una lunga e forzata apnea, qualcosa di molto simile ad un soffocamento maldestro.

Mi precipitai alla porta. Lo sguardo pronto a identificare le sagome delle mie tanto agognate bottiglie di gin.

Solo dopo, al momento di pagare mi accorsi dell’affanno del fattorino.

Era pallido, sudava, e aveva le labbra livide.

Lo vidi portarsi un braccio al petto, disegnare con la bocca un lunghissimo spasmo come un maldestro tentativo di inspirazione. Vidi tutti i suoi denti attraverso la bocca per un attimo spalancata. Poi franò per terra.

Le mie bottiglie. Le mie preziose bottiglie.

Il mio primo gesto fu quello di salvaguardarle. Le afferrai appena in tempo e le portai avidamente in cucina.

Solo dopo averle riposte con cura ed essermi ripreso dalla paura di vedere vanificate nuovamente le mie speranza tornai dal ragazzo.

Era steso all’ingresso di casa mia. La tensione e lo spasmo che inizialmente attraversavano il suo viso si erano distese. Sembrava avesse trovato l’armonia e la pace e il suo volto così disteso e quasi rassicurato aveva perso le tracce anche del suo iniziale affanno.

 

Era morto.

 

“La gente muore anche portando il gin a domicilio” pensai.

Era l’ennesimo simbolo della mia sconfitta e della mia mancanza di determinazione.

 

Trascinai il corpo e chiusi la porta.

 

Forse avrei perso meno tempo se avessi provveduto personalmente all’acquisto. Tutto sembrava complottare sadicamente contro la mia voglia di suicidarmi.

Corsi a versarmi il primo bicchiere di gin della giornata. Non sarei andato a lavoro oggi per riappropriarmi del tempo perso ieri. Sarei stato credibile se l’indomani mi fossi giustificato adducendo come scusa una qualche sorta di malanno fisico temporaneamente debilitante.

Con il mio gin in una mano tornai verso la testimonianza della mia incapacità. Presi il corpo e lo trascinai dove la penombra era meno fitta.

Trangugiai il primo bicchiere. Corsi in cucina a versarmene un altro e tornai frettolosamente a osservare il corpo esanime.

La mia ossessione per il gin era uguagliata dalla curiosità verso quel corpo riverso sul pavimento del mio appartamento.

Lo spostai. Ora giaceva di fronte alla poltrona.

Ogni sorso dal bicchiere era alternato a uno sguardo rivolto a quella magnificenza, quel capolavoro di tranquillità.

Il bicchiere si svuotò nuovamente.

Il pensiero di dover distogliere lo sguardo era inaccettabile, blasfemo, offensivo.

Andai in cucina, presi due bottiglie che posai con cura vicino alla poltrona.

Mi accomodai.

Ripresi a bere e a osservare il corpo.

“Affascinante la morte” pensai.

Era la prima volta che la vedevo realmente così trionfale, tangibile, reale.

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