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Vivere è cadere

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– la fortuna è dritta, cose felici e manco una malattia, la vita lunga, circa cento anni, in una grande città, una casa con… uno due tre… sette finestre… hai bambini?

– la fortuna è dritta, cose felici e manco una malattia, la vita lunga, circa cento anni, in una grande città, una casa con… uno due tre… sette finestre… hai bambini? vèra alza il viso verso aldo e gli ficca addosso i suoi occhi neri. sono in piedi, uno di fronte all’altra, vicinissimi. la gente che attraversa l’atrio della stazione se ne frega di quei due ragazzini. aldo ha i capelli rasati e un piercing d’argento sul sopracciglio. uno strappo all’altezza del ginocchio sui pantaloni della tuta e la maglietta con bart simpson. vèra ha ancora un po’ di smalto rosso sulle unghie smangiucchiate. tiene la mano di aldo nelle sue. è così vicina che lui riesce a sentire l’odore di menta del chewing gum che ha in bocca. lo guarda seria, tra i capelli scarmigliati. poi, di colpo, scoppia a ridere.
aldo abita dalla parte del centro, nel quartiere dei cinesi. a via principe eugenio, in una casa con un ascensore così stretto che quando è nata sua sorella dovevano lasciare il passeggino al piano terra e pigliarsela in collo. ci sono anche gli africani nel suo quartiere, e gli indiani, ma di cinesi è pieno. hanno i negozi con la luce al neon e la merce nelle scatole di cartone. d’estate vendono gli occhiali da sole a un euro, d’inverno le collane. per andare a scuola aldo prende l’autobus, ma il primo tratto, compreso l’attraversamento a termini, se lo fa con lo skate. sotto alla galleria dei quadri moderni, vicino al bar, una mattina di qualche mese fa ha visto quella zingara per la prima volta.
aldo ha quattordici anni e sullo skate è una pippa. quelli bravi, i grandi, una volta l’hanno pure menato. poco, qualche schiaffo, giusto per fargli capire i ruoli. sono quelli coi furgoni ricoperti di adesivi di surf e magari non hanno neanche la patente, ma girano. francia, olanda. quelli come lui, le pippe, quando vanno al pincio o al foro italico possono soltanto guardare. messi in piedi da una parte, la tavola disarmata, verticale. per allenarsi devono andare a sbattere la testa alla skate room del prenestino, sconocchiarsi le ginocchia sul quarter pipe che ha montato stefano, quello che fa il meccanico part time. il sabato pomeriggio, in primavera, vanno fuori, a colleferro.
la sorella di aldo, jessica, quella del passeggino, fa la quarta elementare. la sua scuola è nel quartiere. la mattina aldo l’accompagna, la guarda entrare nel portone per mano alle sue amiche sceme tutte col grembiule blu e gli zaini giganteschi, poi poggia a terra la tavola e se la fa a razzo fino alla fermata dell’autobus. tra le macchine, sali e scendi dai marciapiedi, in picchiata giù dalla scalinata di santa maria maggiore.
la parte più divertente, ovviamente, è dentro termini. tra i chioschi, la gente che si sposta spaventata. i poliziotti che vorrebbero fermarlo ma non sanno come fare. aldo, quando attraversa l’atrio, sogna di imboccare il corrimano della scala mobile e farsela tutta a scendere, atterrare, frenare con una curva secca mentre i passeggeri lo guardano a bocca spalancata e alla fine gli fanno l’applauso. quando attraversa la stazione termini pedalando sullo skate pensa che gli unici momenti in cui la vita è bella è quando vai veloce. quando corri e ti manca il fiato. e l’unico pensiero che hai, è spostare più avanti, sempre un metro più avanti, il momento in cui dovrai mettere i piedi a terra e rotolare come un gatto per non farti male. “vivere è cadere”. aldo si è scritto questa frase sul grip tape della tavola. l’ha copiata da un muro, o da una canzone, non se lo ricorda più. quando è sullo skate pensa soltanto che a un certo punto della vita arriva il botto supremo, la caduta colossale, quella definitiva. e a quello che c’è dopo. e basta.
vèra ha tredici anni, ma ha fatto credere a tutti di averne meno. si comporta come una bambina per confonderli. i suoi genitori sono morti tutti e due, nessuno conosce la sua vera età. vive al campo, nella roulotte insieme a quattro ragazze che sono più o meno sue cugine. si fascia il seno, non si trucca. il ragazzo al quale è stata promessa si chiama yorik. quando aveva dieci anni, yorik è entrato nella sua roulotte e le ha dato un bacio, l’ha morsa, l’ha spinta sul letto e le ha puntato un coltello contro la gola. quando saremo sposati, le aveva detto yorik quella volta, farai quello che dico io. le aveva preso la testa e se l’era stretta addosso, contro la patta dei pantaloni. vèra si era divincolata ed era corsa via. ogni volta che lo incontrava tra le strade polverose del campo , abbassava gli occhi e cercava di diventare ancora più piccola, una bambina, una neonata. fin quando non fosse stata pronta, il suo corpo non fosse diventato quello di una donna, vèra non aveva il dovere di sposarlo.
qualche mese prima si era lasciata amare da un altro uomo, uno zio alla lontana che era di passaggio a roma. dormiva dentro una macchina, e quando si era svegliato l’aveva vista mentre si lavava cercando di nascondersi. vèra è bella, ha la pelle scura e le gambe snelle. il suo seno di adolescente, senza le fasce strette, luccicava contro il panorama lurido delle baracche coperte di lamiera, i cani zoppi, le bottiglie di vodka vuote messe una accanto all’altra. lui l’aveva minacciata di rivelare il suo segreto, lei era già abbastanza grande da aver voglia di capire che cosa fosse davvero l’amore. il giorno dopo, quell’uomo se n’era andato, senza rivelare a nessuno che sotto gli stracci di quella bambina scarmigliata c’era già una donna.
stamani la sorella di aldo, jessica, ha pianto. diceva che non sapeva come vestirsi. prima di uscire si è cambiata i pantaloni tre volte, si è legata e slegata i capelli, e per strada camminava puntando i piedi perché diceva che non ci voleva andare a scuola. aldo pensava alla zingara, pensava che se avesse fatto tardi rischiava di non incontrarla e tirava forte il braccio di sua sorella. ogni mattina, quando le passa davanti sullo skate, aldo immagina che quella ragazzina, la zingara, lo sta guardando. così, prima di superarla le sorride. ma non lo sa se è vero, se è vero che lei lo guarda e se lui ha davvero il coraggio di sorridere. in fondo quella è una zingara e gli zingari gli fanno schifo.
tutti ce l’hanno con gli zingari, perché rubano il portafogli dalle tasche, e ridono, ti prendono in giro. li guardi andare spavaldi per il mondo e pensi che non hanno paura. al mondo, pensa aldo ogni volta che si infila nell’ascensore stretto di casa sua, tutti hanno paura. che si sgancino i cavi improvvisamente e di finire con la testa piantata lì’, al posto del neon a forma di ciambella, che tua madre se ne vada di casa e tu sia costretto preparare tutti i giorni la frittata a tua sorella mentre tuo padre lavora, che i cinesi ti infilino in una di quelle scatole di cartone e nascosto sotto una montagna di occhiali da sole di plastica ti portino chissà dove, ti vendano per farti a pezzettini e prepararci il pollo all’ananas in qualche città del sud d’Italia. hanno paura di cose assurde, impossibili. ma la vita è cadere, pensa aldo, e se io mi do una spinta fortissima, e mi butto giù per il corrimano della scala mobile, io passo la barriera del suono e volo da quell’altra parte. di là c’è il mondo dei supereroi, degli antichi romani, degli uomini coraggiosi che vanno dritti per la loro strada e se ne fottono.
quando i poliziotti si avvicinano per cacciare via il gruppo di zingare insieme alle quali vèra chiede i soldi alla stazione, lei se ne scappa. è sempre la più veloce, perché non ha bambini da cullare, collane e bracciali che la impicciano, i tacchi nelle scarpe. e forse perché i poliziotti stringono più volentieri le braccia delle sue amiche, che si mettono apposta il rossetto e si pettinano e si tirano su le gonnellone quando stanno sedute. le sue amiche hanno tutte un marito e appena vedono arrivare i poliziotti si mettono a ridere e li guardano con quegli occhi neri senza paura e quelli, coi capelli tagliati a spazzola e le pistole dentro le fondine, si scambiano occhiate tra loro che sembrano bambini dell’asilo confronto alle zingare. e quando le prendono per le braccia tremano come cani bagnati.
vèra corre, si intrufola tra la folla della stazione, si nasconde. entra nei bagni delle donne e si sfila la maglietta. si lava con calma, approfitta che non la può vedere nessuno, neanche yorik il bastardo, con le sue mani bastarde e quell’odore di schifo addosso. poi esce e dopo aver controllato che non ci siano poliziotti, si incammina per tornare nel solito posto, dove torneranno anche le sue amiche una volta che i poliziotti si saranno scocciati di giocare con loro a guardie e ladri.
aldo entra veloce nella stazione, ho fatto tardi, pensa. costeggia le chilometriche vetrine dell’upim, passa davanti al bar, alla galleria dei quadri moderni. scivola sullo skate e dopo un attimo raggiunge il solito posto, quello dove stanno sempre le zingare. ma non c’è nessuno. ho fatti tardi pensa, chi se ne frega pensa, e quando sta per pensare che gli zingari fanno schifo a tutti, vicino alle scale mobili la vede. vèra si asciuga le mani bagnate sulla gonna colorata, e lo guarda, dando la schiena all’edicola dei giornali. allora, ma non lo sa manco com’è possibile, spinge forte col piede sinistro il dietro della tavola, si da la spinta coi muscoli delle cosce e salta.
aldo apre e chiude gli occhi osservando le strane lampade che scendono dal soffitto altissimo. sente la voce dell’altoparlante che annuncia i treni, e un male bestiale all’altezza del ginocchio. a fatica si tira sui gomiti e allungando il braccio recupera lo skate.
– ti sei rotto i pantaloni.
a girare la testa si sente un po’ svenire. vèra gli allunga la mano e lo aiuta ad alzarsi.
– devo andare via.
lei fa un passo. sono in piedi, uno di fronte all’altra, vicinissimi. aldo è parecchio più alto di lei, e vèra porta una maglietta che le lascia scoperte le spalle.
– devo andare via.
aldo sta tremando. la mano che stringe è caldissima. il ginocchio gli fa male.
una coppia di poliziotti si sta avvicinando. vèra li vede, solleva la mano di lui, la apre, e frugandola con le sue unghie rosicchiate fa finta di leggerla. parla, gli dice qualcosa sulla sua vita, sui bambini. quando il poliziotto la prende per un braccio e la allontana, di colpo scoppia a ridere. ride mentre quell’uomo spaventato con la pistola nella fondina la trascina via con malagrazia, ride e continua a guardarlo coi suoi occhi neri. maledetti zingari, pensa aldo rimontando sullo skate col ginocchio dolorante dopo aver controllato che quella non gli abbia fottuto il portafoglio. e maledetto, nel vento che toglie la paura, questo fortissimo odore di menta.

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