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Aleksandar Hemon – Spie di Dio (Einaudi)

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Aleksandar Hemon si trovava negli Stati Uniti quando nel ’92 iniziò l’assedio a Sarajevo, la città nella quale era nato e sempre vissuto.

Aleksandar Hemon si trovava negli Stati Uniti quando nel ’92 iniziò l’assedio a Sarajevo, la città nella quale era nato e sempre vissuto. Da allora, ottenuto asilo politico, abita a Chicago. E scrive. In inglese, lingua per cui nutre una vera e propria passione. Le storie che compongono Spie di dio, il primo libro di Hemon (pubblicato da Einaudi, £. 24.000 pp.198), raccontano la perdita dell’identità – e con essa dell’”innocenza” – di persone (uomini, donne e bambini) che si trovano a vivere eventi più grandi di loro. L’unica consolazione è la visione, l’occhio che cerca di registrare ogni minimo dettaglio per poterlo ricreare nella pagina scritta e tentare, almeno, di ordinare un mondo preso nel vortice del caos. E’ l’occhio “onnipotente” dello scrittore che tenta di “esorcizzare” un passato di oppressione e violenza (il regime di Tito, la guerra) e un presente di indifferenza (la florida società americana). Riuscendovi grazie anche ad uno stile ricco ed evocativo.

I cavalli trottano imperturbabili, la carrozza sobbalza con regolarità e le palpebre pesanti dell’arciduca Francesco Ferdinando scivolano pigramente sui suoi occhi. Sono arrivate ormai quasi in fondo, ma il cavallo di sinistra solleva la coda – in modo alquanto imbarazzante, del tutto simile al ciuffo in cima all’elmetto fulgido dell’arciduca – e l’arciduca vede l’ano del cavallo aprirsi lentamente, come l’obiettivo di una macchina fotografica.

La carrozza passa tra due ali di folla chiaramente in festa: la gente sventola le bandierine e acclama in

un qualche linguaggio scimmiesco (“Potremmo definirlo bosniaco?” riflette l’arciduca). I bambini con la faccia lurida e i denti guasti e rotti corrono su e giù tra le gambe della gente. L’arciduca riconosce la polizia segreta, i loro impeccabili mustacchi, gli austeri cappelli neri, decisamente grotteschi in mezzo ai fez purosangue – che sembrano vasi da fiori rovesciati con un corto pennacchio – e le donne con siparietti calati fin sul viso. La polizia segreta, immobile, getta accorte occhiate di traverso, in attesa di un’occasione per dimostrare il proprio zelo. Il cavallo di sinistra semina sterco, come palle da tennis scure e sgonfie. Il fiumiciattolo torbido alle spalle degli astuti sudditi dell’arciduca puzza di cavolo marcio. Della carrozza davanti la sua, l’arciduca scorge solo la punta dell’elmetto da cerimonia del generale Potiorek: il ciuffo lezioso ondeggia fastidiosamente. Non appena salirà al trono, ha deciso, si libererà di Potiorek.

L’arciduca guarda l’arciduchessa, vede che ha il viso contorto dalla nausea. “Sarebbe davvero sconveniente se ricominciasse a vomitare davanti a tutta questa gente”, pensa. Le tocca la mano (fredda) cercando, premuroso, di trasmetterle tutta la sua virile sollecitudine, ma lei si gira verso di lui con lo stesso viso nauseato e l’arciduca si ritrae rapidamente.

La carrozza passa tra due cordoni di folla sorridente che sventola bandierine ridicole, e insulsi poliziotti segreti dalla faccia di marmo. Poi l’arciduca vede un uomo con una fisarmonica tesa sul petto. L’uomo sorride sincero, così pare, forse è persino felice. Non sembra che la suoni, la fisarmonica, la tiene solo in mano. Lo sguardo si infila tra la folla e l’arciduca adesso vede le braccia forti dell’uomo e le cinghie della fisarmonica che gli stringono gli avambracci possenti. Vede la tastiera beige e nera e nota che manca un tasto; al posto del tasto mancante vede un rettangolo scuro. La carrozza sorpassa l’uomo e l’arciduca crede di sentire il suo sguardo sulla schiena. E’ tentato di voltarsi indietro ma è ovvio che sarebbe sconveniente. L’arciduca pensa a quella strana gente, a quell’uomo che non sembra nutrire alcun rancore verso di lui e verso l’Impero (non ancora, almeno) e si chiede che cosa possa essere successo a quel tasto. Si potrà suonare una canzone con un tasto? Che effetto farebbe Liebestod se si saltasse sempre una nota? Forse l’uomo non l’ha mai suonata quella nota; forse non la suonerà mai, per tutta la vita. “Strana gente”, pensa l’arciduca. Decide di parlare dell’uomo con la fisarmonica all’arciduchessa, forse la tirerà un po’ su.

C’è un uomo che ha una fisarmonica, – annuncia l’arciduca all’orecchio dell’arciduchessa. L’arciduchessa trasalisce, quasi il marito delirasse.

Cosa? Ma di che parli?

Si china verso di lei: – C’è un uomo…

Ma poi vede una pistola con dietro un braccio dritto e teso e, alla fine del braccio, un ragazzo pelle e ossa, con i baffi sottili e gli occhi ardenti. Vede il conato della pistola e uno scoppio di luce all’imboccatura dell’arma. Sente qualcosa che lo spinge contro il sedile e gli perfora il ventre, poi tutti i suoni svaniscono.

A parte una paura assurda e improvvisa, contro cui non può fare nulla e che cerca di ignorare, l’unica cosa che gli viene in mente, è una sera a Mayerling con l’arciduchessa che suonava Liebestod al piano, un po’ troppo lentamente, mentre lui, seduto sulla poltrona accanto al camino, sentiva il calore sul lato sinistro della schiena. Non stava ad ascoltarla, si sforzava di non addormentarsi, poi gli era venuto un pensiero fulmineo – che immediatamente aveva messo a tacere – oh mio Dio, come era sgraziata e volgare la bellezza dell’arciduchessa e quanto intollerabilmente stupido e insulso era in realtà Liebestod.

Vorrebbe dirle che è davvero costernato, adesso, ma l’arciduchessa, il viso raggelato nel disgusto, l’arciduchessa è già morta.

Gran parte di questa storia è frutto di una fantasia sconsiderata e di congetture impertinenti.. (Esempio: l’arciduca morì su un’automobile che prese male una curva e andò ad arrestarsi quasi di fronte all’assassino, il quale aveva i calzoni zuppi di urina). Parte della storia, tuttavia, si è arenata sulle mie coste, dopo aver navigato su un mare di libri di scuola, punteggiato da isole di fotografie in bianco e nero. Un’altra buona parte è giunta fino a me dopo aver percorso i labirintici cunicoli dei ricordi e delle leggende familiari. L’uomo con la fisarmonica, infatti, non era nient’altri che il mio bisnonno, appena arrivato in Bosnia dall’Ucraina. Per la prima e unica volta in vita sua, si trovava a Sarajevo a richiedere i documenti per il pezzo di terra promessagli dall’Impero austro-ungarico: il miraggio che lo aveva condotto in Bosnia. Era un contadino, e non aveva mai messo piede in una grande città. Il vorticoso trambusto di quel posto consacrato dalla visita dell’arciduca (e poi dannato dalla sua morte) lo stordirono a tal punto che al mercato spese quasi un quinto dei suoi risparmi per comprare la fisarmonica da una zingara. Quando fece ritorno nella sua nuova casa, su una collina chiamata Vucijak, la Prima guerra mondiale era scoppiata. Di lì a un paio di settimane fu arrestato e spedito a combattere in Galizia, dove morì di dissenteria. La fisarmonica gli sopravvisse per una cinquantina di cacofonici anni, perdendo per strada ancora alcuni tasti. La sua esistenza si concluse con un gemito disarmonico, quando lo zio Teodor, che era cieco (all’età di sei anni gli era scoppiata una granata tra le mani), si lasciò cadere sul letto su cui era stato posato l’inerme strumento. Zio Tedor attualmente è bloccato nella parte serba della Bosnia. La maggior parte della mia famiglia è sparpagliata in Canada. Io ho scritto questo racconto sulla metropolitana di Chicago (città dove vivo), dopo una lunga giornata di lavoro come parcheggiatore, A.D. 1996.

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Che anno era? Abbiamo deciso di credere che fosse il 1811. Dunque: nell’autunno del 1811, Alexandre Hemon si alzò dal suo letto d’ignavia, a Quimper, in Bretagna; vendette per trenta monete d’argento, di nascosto dalla madre vedova, l’unico cavallo che possedevano, un ronzino perennemente stremato; e dopo alcune avventurose peregrinazioni, si unì all’esercito di Napoleone diretto in Russia, alla volta di un’ennesima gloriosa vittoria. (…)

Pur sapendo con certezza che l’esercito di Napoleone percorse in ritirata l’odierna Bielorussia, non siamo in grado di offrire alcuna spiegazione plausibile sul perché Alexandre sia finito nell’Ucraina occidentale, nei dintorni di Lv’ov.

Comunque sia, Alexandre perdette la strada maestra della disfatta e si ritrovò, privo di sensi, nel bel mezzo di una foresta nera come la pece. Dopo aver girovagato per qualche tempo sul baratro delle tenebre eterne, fu tratto in salvo da qualcuno che lo trascinò via per una gamba intirizzita. Quel qualcuno, non c’è dubbio, fu la bisbisnonna Marija. Quando Alexandre aprì gli occhi, vide lo sguardo angelico di una ragazza di diciassette anni che cercava di sfilargli gli stivali decrepiti ma ancora preziosi. (…)

Marija nutrì Alexandre con miele e lardo e gli parlò dolcissimamente. Sì, gli riscaldò il cuore, e alla fine i due si sposarono. Sì, possiamo considerarli gli Adamo ed Eva dell’universo Hemon. (…)

Una volta che Alexandre Hemon fu ufficialmente ammesso in famiglia, cominciò a crescere l’interesse per le cose galliche (e a nessuno importò molto della lieve differenza che passava tra bretoni e francesi). Mio padre assisteva risolutamente e senza batter ciglio a interi film francesi – film che un tempo lo avevano annoiato a morte – per poi dichiarare di riuscire a capire le complicate relazioni tra i personaggi, diciamo in Fino all’ultimo respiro, in virtù del suo patrimonio genetico. E arrivò persino a dichiarare che mio cugino Vlado era uguale sputato a Jean-Paul Belmondo, per cui Vlado (un bel ragazzotto biondo) cominciò a presentarsi come “Belmondo”. – Belmondo ha fame, – annunciava a sua madre tornando dal lavoro nella conceria.

Sono orgoglioso di poter affermare che i successivi sviluppi nella storia del nostro cognome derivarono dalle mie imprese letterarie. Mentre cercavo di prendere un’inutile laurea in letterature comparate presso l’università di Sarajevo, leggendo l’Iliade trovai un illuminante cenno a “Emone il potente”; poi, nell’Antigone, scoprii che il fidanzato suicida di Antigone, quello che nell’agone con Creonte all’inizio sembra un leccapiedi, si chiamava Emone (…)

Mio padre ricopiò diligentemente la pagina dell’Iliade in cui verso la fine, si trovava “Emone il potente” e i passi dell’Antigone nei quali lo sfortunato Emone combatte nell’agone contro il superbo Creonte. Ogni volta che avvistava il nostro nome, lo sottolineava con un evidenziatore giallo fosforescente e ne mostrava la copia ai suoi colleghi: povere creature in possesso di un banale cognome slavo, che – per ben che andasse! – potevano ricoprire un ruolo minore in un romanzo real-socialista. Personaggi, diciamo, a cui l’intrepido protagonista poteva salvare la vita oppure che a un certo punto semplicemente, scialbamente, morivano. Mio padre certo non si prese mai la briga di leggere tutta l’Antigone, tantomeno i diecimila versi dell’Iliade e io mi guardai bene dal fargli presente che “Emone il potente” è una figura del tutto irrilevante nell’ambito dell’epica e che il prode fidanzato di Antigone finisce poco prodemente per impiccarsi. (…)

Sfortunatamente, sulla nostra encomiabile storia famigliare c’è un’ombra, la traccia di un tenebroso passato biblico su cui nessuno ha osato indagare, ma che lo storico ufficiale, anche se indegno, si sente in dovere di citare. Mia cugina Alexandra ricorda ancora la tremenda paura di quando in chiesa sentì il prete pronunciare – forte e chiaro – il nostro nome. Il prete, disse lei, stava descrivendo un uomo tra la folla di assassini che si trovava sotto la croce mentre il Nostro Salvatore spirava tra i più indicibili patimenti. Aveva gli occhi (l’uomo, è ovvio) gonfi di perfidia. La sofferenza del Nostro Salvatore lo faceva ridere, e dalla bocca assetata di sangue la saliva gli colava sul mento. – Che genere di uomo potrà mai essere? – tuonò il prete. – Che genere d’uomo può ridere dinanzi al sacrificio dell’Agnello? Il suo nome era Emon, e sappiamo che il suo seme è stato versato e disperso su questa terra dannata. Sarà un uomo per sempre sventurato, solo e orbato dell’amore di Dio -. Mia cugina, in preda all’orrore (aveva nove anni), vomitò e scappò via, mentre suo padre, cioè mio zio Roman, che non stava ascoltando, continuava a ripetere – Amen! (…)

Ad ogni modo, ben pochi credettero che ci portassimo sulle spalle l’infamante fardello dell’antico peccato o che la famiglia si sarebbe ritrovata all’inferno. – Siamo sempre stati gente onesta, grandi lavoratori, – annunciò mio padre al prete che aveva sostituito l’ostile collega (trasferitosi in Canada), puntando il dito verso il soffitto, al di là del quale, presumibilmente, si trovava il giudice e vendicatore supremo. (…)

Insieme ad alcuni miei cugini più giovani e a un parente molto stretto, io qualche dubbio lo avevo. Il dubbio e il timore che avessimo davvero commesso l’esecrabile peccato di farci beffe della sofferenza altrui. Ecco forse la ragione per cui negli anni novanta siamo emigrati di nuovo dalla Bosnia agli Stati Uniti. Forse questa è la nostra punizione: dobbiamo vivere la vita a metà di chi non riesce a dimenticare il proprio passato, ed essendo ormai incapaci di pronunciare qualcosa che abbia davvero un senso, temiamo continuamente che ci venga rivolta la parola in una lingua straniera. Ho visto i miei genitori ammutolire in un ascensore di Schaumburg, Illinois, tenendo lo sguardo fisso sui piedi impacciati, stipati in scarpe straniere, mentre un gioviale vicino di lingua inglese entrato in ascensore tentava di avviare una conversazione sul clima impietoso del Midwest. Mio padre continuava a schiacciare i tasti 11 e 18 (dove era diretto il verboso americano), come per mettere fine a questo mondo plurilingue del cazzo e riportarci indietro nel tempo, prima che la Torre di Babele fosse sciaguratamente costruita e la storia cominciasse inumanamente a dipanarsi nella direzione sbagliata. E mia madre rivolgeva di tanto in tanto penosi sorrisini al vicino confuso mentre l’ascensore si sollevava a fatica fino all’undicesimo piano, districandosi in un silenzio di melassa.

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