Giuseppina Torregrossa e Andrea Purgatori “svestono” Manna e miele, ferro e fuoco

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Quella sera la libreria romana ospitava una bella signora. Era primavera. Una primavera come tante. E lei raccontava di come il riverbero del profumo di gelsomino per le strade della città rendeva tutto più possibile, tutto più vero e tutto più vicino:

Quella sera la libreria romana ospitava una bella signora. Era primavera. Una primavera come tante. E lei raccontava di come il riverbero del profumo di gelsomino per le strade della città rendeva tutto più possibile, tutto più vero e tutto più vicino: “c’era un odore pazzesco. Ero in Via Libertà a Palermo. Ero con un amico e lui mi raccontava la storia della sua famiglia. Non c’entra niente con la manna. In questo romanzo per un lungo periodo parlo di Romilda. Romilda, però, si vede solo dopo molto tempo. Per un anno ho cercato Romilda e lei mi sfuggiva tanto è vero che nel romanzo anticipo la sua nascita, anticipo la sua l’educazione, anticipo tante cose, ma Romilda viene fuori molto più avanti”.

 

E’ Giuseppina Torregrossa a parlare del suo romanzo, Manna e miele, ferro e fuoco(Mondadori, 2011). Una storia al femminile che si intreccia, forte e coraggiosa, come solo le donne siciliane riescono ad essere, con altre storie. E poi, quei personaggi, “avvolti” nella sapiente e dolce arte dei raccoglitori di manna e di miele che diventano, si trasformano, quasi come avviene in una reazione chimica, in esseri forti come il ferro e caldi come il fuoco. Sullo sfondo, la Sicilia e il “suo” Rinascimento che fanno da avamposto al quotidiano di una famiglia il cui “capo” è un mannaluoro, un incisore di frassini, uno che raccoglie la manna.

 

Il gioco di parole che descrive ambienti, paesaggi e antiche arti, presto diventa ammaliante per chi ascolta e si mescola, ancora una volta come una reazione tra elementi chimici, alla curiosità di Andrea Purgatori, il giornalista e lo sceneggiatore che “doppiettando” con l’autrice chiede: “Manna e miele, ferro e fuoco, perché?”. Ed ecco, che il romanzo inizia a “svestirsi” della sua staticità: “sono quattro elementi fortemente evocativi. Manna e miele sono la linea della dolcezza, della fecondità, della ricchezza e si legano alla linea femminile. Ferro e fuoco sono la linea del potere, della prepotenza. Poi, a un certo punto questi quattro elementi si mischiano e il prodotto, come sappiamo, è sempre qualche cosa che non somiglia agli elementi di partenza della reazione. Il ferro e il fuoco assumono le fattezze della passione, la manna e il miele rimangono invece quello che sono”.

 

La curiosità del giornalista, a questo punto, non trascura la Sicilia, le sue storie di vita e la “sua” manna. E Giuseppina Torregrossa, con gli occhi che risplendono della luce calda della sua terra, racconta: “normalmente la Sicilia  è terra aspra, non è terra dolce. Le donne siciliane sono donne severe, sono poco inclini alla tenerezza e anche i padri, tutto sommato, hanno questa grande passionalità. Anche laddove la mamma dice a Romilda ‘ti voglio bene’, in fondo non c’è una accettazione incondizionata. La famiglia di Romilda è una famiglia dotata da una grande sensibilità. Il mannaluoro, nella scala sociale, non è il semplice contadino, e nella comunità viene tenuto in grande considerazione. Il mannaluoro, proprio per il tipo di lavoro che fa, perché il frassino non si può incidere in continuazione, pertanto l’incisione deve essere sempre contenuta e ci vuole abilità, una particolare attenzione alle condizioni dell’albero, è una persona particolarmente sensibile. Tutto questo può essere insegnato ma l’esperienza da sola non basta, ci vuole sensibilità, ci vuole talento e il talento si porta dietro la cultura e la cultura contadina ha radici antiche. Io sono stata a fare manna per scrivere questo libro. Ho conosciuto la vecchia guardia dei mannaluori, di quelli che facevano la manna per bisogno. Questo mannaluoro è più un filosofo. Io sono stata vicino a lui che mi ha insegnato a incidere”. E poi, il racconto dell’autrice finisce per “inseguire” la figura femminile di Romilda, bambina prima e donna poi, “fortemente voluta dalla moglie del mannaluoro perché pensa alla vecchiaia e pensa che una figlia femmina le possa tornare utile. Romilda nasce e cresce sviluppando dei talenti che l’avvicinano alla natura però a un certo punto la sua storia si unisce a quella del Barone di Ventimiglia.  Un Barone che in realtà non nasce nobile ma diventa nobile perché adottato. A 13 anni, Romilda, viene pretesa in matrimonio da questo nobile.”

 

E il “patimento” diventa, a questo punto della serata, per Andrea Purgatori e il pubblico in sala, motivo di nuovo interesse. L’autrice spiega, appunto, il patimento attraverso le tecniche adottate in agricoltura: “le piante normalmente quando sono in una condizione di benessere, hanno acqua, luce, continuano a vegetare ritardando il momento della fruttificazione. Si dice che la pianta non allega i frutti che restano piccoli e acerbi e allora l’agricoltore interviene nel momento in cui la pianta sta vegetando privandola dell’acqua e della terra di modo che la pianta va in patimento e perde dei frutti per la sopravvivenza della specie. A quel punto, l’agricoltore incomincia a ridare acqua e terra. La difficoltà è quella di trovare l’equilibrio per farla fruttare al meglio”. Manna e miele, ferro e fuoco è un libro scritto, come dice Andrea Purgatori, da una “siciliana con il gusto che quando c’è da raccontare qualcosa di importante lo fa in siciliano, usando il dialetto e queste parole in alcuni casi rendono meglio dell’italiano”, ma è anche un romanzo-fotografia di luoghi che si portano nell’anima il profumo, intenso come il gelsomino in una sera di primavera, di  vero e autentico.

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