Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

ra un luminoso mattino d’aprile, e mai avresti detto che in un simile mattino potesse accadere qualcosa di brutto. Ero ancora a letto, avvolta nel tepore dell’ultimo sonno, quando squillò il cellulare.

ra un luminoso mattino d’aprile, e mai avresti detto che in un simile mattino potesse accadere qualcosa di brutto. Ero ancora a letto, avvolta nel tepore dell’ultimo sonno, quando squillò il cellulare.
“Olga, sono Cody. I nostri rispettivi coniugi se la fanno da tempo e ne ho le prove. Ho qui davanti a me quella gran troia della Bopi e lo ha anche ammesso. Se vuoi raggiungimi in studio e ti mostro tutto.” Ogni altra parola mi morì in gola e riuscii solo a biascicare “arrivo”. Un formicolìo bruciante mi colpì agli arti mentre tentavo di alzarmi per correre in bagno, piegata da un attacco di colite.
Erano trascorsi quasi quattro anni da una telefonata molto simile.
“Ciao Olga, sono Uto. Se già non lo sai volevo informarti del fatto che Raz e quella puttana di mia moglie Lupa intrattengono da anni una relazione.” Anche allora era mattina e mi trovavo a letto, ma diversa era stata la mia reazione, lì almeno ero riuscita ad articolare qualche suono in più. Chissà perché i mariti mi chiamavano sempre a quell’ora. Chissà poi perché chiamavano me e non si chiamavano tra loro, magari per accordarsi e prendere a randellate in testa quel porco di Raz.
La colite rende difficoltosa l’uscita da casa. Ogni volta che sto per chiamare una macchina devo correre in bagno. Come dio vuole guadagno l’uscita e riesco a inforcare un taxi. “Sopporta Olga, hai sofferto dolori anche più grandi”, mi ripeto mentre attraverso Milano diretta allo studio di Cody, che fa il ginecologo. Tra una paziente e l’altra mi mostra la documentazione in suo possesso. Lettere d’amore di lei a Raz, sms. Donna d’altri tempi la Bopi, ha tenuto una sorta di diario scritto a mano della sua passione per Raz. Non riesco a concentrarmi, idee bizzarre si imbucano nel mio cervello. Penso che oggi non vorrei essere sotto lo speculum di Cody, potrebbe avere mani poco ferme. Potrebbe come un serial killer far pagare alle pazienti le colpe della moglie. Potrebbe fare di tutto oggi questo Cody, compreso squarciare le vagine delle clienti, ma non ci ha proprio pensato di utilizzare l’attrezzo su Raz. Rompergli il culo, ad esempio, seviziarlo, evirarlo. È pur sempre un medico, potrebbe combinare qualcosa di buono. Invece no, sta qui seduto alla scrivania, e come un poliziotto in pensione mi esibisce il frutto delle sue indagini. Mi ritorna in mente un verso di una poesia che Raz ogni tanto mi recitava “mio blu, diceva, mio blu…”. La mente s’affaccia sull’abisso, vedo lei sotto di lui mentre fottono, bastardo lì duri di più? perché con me sei davvero un razzo. Raz e Lupa, Raz e Bopi. Lupa, la mia ossessione. Nera come l’ebano e magra, quante volte ho ripassato il suo corpo, così diverso dal mio. Ora Bopi, magra anche lei, seni finti e occhi da mucca, tanto, troppo gentile. La zia Bopi e la zia Olga per i nostri figli, chi potrà raccontare loro questa turpe storia? Devo andarmene, odio anche te Cody, quanto e più di quella puttana di tua moglie. Potevi uccidere lei e Raz, invece stai uccidendo me, sei sicuro di essere un uomo e non un eunuco?
Riprendo un taxi e vado da lui. Ormai tutto è chiaro. Troppo presa nel tentativo di rianimare quello stanco leone che era stato un tempo un amore, credevo d’aver tenuto gli occhi spalancati e invece li avevo chiusi, affidandomi a lingerie e belletti, manicaretti e acquiescenza, consigli da riviste femminili e manualetti di psicologia.
Raz mi sta aspettando. Quante volte ti ho raggiunto all’ora di pranzo in questa piazzetta del centro, quante altre donne hai scopato Raz? quante ne hai fregate oltre a me, con quella tua mascella americana e il sorriso gentile? Ci sediamo su una panchina, in silenzio. Tengo gli occhi fissi al terreno, la ridda dei ricordi scompostamente continua. Io che accucciata guaisco di dolore, 4 anni prima, ai tempi della puttana Lupa. Ti ricordi che mentre ululavo come una cagna me l’ero fatta addosso? Sii maledetto Raz.
“Olga, lasciami dire qualcosa.”
“Che cazzo hai ancora da dire Raz? me l’hai portata in casa, hai permesso che i nostri figli la chiamassero zia, che razza di merda sei?”
Sollevo gli occhi e mi pare di vederti per la prima volta. Una brezza lieve porta alle mie narici il tuo odore, quell’odore che amavo tanto, di bambino pulito. Ti annusavo sempre, tu che non sudavi mai e non sapevi che di sapone. Avrei dovuto diffidare di un uomo che non puzzava mai. Riporto gli occhi al suolo, non posso guardarti Raz.
“Olga, mio blu, io ti amo, amo solo te. Le altre sono niente, semplici scappatelle.”
Scoppio in una risata sguaiata. Sai di poco Raz e sei anche poco. Sei un bambino e un poveraccio. Sono una poveraccia anch’io, ma almeno lo so. Sembravi gentile e intanto affondavi una mannaia nelle mie membra. Avrei dovuto diffidare anche della tua gentilezza. Rialzo lo sguardo su di te. Sei così bello Raz, e io così disperata, in questo crudele mattino d’aprile.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'