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Il Film: Hereafter. Di quell’incerto confine

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Esempio quasi mitico di vitalità e creatività artistica in età avanzata, Clint Eastwood continua a proporre film notevoli su temi sempre diversi; basta scorrere la sua filmografia degli ultimi anni

Esempio quasi mitico di vitalità e creatività artistica in età avanzata, Clint Eastwood continua a proporre film notevoli su temi sempre diversi; basta scorrere la sua filmografia degli ultimi anni: Gran Torino è del 2008; Invictus del 2009; questo di cui parliamo, Hereafter, del 2010 ed è in preparazione Hoover, sul controverso fondatore della FBI, J. Edgar Hoover, con Leonardo Di Caprio, per l’anno in corso.

Si diceva in una di quelle occasioni [V. su “O”: “Gran Torino”, di Clint Eastwood 
del 22.03.09]: “Clint sta facendo questi bei film non malgrado stia invecchiando, ma perché è invecchiato, e questi temi sono adesso per lui pressanti, ineludibili”.

A maggior ragione questo vale per Hereafter, che tratta dell’aldilà da una prospettiva laica, inconsueta; molto coinvolgente.

La sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen; Frost/Nixon, tra gli altri) costruisce, con tre storie esemplari, una appropriata cornice per un tema popolare. Storie straordinarie di gente comune – si potrebbe dire – in cui è il caso a muovere i fili delle vite individuali, con espresso riferimento a Charles Dickens.

 

La giornalista televisiva francese Marie Lelay (Cécile de France) è coinvolta nello tsunami in Indonesia, mentre si trova in vacanza in un villaggio turistico sulla costa. Travolta dall’onda, rimane per qualche tempo tra la vita e la morte e riesce infine a sopravvivere, mantenendo un incancellabile ricordo di quei momenti.

George Lonegan (Matt Damon) vive a S. Francisco ed ha un particolare talento: riesce a stabilire un contatto con il regno dei morti tenendo per un istante le mani di una persona che ha subito una perdita. Ma vive questa sua attitudine come un peso, più che una fortuna, e decide di smettere di esercitarla.

 

I due gemelli Jason e Marcus (George e Frankie McLaren) vivono a Londra una problematica fanciullezza, al fianco di una madre con problemi di dipendenza da droghe. Si fanno forza tra loro come possono fino al momento in cui Jason è vittima di un incidente stradale e Marcus rimane da solo.

Da questi tre fili narrativi il film si dipana, alternando le vicende dei personaggi, con gran senso del ritmo; così che lo spettatore arriva alla fine di ogni singola scena con il desiderio di saperne di più… Come doveva accadere ai lettori di Dickens, appunto, coinvolti dalla storia di cui dovevano aspettare il seguito nella successiva dispensa mensile.

Il ricordo di Marie, nel film, è definito dalla dottoressa che lei va a consultare in una clinica svizzera, una esperienza di morte apparente.

Questa – Near Death Experience (N.D.E.) – è un’entità ben nota in medicina, o meglio, nelle unità di cure intensive.

Alcune persone – dal 4 all’11 % – sopravvissute ad un evento potenzialmente letale, con i caratteri usualmente associati alla morte clinica – almeno due dei seguenti segni: assenza di attività cardiaca, assenza di attività respiratoria, midriasi (pupille dilatate, non reattive) – conservano memoria di uno straordinario evento.

Questo tipo di esperienza è sempre più frequente grazie all’aumentata sopravvivenza derivata dalle moderne tecniche di rianimazione. Il ricordo è riferito in modo singolarmente costante, in tutto il mondo, in tempi e culture diverse.

 

We defined ‘Near Death Experience’ as the reported memory of all impressions during a special state of consciousness, including specific elements such as out-of-body experience, pleasant feelings, and seeing a tunnel, a light, deceased relatives, or a life review”.

[Da: Lancet; 1980 e segg.] [Definiamo ‘Esperienza di Morte Apparente’ la memoria delle impressioni provate durante uno speciale stato di coscienza, che include elementi specifici quali il ‘sentirsi fuori dal corpo’, sensazioni piacevoli e la visione di un tunnel, con una luce in fondo; di poter parlare con conoscenti o parenti defunti o di poter rivedere atti ed eventi della propria vita]

Diverse teorie sono state proposte per fornire una spiegazione scientifica del fenomeno, anche se nessuna è definitiva; si tratterebbe in sostanza di un particolare modo di funzionare del cervello in condizioni di estrema ipossia/anossia (carenza di ossigeno).

Ma il film non vuole certo essere una indagine rigorosa sui misteri dell’aldilà. Lo sceneggiatore è molto abile nel mettere insieme aspetti scientificamente accertati – l’esperienza di morte apparente, Near Death Experience – con la capacità di accedere al mondo dei morti, non parimenti verificata, se non del tutto fantastica.

Sfrutta cioè un effetto di trascinamento tra due fenomeni – uno relativamente frequente e verificato, ed uno improbabile – entrambi poco noti al grande pubblico, per costruire una trama avvincente.

Il risultato è una combinazione coerente e anche poetica, ma non realistica sul mistero dell’aldilà, che tale rimane.

Dopo uno sviluppo sempre più serrato, magistralmente servito dagli attori e con tutta naturalezza, i tre fili narrativi si congiungono. E la tensione accumulata si libera, in un finale che certo farà discutere, ma del tutto coerente con il rigore etico del Nostro, non da ora avvezzo – come attore e come regista – a camminare di fianco alla morte.

Viene il tempo, dopo tanto soffrire, che i due mondi – quello dei vivi e quello dei morti – devono fare la pace e separarsi, perché la vita continui. Era anche la conclusione di un’altra opera recente (romanzo + film), su un tema per certi versi analogo [V. su “O”: Cinema. Amabili resti del 21.02.10].

Cent’anni ancora di questi film, caro vecchio Clint!

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