La solitudine di Gatsby & Stoner

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Dal punto di vista della solitudine esistenziale Stefano Acquario paragona due grandi classici: “Stoner” di Williams e “Il grande Gatsby” di Fitzgerald.

Gatsby e Stoner, due individui così apparentemente lontani, addirittura opposti nelle azioni e nel carattere, sono in realtà intimamente accomunati dalla stessa origine e dal medesimo destino: una nascita nella povertà e una morte in solitudine.

Sono entrambi figli di contadini, gli stessi che Fitzgerald cita quando scrive “Gli americani… sono sempre stati riluttanti all’idea di aver l’aspetto di contadini” e che, riferendosi ai genitori di Gatsby, vengono descritti come “contadini inetti e falliti”.

Non è un caso che in uno dei tòpoi narrativi dell’epopea western-cinematografica gli agricoltori siano quasi sempre rappresentati come imbelli e inermi, trovandosi inevitabilmente nella necessità, a fronte delle ineluttabili vessazioni di cui saranno vittime, di assoldare l’eroe-pistolero che li difenda.

Entrambi i protagonisti dei due romanzi sembrano così avere, nella corsa per la vita, una partenza ad handicap: la povertà o assenza di risorse diventa una metafora psicologica del disvalore attribuito alla nascita ai due personaggi.

Sono bambini prima, giovani poi, privi anzi deprivati di un riconoscimento di sé come individui dotati di un valore: partono per il mondo alla ricerca del riconoscimento mancante, il bisogno la cui gratificazione potrebbe essere l’unica a salvarli da un destino infelice.

Le diverse modalità e azioni che compiranno i due personaggi, portandoli ai due estremi di un filo comune, richiama alla mente i bambini abbandonati, fino a pochi decenni fa, in istituti e orfanotrofi. Bambini abbandonati in istituto poco dopo la nascita, dove trascorrevano gli anni fino alla maggiore età con il marchio di un messaggio svalutante, la prova provata, di essere dotati di scarso o nullo valore, comunque insufficiente per essere considerati meritevoli di poter rimanere con i propri genitori.

I comportamenti e gli atteggiamenti messi in atto dai bambini per ottenere riconoscimento, gravitavano attorno ai due opposti estremi dell’iperadattamento o del disadattamento.

Stoner, segue la via dell’iperadattamento: s’inserisce nel mondo (vicino) da cui è considerato poca cosa, adattandosi alle sue regole, rigido osservante di queste ultime, a tal punto da non riuscire a comprendere, ricevendone grande danno, come esse possano essere invece violate, in virtù di un’intelligenza sociale che non gli appartiene, pur lui intelligente, in quanto privo di una vera, positiva esperienza relazionale.

Gatsby è invece un disadattato: è un criminale, truffatore, manipolatore. Anche lui si sente poca cosa ma si aggrappa in modo quasi violento a se stesso, tirandosi su da solo, come il Barone di Munchausen con il proprio codino, diventando un “figlio di Dio” che “doveva occuparsi delle cose di suo padre… costernato dall’indifferenza feroce dimostrata dall’istituto (Lutheran College di Saint Olaf) per i tamburi rullanti del suo destino”. Gatsby identifica nella ricchezza e nel possesso il segno e lo strumento, al tempo stesso, del riconoscimento da un mondo di cui nell’intimo non si sente (e mai lo sarà) veramente parte.

Gatsby e Stoner, entrambi parvenu delle relazioni umane, percepiscono in modo confuso che soltanto l’amore può estinguere veramente la propria sete di riconoscimento: quando trovano la persona amata sono disposti a spazzar via, in un momento, tutto ciò che hanno costruito in vita loro per poter soddisfare quel bisogno.

Stoner progetta di lasciare l’Università e andare a vivere con la propria amante, Gatsby chiude il suo palazzo alle feste nel momento in cui comprende il fastidio di Daisy riguardo ciò. Nessuno dei due riuscirà a vivere la propria storia d’amore: sono e rimarranno, appunto, parvenu del mondo e delle relazioni affettive, inesperti, impacciati, senza aver mai veramente appreso come stare dentro un rapporto di amore e di reciprocità. Le loro strategie compensatorie di adattamento si riveleranno, infine, il più grande ostacolo alla realizzazione dei propri desideri, oltre che una prigione di solitudine.

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