Condividi su facebook
Condividi su twitter

Anna Politkovskaja: Proibito non parlare

di

Data

Ci sono delle operazioni commerciali talmente spudorate che fanno quasi rabbia. Niente fa guadagnare (i vivi) più dei morti.

Ci sono delle operazioni commerciali talmente spudorate che fanno quasi rabbia. Niente fa guadagnare (i vivi) più dei morti. E non si parla solo di succulenti omicidi che fanno aumentare la tiratura dei giornali. Courtney Love si è assicurata una lauta pensione grazie a Kurt Cobain. E citare Yoko Ono sarebbe troppo banale. Ma non sono solo le vedove affrante a ricevere la materiale consolazione. C’è sempre un intero mondo alle spalle – negli esempi quello discografico – che ne gode i frutti.
E poi, ci sono le eccezioni. Quelle che, anche se si ha il sospetto mìrino più a far girare l’economia che ad altro, non fanno rabbia. Tutt’altro. Proibito parlare è un’eccellente eccezione. Edito dalla Mondadori ed in uscita nelle librerie questa settimana, il libro è una raccolta di alcuni articoli di Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. La Politkovskaja era il classico personaggio scomodo. Sarebbe stato scomodo in qualunque democrazia – o almeno dichiarata tale – nel mondo, figuriamoci nella Russia di Putin. La soluzione migliore lì resta sempre quella di eliminare il problema alla radice. Senza neanche preoccuparsi più di tanto di occultare le prove, tanto sarebbe stato uno sforzo superfluo. La giornalista della “Novaja Gazeta” è divenuta celebre, perlomeno all’estero, per le sue inchieste sulla Cecenia. La guerra, gli sfollati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, i soprusi impuniti dell’esercito russo compiuti ai danni della popolazione civile. È per quello che scriveva e denunciava che è stata freddata nell’ascensore del suo palazzo da un assassino professionista. È per quello che scriveva e denunciava che le è stata tappata la bocca definitivamente. Davvero sconfortante. Soprattutto per l’idea che lei aveva del suo mestiere: “non mi sento di adempiere ad una missione – diceva – svolgo solo il mio lavoro, che consiste nel raccontare ciò che succede”. Questo è il tipo di giornalismo che hanno tentato di uccidere. Non ci sono dubbi sulla gravità della questione. Ce ne sono, invece, sulla reazione che deve seguire. La Politkovskaja non può essere morta invano; è necessario dimostrare che si sbaglia chi sperava che dopo il polverone iniziale sollevato dalla vicenda tutto sarebbe tornato come prima.
Il silenzio. Non c’è sconfitta peggiore per chi davvero crede nella libertà – parola tutt’altro che vuota – che lasciare che tutto venga avvolto nuovamente dal silenzio. E allora “Proibito parlare” è molto più di un libro. È riscatto, è speranza, è conoscenza. Conoscenza non solo di fatti gravissimi che avvengono a chilometri dall’Italia, ma anche di possibilità di confronto con ciò che accade a casa nostra. Al di là del discorso sulla libertà di stampa – e non si dica che la differenza è che qui non si uccide: è lecito avere dei sospetti sul caso Ilaria Alpi? -, ci sono altri spunti per riflettere sulla nostra società.
Interessante l’articolo della giornalista russa che dà il titolo alla raccolta pubblicato venerdì scorso dal settimanale “Internazionale” (altri suoi scritti si possono trovare sul sito della rivista):

“In Russia, negli ultimi sei mesi, lo sciopero della fame è diventato l’unico mezzo con cui difendere la libertà di espressione nel rispetto della legalità costituzionale. […] Urlare alle manifestazioni è diventato, in pratica, un inutile passatempo, un modo per incontrare gli amici: ti ascolta solo chi la pensa come te e ne sa già abbastanza. Partecipare ai picchetti non ha senso, serve solo a scaricarsi la coscienza. […] Così in Russia, nel 2005, lo sciopero della fame è diventato un buon metodo per dire ad alta voce cosa si pensa e perché si protesta”.

Peccato, davvero, che qui Pannella abbia già abbondantemente svuotato di significato anche l’ultima valida forma di protesta che rimane.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'