Giovanna De Angelis: “La memoria è sempre individuale”

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Nel suo libro Le donne e la Shoah, Giovanna De Angelis, riempiendo un vuoto storiografico, ha indagato sulle ragioni della sorprendente capacità di resistenza che le donne dimostrarono al’interno dei...

Nel suo libro Le donne e la Shoah, Giovanna De Angelis, riempiendo un vuoto storiografico, ha indagato sulle ragioni della sorprendente capacità di resistenza che le donne dimostrarono al’interno dei ghetti e dei campi. L’autrice racconta la vita nei lager attraverso la testimonianza di donne che hanno vissuto la perdità della maternità o la conoscenza della maturità nelle condizioni di disumanità della deportazione.

Come ha scelto di iniziare una ricerca sul rapporto tra le donne e la shoah?
Il mio interesse per la shoah è un interesse di antichissima data, dovuto a motivi privati, amicali e di studio. Il mio interesse per le donne è legato a motivi accademici, il libro è una rielaborazione della tesi di dottorato in storia delle scritture femminili. Sono riuscita a unire queste due cose perché, all’interno di quell’ambito, la shoah era il mio campo privilegiato di studio.

Quale specificità hanno le donne nei confronti della sofferenza nei lager?
Non è stata mia intenzione, e spero di non averlo fatto, stilare una classifica del dolore. Nel dolore non è possibile fare una distinzione di genere. Se c’è una specificità del dolore femminile è legata al corpo e alla maternità soprattutto. È significativo il caso di un campo vicino Berlino, solo per donne, dove inizialmente le donne incinte venivano fatte abortire entro l’ottavo mese di gravidanza, in una seconda fase consentivano il parto per poi affogare il bambino in un secchio d’acqua e poi in una terza fase lasciavano donne e neonato abbandonati a sè stessi fino alla morte.

Era con la pedità della maternità che si violentava maggiormente la donna?
Sì. Il comandante di Auschwitz dice delle cose precise sulle donne. Lui dice che le donne erano più forti degli uomini, questa è una sua impressione da comandante. Però, di fronte a determinate tragedie, la frattura con alcuni legami familiari e soprattutto quello con i propri bambini, diventavano delle incapaci. Donne che inizialmente reagivano alle condizione estreme del lager, improvvisamente, di fronte a questa rottura, diventando incapaci di mantenersi in vita. Vagavano per i lager cercando la morte e trovare la morte all’interno del lager era estremamente semplice.

Come mai le testimonianze delle donne sono arrivate così tardi, rispetto a quelle degli uomini?
Le donne hanno iniziato a scrivere in maniera consistente solo a partire dagli anni 80 e anche qui c’è stata una motivazione legata alla maternità. Non hanno voluto caricare i loro figli del peso della propria esperienza. Questo è un dato che emerge molto spesso dalle testimoninze delle donne anziane. Rendere leggibile a un pubblico più o meno ampio la propria esperienza lo hanno visto un modo per sovraccaricare figli che avrebbero dovuto subire una madre diversa. Cresciuti questi figli è stato finalmente possibile per queste donne mettere nero su bianco.

Ha raccolto le tesimonianze di molte donne deportate, in particolare c’è un forte riferimento a Edith Bruck…
La mia scelta è caduta su Edith Bruck perché presenta vari tratti di singolarità. Intanto la sua è una produzione costante negli anni e poi c’è una trasfigurazione narrativa che è molto forte, non è usuale tra le donne aver in qualche modo oggettivato l’io in altri protagonisti. Inoltre è ungherese emigrata in Italia negli anni 50 e parla malissimo l’italiano ma scrive in questa lingua per sottolinerae questa sorta di nomadismo. La sua patria non è l’Ungheria dove è stata umiliata, non si riconosce più nell’Ungheria e non è italiana, perché anche somaticamente è una donna dell’est. Non ho voluto intervistarla perché testimoniare le procurava dei dolori fisici anche se poi ha detto che dopo aver testimoniato, attraverso i libri, si è riconciliata.

È possibile paragonara la condizione delle donne nei lager con altre condizioni di umiliazioni storiche e sociali per le donne?
La shoah non può essere paragonata a nessun altro tipo di genocidio della storia dell’umanità. L’unicità della shoah è indubbia e intoccabile. Gli esperimenti sulla sterilizzazione, ad esempio, erano compiuti pensando di utilizzare il campo come laboratorio. A guerra finita, si potevano applicare i programmi di sterilizzazione su ampia scala sulle popolazioni considerate inferiori come gli slavi.

La soggettività della testimonianza è comunque un valore oggettivo nella ricerca storica?
Non lo è. Ci sono sono due parti diverse: c’è una versione storica di quella che è stata la vita nei campi, di come si è arrivati alla soluzione finale e poi c’è la memoria. La memoria è sempre individuale, ha una verità oggettiva in quanto verità individuale e dunque è parziale. Questo è inevitabile, memorie diverse spesso sono in disaccordo l’una con l’altra, ma questo è assolutamente consustanziale. Non era questo lo scopo del libro, pensare che attraverso una serie di memorie si potesse arrivare alla verità oggettiva ed è giusto che sia così, anche se la memoria è una fonte storica.

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