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Aime Bender – Grida il mio nome (Einaudi – Stile libero)

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I racconti della scrittrice americana Aimee Bender (Grida il mio nome – traduzione di Paola Novarese, Einaudi Stile Libero, pp. 152 e. 8,50) sono delle favole metropolitane che comunicano la voglia di gridare la solitudine

I racconti della scrittrice americana Aimee Bender (Grida il mio nome – traduzione di Paola Novarese, Einaudi Stile Libero, pp. 152 e. 8,50) sono delle favole metropolitane che comunicano la voglia di gridare la solitudine, la “perdita” dell’oggetto amato e il senso di “vuoto insostenibile” che ne deriva, l’impossibilità per uomini e donne di conoscersi a fondo e di comprendersi (sarà un caso che i personaggi dei racconti vogliano sempre “compenetrarsi” nei corpi degli altri?). Lo stile della Bender risente molto dell’influenza di Carver. Frasi brevi, spezzate che riescono a produrre l’efficace corto circuito fra realtà e magia.

Una settimana dopo la morte di suo padre, mio padre si risvegliò con un buco nella pancia. Non un piccolo buco, una sorta di leggera lacerazione della pelle; si trattava di un buco della grandezza di una palla da calcio e lo trapassava da parte a parte. Si poteva guardare attraverso di lui, come se fosse diventato un enorme spioncino.
Sharon! è la prima cosa che ricordo. Urlò il nome di mia madre, con voce dura, ordinandole di entrare nella stanza da letto, mentre mia sorella Hannah e io rimanevamo fuori, preoccupate. Si trattava forse di divorzio? Ci torcevamo le mani con nervosismo, e io provai un orribile fremito improvviso di allegrezza, perché c’era qualcosa di lievemente eccitante nell’idea stessa del divorzio.
Mia madre uscì, con espressione assente.
Andate a scuola, disse.
Cosa succede? chiesi. Hannah cercò di sbirciare. Cos’è che non va? chiese.
Ne parlarono durante la cena, promettendo una dimostrazione dopo il dolce. Una volta sparecchiata la tavola, mio padre sollevò la canotta bianca e sottile; sotto, dove gli altri avevano lo stomaco, stava un buco tondo. Tutt’intorno alla circonferenza, la pelle era ricurva e non mostrava segni di lesione.
Che cos’è? chiesi.
Lui scosse il capo. Non lo so, e in quel momento sembrò impaurito.
Dov’è andato il tuo stomaco?
Tossicchiò.
Hai mangiato? chiese Hannah. Ti abbiamo visto mangiare.
Impallidì.
Dov’è andato il cibo? Incalzai; eccole là a continuare a fare domande, quelle sue due figlie, io di dieci, l’altra di tredici anni. Non hai più l’ombelico, dissi. Sei un unico enorme ombelico.
Mia madre smise di sistemare i piatti e si appoggiò una mano sul collo, sotto le mascelle. Ragazze, proruppe, state zitte. (…)

I miei genitori si recarono dal dottore il giorno seguente. Il medico fece i raggi X e annunciò che gli organi interni di mio padre erano intatti. Andarono dal gastroenterologo. Questi spiegò che il processo digestivo di mio padre avveniva seguendo un arco, che il cibo scorreva lentamente lungo le pareti laterali, scivolando intorno al buco, e che aveva ancora tutti gli intestini, sebbene un po’ schiacciati, e perfettamente funzionanti.
Entrambi stabilirono che godeva di ottima salute.
I miei genitori percorsero il freddo parcheggio sotterraneo e si infilarono nell’auto diretti verso casa.
A metà strada, mentre erano in attesa del verde, mia madre chiese a mia madre di accostare, lui obbedì, allora lei spalancò la portiera e vomitò sul marciapiede.
Fecero inversione e tornarono dal dottore.
L’internista le prelevò il sangue, uscì, poi tornò dandole una strizzatina d’occhio.
Pare che lei sia incinta, annunciò.
Mia madre, di quarantatre anni, si appoggiò una mano sulla pancia e fissò dritta davanti a sé.
Mio padre, di quarantasei anni, si appoggiò una mano sulla pancia e questa andò dritta oltre la schiena.

Tornarono a casa alle sei e un quarto quella sera; Hannah e io eravamo in ansia: alle sei scattava l’Ora della Preoccupazione. Ci annunciarono subito le due notizie: Papà sta bene. Mamma è incinta.
Avete intenzione di tenerlo? chiesi. Mi piace essere la più piccola della famiglia, dissi. Non voglio un altro bambino.
Mia madre si strofinò dietro al collo. Certo che lo terrò, rispose lei. mi viene offerta un’occasione speciale e io adoro i bambini.
Mio padre, disteso sul divano, una mano rannicchiata dentro la pancia come un uccello nel suo nido, era di buon umore. Gli daremo il nome di mio padre, annunciò.
E se è una bambina? chiesi.
Edwina, rispose.
Hannah e io non riuscimmo a trattenere delle risatine soffocate, così lui ci spedì in camera nostra per aver mancato di rispetto al nonno.

Nove mesi dopo, il buco di mio padre era grande uguale, mentre mia madre esibiva la pancia più grossa che si fosse mai vista nei dintorni. Persino il dottore era sbalordito. La più grossa che abbia mai visto, le aveva detto.
Mia madre era fuori di sé. Mi sento una merda, proruppe quella sera a cena. Guardò mio padre con occhio torvo. Dico davvero. E poi tu non sei neanche così alto.
Mio padre grugnì. Era molto orgoglioso. La più grossa di tutte. Quello sì che era uno sperma di buona qualità.
Quando arrivò il momento di partorire, ci recammo tutti in ospedale. (…)
Mia madre spingeva e digrignava i denti, e spingeva e digrignava i denti. Il dottore stava in piedi vicino alle sue ginocchia e la incoraggiava con la voce: Ci siamo quasi, brava ragazza, eccoci – e !
Il bambino però non uscì come previsto.
Quando, finalmente, la testa spuntò in mezzo alle gambe, il dottore sbiancò per lo shock. Si immobilizzò con lo sguardo fisso. Smise di urlare Spinga, spinga, e la voce gli morì in gola. Mi avvicinai per vedere cosa stesse succedendo. E ciò che vidi in mezzo alle cosce di mia madre non fu la testa di un bambino, bensì quella di una vecchia.
Mio Dio, proruppe il dottore.
Mia madre si drizzò a sedere.
Sbattei le palpebre.
Cos’è che non va? chiese mio padre.
Entrò Hannah. Mi sono persa qualcosa? domandò.
La vecchia spinse fuori da sola il resto del corpo, si ripulì il braccio dal liquido amniotico e, dopo aver preso le forbici da chirurgo dalle mani del dottore, tagliò di netto il cordone ombelicale. Non pianse. Disse, in modo molto chiaro: grazie a Dio. Faceva così caldo là dentro gli ultimi giorni, che mi sembrava di svenire.

(…)

Mia madre fissò quel viso avvizzito e familiare che le stava di fronte. Mamma? Chiese con voce flebile.
La donna si voltò al suono di quella voce. Tesoro, disse, hai fatto un ottimo lavoro.
Mamma? Mia madre si mise una mano sulle orecchie. Cosa ci fai qui? Mammina?
Io continuavo a sbattere gli occhi. Il dottore era ammutolito.
Mia madre si rivolse a mio padre. Aspetta, disse. Aspetta. In Florida. Il funerale. Aspetta. Non è mai successo?
La vecchia non rispose, ma si sbarazzò di un grumo di sangue dal polso, facendolo cadere sul pavimento.
Mio padre ritrovò la voce. È colpa mia, disse piano e, abbassando la testa, sollevò la camicia. Il dottore lo fissò. Mia madre gli si avvicinò e la abbassò con violenza.
Non è vero, disse. Adesso statemi bene a sentire.
Hannah avanzò, diede una gomitata allo sbalordito dottore e cercò di guardare dentro.
Dov’è il bambino? chiese.
Mia madre si circondò il corpo con le braccia. Non lo so, disse.
Sono io, esclamò la madre di mia madre.
Ciao, nonna, dissi.
Hannah cominciò a sghignazzare.
Il dottore si schiarì la gola. Gente, disse, ecco la bambina.
Mia nonna distese le gambe avvizzite fino a toccare terra, poi prese a camminare, il corpo vecchio, minuscolo e curvo, diretta verso il bagno. Scelse una divisa da ospedale bianca, dall’attaccapanni appeso alla porta. Questa si appiccicò ai suoi fianchi scivolosi. Chiudete gli occhi, bambine, gridò loro al di sopra della spalla, non vorrete mica vedere una vecchia nuda.
Il dottore uscì dalla stanza, mormorando fitto fitto.
Mia madre chinò gli occhi sul pavimento.
Mi dispiace, disse. Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Mio padre le appoggiò il palmo della mano sulla guancia. Afferrai Hannah e la trascinai verso la porta.
Siamo qui fuori, dissi.
Udimmo la voce di mia madre farsi più dura mentre uscivamo. Nove mesi, stava dicendo. Avessi saputo che si trattava di mia madre, avrei almeno fumato qualche sigaretta.
Nel corridoio fissai Hannah e lei mi restituì lo sguardo. Edwina? esclamai ed entrambe ci piegammo in due , e risi talmente tanto che dovetti correre in bagno prima di farmi la pipì addosso.

Tornammo a casa tutti insieme quel pomeriggio. Nonna sul sedile posteriore tra me e Hannah, avvolta nella coperta da neonato che lei stessa aveva fatto, anni prima.
Me la ricordo, disse, accarezzando il tessuto soffice e rosa. Avevo fatto un bel lavoro.
Mio padre, mentre guidava, si tastò il buco.
Pensavo sarebbe potuta nascere una bambina senza stomaco, disse a mia madre seduta sul sedile anteriore. Non avrei mai immaginato niente del genere.
Le appoggiò una mano sulla spalla.
Amo vostra madre, disse accarezzandole il braccio.
Mia madre si irrigidì. Anch’io, disse, e allora?

Non ero andata al funerale del padre di mio padre. Si era svolto in Texas, ero appena guarita da una tonsillite, e i miei genitori avevano deciso che Hannah e io saremmo state meglio con i vicini per quel fine settimana. Pensateci domenica, aveva detto mia madre. Mi ero messa un grembiule nero quella domenica, Hannah invece si era ribellata e aveva indossato quello porpora; insieme, avevamo seppellito alcune ciocche dei nostri capelli sotto le radici lunghe e sottili delle piante dei nostri vicini.
Al loro ritorno, avevo chiesto a mio padre com’era stato il funerale. Lui aveva distolto lo sguardo. Triste, aveva detto, in fretta, grattandosi il collo.
Hai pianto? avevo chiesto.
Ho pianto, aveva risposto. Piango.
Avevo annuito. Ti ho visto piangere una volta, gli dissi con certezza. Mi ricordo, è stato durante l’inno nazionale.
Mi aveva dato un colpetto sul braccio. È stato molto triste, aveva esclamato a voce alta.
Sono qui vicino a te, gli avevo detto, non c’è bisogno che urli.
Si era avvicinato al muro e aveva preso la fotografia incorniciata in bianco e nero del nonno Edwin da giovane.
Era davvero bello, avevo detto, e mio padre aveva appoggiato la mano sul mio capo: il cappello più pesante, il migliore di tutti.

Tornati a casa dall’ospedale, Hannah e io sistemammo la nonna nella camera degli ospiti, mentre i nostri genitori si abbattevano nei loro nascondigli preferiti: nostro padre, sconcertato, sul divano, nostra madre, supina sul pavimento, intenta a fare gli addominali.
Fan culo che mia madre riuscirà a rovinarmi il corpo, brontolò, fan culo tutto quanto.
Andai a prendere un libro sui granchi di mare e lo portai in soggiorno; finsi di leggere sul divano. Hannah si precipitò al telefono all’istante. Davvero! La sentii dire. Giuro!
Mio padre guardò mia madre: testa, ginocchia. Su, giù.
Almeno tu puoi fare gli addominali, osservò.
Lei si mise seduta, digrignò i denti, tornò supina. Questo sì che è uno sperma di quelli buoni, disse quasi sputando.
Uno sperma miracoloso, continuò mio padre.
Scusate, mi intromisi, ci sarei anch’io nella stanza.
Miracoloso? chiese mia madre. Rifai tuo padre allora. Ordina al tuo cazzo di cromosomi di ricreare lui.
I seni presero a gocciolare, inutili, sulla maglietta: occhi velati e lattiginosi che fissavano ciechi il soffitto. Fece cento addominali e poi si lasciò andare sul pavimento.
Mammina, dissi, stai bene?
Sentivo Hannah chiacchierare nell’altra stanza. È morta a ottobre, stava dicendo. Sì, ho visto tutto.
Mia madre si voltò per guardarmi. Vieni qui, disse.
Posai il libro e mi avvicinai, andando a inginocchiarmi accanto a lei.
Mi appoggiò una mano sulla guancia. Tesoro, disse, quando muoio.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, all’istante.
Non morire, le dissi.
No, rispose, sto benissimo. Non morirò, almeno non adesso. Ma quando succederà, voglio che tu mi lasci andare.

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