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Ferrara: “Internazionale” rosa

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Il 5-6-7 ottobre si è tenuto a Ferrara il week-end di “Internazionale”, il settimanale, diretto da Giovanni De Mauro, che, unico nel suo genere...

Il 5-6-7 ottobre si è tenuto a Ferrara il week-end di “Internazionale”, il settimanale, diretto da Giovanni De Mauro, che, unico nel suo genere, promette “il meglio dei giornali di tutto il mondo”, come dice il motto. Compito che la rivista assolve a pieno da più di dieci anni e che le ha permesso di diventare l’alloggio prediletto delle maggiori firme mondiali di quello che viene chiamato da molti “new journalism”. Tra le firme internazionali più importanti ci sono Amira Hass, Noam Chomsky, Nick Hornby, Zuhair al Jezairy e molti altri, ma anche quelle italiane non sono da meno come Tullio De Mauro, Goffredo Fofi, Beppe Grillo, Antonio Scurati e Luca Sofri, e anche gli illustratori o meglio i graphic novelist più famosi tengono alcune strisce di fumetti sulla rivista, come il nostro Gipi, Yocci, Joe Sacco, Marjane Satrapi, Art Spiegelman e Guy Delisle. Molti, non tutti, di questi autori sono confluiti nella città estense per intervenire in una serie di conferenze, tutte a ingresso libero, che hanno avuto un grande successo e una partecipazione di pubblico superiore alle aspettative. Per avere un idea del week-end e della varietà dei temi proposti, si può visitare il sito della televisione sul web che ha seguito le tre giornate, dove si possono vedere numerosi video di interviste, convegni e quant’altro. Tre giornate in cui le donne, giornaliste, scrittrici e disegnatrici, sono state padrone oscurando (quasi) i maschi intervenuti. Prima fra queste Amira Hass, giornalista del quotidiano israeliano Ha’aretz, che ha deciso di vivere nella West Bank e nella striscia di Gaza per raccontare l’occupazione israeliana. Su “Internazionale” Hass cura una rubrica sulle condizioni di vita sempre più precarie dei palestinesi, rubrica poi raccolta da Fusi Orari (la casa editrice collegata alla rivista) in Domani andrà peggio: Lettere dalla Palestina e Israele 2001-2005. Come lei anche Svetlana Aleksievic, scrittrice bielorussa, ha condiviso la sofferenza dei popoli di cui raccontava la storia. Aleksievic ha raccolto più di 800 interviste a Cernobyl e le ha lavorate e pubblicate in quello che viene considerato il suo capolavoro: Preghiera per Cernobyl. Una piccola donna coraggiosa Aleksievic che ha indagato la situazione delle donne sovietiche di fronte alla seconda guerra mondiale (La guerra non ha un volto di donna), la condizione dei reduci della guerra in Afganistan (Ragazzi di Zinco) e il fenomeno dei suicidi nell’ex-Urss in seguito alla caduta del muro di Berlino (Incantati dalla morte). Ma è stato sabato 6 ottobre che si è tenuto l’incontro più femminile, intitolato “Un mondo di storie: narrativa e giornalismo”, con Laila Lalami, scrittrice marocchina, Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano, Arundhati Roy, scrittrice indiana e Elif Shafak, scrittrice turca, coordinati da Goffredo Fofi. Proprio Fofi ha introdotto gli ospiti insistendo sul fatto che sono “tutti autori accomunati dall’inglese, lingua dell’impero, ma anche esperanto” e che fanno parte di “un mondo del giornalismo che è condizionato dai poteri forti che hanno imposto un pensiero unico”. Lalami ha esordito con La speranza e altri sogni pericolosi, “sei storie classiche con cui cerca di spiegare il Marocco agli americani fuori dai luoghi comuni”. Shafak è l’autrice di La bastarda di istanbul “un romanzo corale sull’onestà e i conflitti”, mentre Reyes, l’unico maschio, è uno scrittore ex-boxer che denuncia le ingiustizie della Colombia. Fofi spende un po’ di parole in più per Arundhati Roy che ha scritto un solo romanzo, il best seller Il dio delle piccole cose, “che è un grande melodramma, cioè una storia d’amore impossibile tra due giovani provenienti da caste diverse nell’India di oggi”, ma che è importante per “gli articoli straordinari” e i libri di saggi che l’hanno resa “la più grande giornalista contro le caste del potere”, una delle donne più impegnate e “radicali” del continente indiano. Poi la parola passa alle conferenziere:

Laila Lalami: Vivo negli Usa dal 1990, anno in cui mi sono trasferita lì per lavoro, e, come me, molti scrittori del terzo mondo condividono questa condizione, sono costretti a trasferirsi. Nessuno è emigrato per scelta. Quando sono arrivata negli Stati Uniti c’era solo un argomento trattato dai media nazionali: Monica Lewinsky. Subito capii che se volevo delle informazioni dovevo rivolgermi a canali alternativi come radio e blogs su internet. Da quando sono negli Stati Uniti ho incominciato a pormi il problema della scelta tra fiction e no fiction e ho capito che la finzione non ha più un ruolo da giocare. Mi sono resa conto che dovevo scrivere per informare gli americani del Marocco, per raccontare la condizione dei marocchini. Ma è molto difficile, perché gli americani non leggono nulla, o quasi, in traduzione. La letteratura assurge ancora a consolatrice e i romanzi pubblicati e venduti negli Usa confermano sempre questo prototipo per il pubblico di lettori. Anche il problema della lingua per me è stato preminente. Originariamente sono bilingue: le mie due lingue madri sono il francese e l’arabo. Metto prima il francese perché sono stata educata con questa lingua di cui ho la perfetta conoscenza. Ma che cosa vuol dire scrivere in francese? Vuol dire adottare la lingua dei colonizzatori, riconoscere in essa un livello superiore rispetto all’arabo. Scrivendo in inglese mi distacco da le mie prime due lingue, anche se è difficile. Un altro problema è quello della religione e dei luoghi comuni che persistono in Usa ma anche in Europa. Sono etichettata come una “donna mussulmana moderata” e in quanto tale sono chiamata a rispondere di cose di cui non sono assolutamente esperta, invitata a convegni in cui si aspettano qualcosa da me che non so dargli. Non sono esperta in nulla. Un altro rischio, in cui incorrono molte scrittrice mussulmane che si trasferiscono in Occidente, è quello di acconsentire al luogo comune della donna mussulmana che denuncia le condizioni delle sue simili nel paese di provenienza. Si sfrutta l’effetto shock e lo scandalo, ma anche il mio libro rischiava di entrare in questo immaginario, così ho chiesto al mio editore di non mettere in copertina la foto di una donna islamica triste che campeggia sopra tutti i libri delle donne islamiche che scrivono in inglese.

Elif Shafak: Scrivo per i giornali, ma sono una romanziera. Quando penso alla mia formazione non faccio differenza tra passato e futuro. Nel corano c’è un’immagine che uso spesso per la sua potente metafora: in paradiso c’è un albero molto particolare chiamato Tuba. Si dice che cresca capovolto, con le radici rivolte in aria. Proprio come per gli alberi, ciò che permette agli esseri umani di crescere e sopravvivere sono le radici. Ma a differenza di quelle degli alberi, le radici degli esseri umani possono viaggiare. Proprio così le mie radici sono aeree: Istanbul, Madrid, Amman, Colonia, Boston. Non avere radici, o meglio averle rivolte all’aria, significa essere liberi. Liberi di raccontare. È per questo che mi sento maggiormente connessa con differenti culture. In Oriente i tuoi diritti sono soffocati, specialmente se sei donna, mentre in Occidente hai molti più diritti, ma questo non vuol dire che la vita di un artista di fiction sia più semplice. In Occidente c’è molta curiosità circa il mondo orientale, ma questa curiosità è legata agli scandali politici e non si è veramente liberi di raccontare il proprio mondo. Sono rari gli scrittori turchi tradotti, ma io mi rendo conto di avere molto meno autonomia dei romanzieri occidentali. Cerco di seguire il mio istinto, di informarmi, perché l’informazione è una forma di potere, ma spesso ti confinano in un “ghetto”, vieni isolato in una comunità mentale in cui le persone sono veramente poco in contatto tra loro. È come vivere da soli in una valle in cui si sente il proprio eco.

Arundhati Roy: Ci chiediamo se ci sia un posto per la narrativa in questo mondo. Ho scritto Il dio delle piccole cose nel 1997. Un anno dopo l’orgoglio fondamentalista e nazionalista indiano ha portato ai primi test nucleari del mio paese. È allora che il mondo mi si è svelato per tutto il suo orrore e follia. Prima era tutto più chiaro: il colonialismo era il nemico. Ma adesso chi è il nemico? In questi giorni si è parlato molto di giornalisti embedded, ma anche nella letteratura ci sono pressioni dagli editori e poteri forti. In India, a differenza che da voi, non abbiamo mai avuto un premier che possedesse tutti i mezzi d’informazione. Ma se scrivi o dici qualcosa di scomodo rischi di andare in prigione. Anche il problema della lingua mi ha sempre colpito e riguardato. Una volta ero stata invitata a un programma radiofonico della BBC e mi ha introdotto un uomo che ha giustificato il colonialismo in tutto il suo discorso. Diceva che la cultura britannica è quella definitiva della storia, la più alta e che il mio libro era un tributo a questa cultura, perché era scritto in inglese. Io l’ho guardato attonita, non sapendo che dire e alla fine ho risposto che si era un tributo, ma come il tributo di un figlio al padre che lo ha violentato. La mia tragedia è che amo l’inglese, come lingua, e la uso per distruggere gente come lui. Il problema è che in India ci sono 80 lingue e 3000 dialetti. Qual è la mia lingua? Se usassi l’indy userei la lingua della classe media. Usarne una vuol dire già fare una scelta di casta. Ma la difficoltà maggiore è cosa dire nella propria lingua. Un altro problema è la conoscenza. La conoscenza è una subdola forma di capitalismo, di neo-colonialismo. L’informazione e la conoscenza tendono infatti all’accumulazione. Ho notato che in India i movimenti di resistenza alla globalizzazione fanno un largo uso di informazione e di accumulazione di conoscenza. Credono, in buona fede, che questa sia la strada giusta per sconfiggere i nemici. Io avverto il problema all’opposto. Ho notato che un enorme accumulo di conoscenza ti fa fallire. I movimenti che invece si sono mantenuti integri e non si sono contaminati spesso, non sempre, hanno ottenuto dei successi. Per tornare al mio metodo di lavoro, non so quale sia. So solo che non posso smettere di scrivere. La no-fiction è come se ti scegliesse e rimane come il più profondo argomento della scrittura. Questa consapevolezza mi ha condotto a uno stadio successivo che è quello dell’inchiesta e della ricerca. Quando ieri ho sentito Amira Hass, il suo lavoro nella West Bank e nella striscia di Gaza, l’ho trovata unica nel suo genere e così simile a quello che provo a fare in Kashmir che è occupato dai soldati indiani. È un’occupazione e nessun giornalista lo dice. L’immagine che avete in occidente dell’India è positiva: la spiritualità, la ricchezza culturale, il the, il cricket, ecc ecc. Ma per darvi una veloce idea della condizione del Kashmir vi dico che più di 6mila persone sono state uccise dall’inizio dell’occupazione, che in Kashmir ci sono 130mila contadini, che il 20 per cento del territorio è fuori dal controllo governativo. Allora credo che bisognerebbe distruggere la differenza tra fiction e no-fiction e bisogna scrivere per il nostro meglio. Siamo noi che seguiamo il mondo, non il contrario. Le storie ci scelgono.

Postilla sulla Satrapi
La sera di sabato è stato presentato in anteprima il film Persepolis di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, vincitore a Cannes 2007 del premio della giuria. Tratto dal fumetto omonimo pubblicato in Francia dal 2000 al 2003, Persepolis racconta la vicenda autobiografica della Satrapi, 38 anni, che ripercorre la recente storia dell’Iran (la caduta dello scià, la rivoluzione islamica e l’esilio). Una storia commovente e profonda sull’incontro tra due culture, sulla aristocratica dignità dei persiani, sulla vuotezza dell’occidente, sul dramma della ricerca della libertà in Iran. Una damnatio memoriae dell’ayatollah Komeini che non compare mai, neanche nominato, nel film e nel fumetto. Satrapi, una vera e propria star, risponde con ironia e piglio alle domande del pubblico. Il film è assolutamente da non perdere.

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