Un nome non è solo un nome: a volte dietro poche sillabe può nascondersi una vera lezione di vita. Wabi Sabi è una parola giapponese intraducibile: è un modo di vivere, di osservare e apprezzare le cose attraverso il velo della loro imperfezione e della loro transitorietà. Tutto ciò che ci circonda è destinato a finire, a sgretolarsi sotto il peso del suo stesso dolore e della sua tragica realtà: noi stessi, i nostri corpi, le nostre vite sono un insieme di imperfezioni e incompiutezze. Com’è possibile dunque amare qualcosa di imperfetto e destinato a morire? A spiegarcelo è un libro per bambini uscito nel 2008, che vede protagonista un gatto di nome “Wabi Sabi” (Little, Brown Books) , perso nelle strade di Kyoto a chiedersi chi è, cosa significa il suo nome e qual è lo scopo della vita. Una vita che sembra sempre più noiosa, banale, incompleta: ed è proprio quando tutto sembra perdersi nella banalità e nel nulla che Wabi Sabi comincia il suo viaggio attraverso l’amore per l’imperfezione e per la quotidianità. Si può amare ed essere amati anche se non si è perfetti, belli, ricchi e di successo: una lezione che tutto l’occidente ha rapidamente dimenticato, ansioso di ricoprirsi dei segni ostensivi dell’affermazione sociale e morale. Riuscire a cogliere la bellezza nell’ordinaria imperfezione delle nostre anime e dei nostri corpi è forse la cosa più difficile da realizzare. Eppure il libro dello scrittore inglese Mark Reibstein insegna proprio questo: attraverso i disegni dell’illustratore Ed Young, la storia del piccolo gatto in cerca di se stesso e del suo posto nel mondo è un monito per tutti noi, sempre ansiosi di scovare la perfezione anche laddove non esiste.
“Wabi Sabi” di Mark Reibstein
Illustrazioni di Ed Young
Little, Brown Young Readers
