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I giornalisti non fanno notizia

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E c’è chi ha ancora il coraggio di dire che gli ideali sono qualcosa di intangibile. Non è così, e lo dimostrano gli scioperi indetti dalla Federazione Nazionale della Stampa...

E c’è chi ha ancora il coraggio di dire che gli ideali sono qualcosa di intangibile. Non è così, e lo dimostrano gli scioperi indetti dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) che hanno bloccato per quattro volte negli ultimi due mesi l’informazione nel nostro paese. Ed è previsto l’ennesimo stop per televisioni e radio nazionali il 24 e il 25 ottobre.
C’è tanto vociare intorno alla libertà di stampa, si proclama la sua essenzialità in uno stato democratico, dove il primo segnale d’allarme è proprio la sua assenza. Parole. Perché quando poi si guarda ai fatti, andando al di là della facciata che pur conviene mantenere, non si può non notare un’incessante tendenza allo smantellamento di tale libertà. Non si parla del solito – seppur gravissimo – conflitto di interessi per il possesso di più mezzi di comunicazione in concomitanza con un ampio potere politico. Di questo si è già discusso fino alla nausea negli ultimi anni, e mandare una rete Mediaset sul digitale terrestre non è certo la soluzione definitiva al problema.
L’argomento in questione è qualcosa che non fa notizia, anche perché non sostenuto da alcuna parte politica in particolare. E questo forse è l’aspetto più raccapricciante della faccenda. Un fatto assume più o meno importanza agli occhi dell’opinione pubblica in base allo spazio che gli viene dedicato, in particolare se riportato nel dibattito politico. Ciò, inutile dirlo, avviene solo se una o più parti ha interesse a portarlo alla luce.
Ma i numerosissimi giornalisti che hanno bloccato redazioni di periodici, quotidiani, agenzie e di emittenza nazionale pubblica e privata sono stati lasciati soli. Soli nella loro lotta per la libertà di stampa, che poi si traduce nella lotta per uno stipendio fisso e decente. Perché è più difficile essere indipendenti – intellettualmente indipendenti – se con l’onestà non ci campi. Eccolo qui un ideale molto terreno.
Per comprendere questa situazione, basta partire da un dato di fatto: i giornalisti sono senza contratto nazionale del lavoro da quasi 600 giorni. Per essere precisi, il suddetto contratto è scaduto il 28 febbraio del 2005. Secondo la prassi, la Fnsi ha presentato le linee generali della sua piattaforma, che sarebbe dovuta essere discussa con la Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg). La quale ha risposto con una sua controproposta, chiedendo che fosse questa l’oggetto del confronto. È stata tale intransigenza da parte della Fieg a far precipitare la situazione nell’impossibilità di trovare un accordo tra le parti. Iniziano così i primi scioperi nell’estate del 2005, reiterati poi nel corso dell’autunno dello stesso anno e nei primi mesi del 2006. I giornalisti arrivano a manifestare anche durante le Olimpiadi di Torino e nel bel mezzo del Festival di Sanremo. L’ultimo tentativo di negoziazione è avvenuto mercoledì 11 ottobre, giorno in cui la Federazione degli Editori ha respinto per ben due volte l’invito del Ministro del Lavoro Damiano di aprire un tavolo tecnico sulle trattative del rinnovo del contratto. Il continuo rifiuto di collaborazione da parte della Fieg viene giustificato con il “timore di un futuro privo di punti di riferimento”. Questa frase sibillina non vuol dir altro se non la paura della concorrenza, che non avviene più tra mezzi di comunicazione tradizionali; l’interazione è “con nuovi soggetti, con tecnologie sofisticate, spesso con sedi in altri paesi non sempre tenuti al rispetto di norme e contratti italiani”. Una paura davvero ingiustificata, almeno stando ai bilanci del 2005 secondo cui le aziende editrici possono vantare un aumento della pubblicità del 3,5% con utili da capogiro. E comunque, questo modello non ancora ben definito verso cui stiamo andando, “richiede più flessibilità e rapidità di adattamento al cambiamento”.
Eccola la parola magica: flessibilità. Intesa nel senso più ampio che si possa immaginare. Possibilità di licenziamento di vicedirettori e di revocabilità di capi dei giornali e cancellamento degli automatismi retributivi – gli scatti economici biennali che permettono di riconoscere la crescita professionale; ora come ora, questi scatti si rivalutano quando cresce la retribuzione. Gli editori puntano a congelare tale cifra, che quindi avrà sempre meno potere d’acquisto. E, ciliegina sulla torta, i nuovi assunti rischiano di vedersi ridotto lo stipendio del 50%. Tanto siamo un popolo di vecchi. Chiaramente gli autonomi, i free lance, non sono neanche menzionati, perché loro semplicemente non esistono per gli editori. Fa impressione incontrarli nelle manifestazioni di protesta, avvolti in lenzuola bianche, stile Ku Klux Klan, a mostrare il fatto che sono come fantasmi per i giornali per cui lavorano.
Potrebbe far qualcosa il Governo? Certo che potrebbe. È interessante la proposta di Stefano Zuccherini, Vicepresidente della Commissione Lavoro del Senato, che vorrebbe sospendere l’erogazione di finanziamenti pubblici agli editori fino al momento in cui verrà raggiunta un’intesa. Ma al momento questa è solo una proposta. Nel frattempo i giornalisti continuano a restare senza un nuovo contratto, e il braccio di ferro tra il Sindacato e gli editori rischia di durare ancora a lungo: otto sono gli scioperi in previsione fino alla fine dell’anno.
Chi ci rimette in primo luogo sono i lettori, che si ritrovano senza quotidiani in edicola e ridotti a sentire la versione ridotta delle notizie in un mini-tg.
Peraltro unico momento in cui potrebbero saperne qualcosa dei motivi degli scioperi, dalla voce del giornalista – che specifica esser stato autorizzato a parlare dal comitato di redazione – che legge un breve comunicato della Federazione Nazionale della Stampa. Un bel paradosso: l’informazione che finisce per non far informazione su se stessa.

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