Romain Gary e il veleno della scrittura

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Ci sono scrittori che si portano dietro il peso della morte per tutta la loro carriera, come un’ombra, una macchia che rincorre e avvelena ogni parola, ogni riga, ogni pagina che hanno scritto.

Ci sono scrittori che si portano dietro il peso della morte per tutta la loro carriera, come un’ombra, una macchia che rincorre e avvelena ogni parola, ogni riga, ogni pagina che hanno scritto. Romain  Gary potrebbe appartenere a questa categoria se non fosse che lui la morte è riuscito a sconfiggerla. Anzi di Romain Gary si potrebbe dire che non è neppure nato, o forse che è venuto al mondo troppe volte, per poi non sopportare più tutte le sue vite e decidere di farla finita in un freddo martedì di dicembre del 1980. Di lui non si può dire con certezza neppure quale sia il  vero nome o la data di nascita: Roman Kacew nato a Vilnius è riuscito a mutare nome e identità più volte, prima Romain Gary, poi Émile Ajar, Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi. Nomi diversi  con i quali ha firmato romanzi diversi, ed è riuscito, all’insaputa di tutti, a vincere due volte il Premio Goncourt, un’impresa impossibile visto che per regolamento può essere assegnato una sola volta. Eppure questo ex diplomatico, amante della bella vita e delle belle donne, c’è riuscito, semplicemente nascondendo la sua identità, cambiando nome, assumendo nuove forme dell’esistenza.

Proprio lui che la vita l’ha vissuta appieno, ne ha capito fin da subito la crudeltà e l’incoerenza, come quando scelse di raccontare la storia di un bambino di periferia, circondato da prostitute, povertà ed emarginazione, molti anni prima della rivolta delle banlieue (“La vita davanti a sé”, Neri Pozza). O come quando  ne “La promessa dell’alba” (Neri Pozza) descriveva gli uomini come degli eterni illusi, perchè nessuno li amerà più come sono stati amati da bambini. Eccolo il veleno dell’uomo, quella crudele dimostrazione d’amore chiamata maternità che ci illude di poter ricevere altrettanta grazia dal mondo: tutto ciò che assaggeremo in seguito, saranno solo “avanzi”, briciole cadute dal tavolo. Come cani disperati e rabbiosi ricercheremo nell’altro quella perfezione che abbiamo conosciuto troppo giovani, portandoci dietro “il veleno dei confronti” e sperando di ritrovare ciò che abbiamo avuto e perduto. Lui quell’amore contaminato l’ha cercato ovunque: nella vita, nella scrittura, nel successo, nella musa Jean Seberg sposata quando lei aveva vent’anni meno di lui. Non è bastato neppure farsi beffe dell’intelligentia francese, quando nel 1975 sotto il nome di Emile Ajar vinse il premio Goncourt, senza rivelare a nessuno la sua vera identità. Si scoprì tutto quando era troppo tardi, quando era già morto, quando ormai quel veleno che aveva visto scorrere per tutta la vita negli altri si era insinuato nel suo corpo fino a pietrificarlo. E non restava altro che ammetterlo a se stesso e al resto del mondo.

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