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Daniel della Seta: “Attraverso i cinque sensi si può entusiasmare il lettore, facendogli immaginare i piatti e i sapori”

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Daniel della Seta è un giornalista che colpisce per la sua personalità versatile e da vari anni cura come autore e conduttore programmi televisivi, radiofonici su Rai Radio 1 (Sapere i Sapori, L’Italia che va,),

Daniel della Seta è un giornalista che colpisce per la sua personalità versatile e da vari anni cura come autore e conduttore programmi televisivi, radiofonici su Rai Radio 1 (Sapere i Sapori, L’Italia che va,), spaziando dalla scrittura alla formazione. Come esperto del made in Italy, ha collaborato alla guida ai ristoranti di Roma “Il Mangelo”, un progetto di un’editrice milanese.  Romano, quarantenne, Della Seta ha scritto il libro “Le leggi razziali spiegati ai bambini”, oltre numerosi articoli sui quotidiani e magazine, saggi, sceneggiature per il cinema, dedicandosi alla scoperta di storie, esperienze, realtà.

 

Della Seta, la guida “Il Mangelo” va interpretata come un “Vangelo” del mangiare, una guida per i buongustai?

 

“Il Mangelo” è una guida che viene dal basso, un “Vangelo” del mangiare, un titolo divertente e ironico, è il frutto di lavoro di un team di persone appassionate del gusto, del sapore, della conoscenza di quello che è il sapere e il sapore nella vita quotidiana e dell’origine di provenienza dei prodotti. Conoscere chi siamo in funzione di quello che mangiamo. E’ partita da Roma e da Milano e si sta sviluppando su altre città, come Genova, Torino, Venezia e presto si aggiungeranno altri centri simbolo di una tradizione certificata e di antica data. E’ un progetto che coinvolge diversi giornalisti. E ne sono felice di aver potuto dare visibilità nel suo sviluppo.

 

Cosa comporta scrivere una guida della ristorazione?

 

Conoscere bene quello che sono le risorse e le ricchezze dell’economia del territorio italiano, in cui il giornalista s’incentra nella ricerca di quelli che sono i nuovi prodotti tipici: il vino, l’olio extravergine d’oliva, recuperare le tradizioni, conoscere le produzioni tipiche che usano le ricette delle nonne.

 

Quanta creatività e quanta tecnica c’è nella elaborazione di una guida ai ristoranti?

 

Si basa sull’onestà di chi la scrive. Questa guida non ha l’organizzazione di altri prodotti editoriali conosciuti. Non ci si presenta con un biglietto da visita. Gli appassionati del mangiar bene si recano nei vari posti d’Italia, pagano il conto e se la cucina vale, se ha delle caratteristiche innovative lo segnalano. Diamo un voto da 1 a 10, un buon ristorante ha in media 6-7-8 punti. A Roma visitano i luoghi e poi raccontano i piatti, i gusti, tramite tre parametri di giudizio: cucina, ambiente e servizio. Un buon posto può essere accogliente ma avere una cattiva gestione, mentre un altro un’ottima cucina ma in un luogo sacrificato…e poi le attenzioni sono fondamentali per il cliente. Il tutto corredato da informazioni dettagliate su indirizzi, telefoni, siti internet, uso delle carte di credito, e giorni di chiusura. E poi tutto è fruibile anche da smartphone.

 

Le recensioni pubblicate sono basate sulle opinioni di coloro che hanno inoltrato voti e commenti alla redazione de “Il Mangelo”. Tutte persone che hanno raccontato a modo loro i piatti tramite i 5 sensi. Avete lasciato la nota creativa di ognuno o avete portato la descrizione a una linea comune di scrittura?

 

Cerchiamo di uniformare la recensione e i contenuti sulla base dei criteri accennati con delle pennellate di colore interessanti che caratterizzano il locale.

 

Nella scrittura creativa esistono vie infinite per esprimere i cinque sensi. E’ vero che nella stesura di una guida il punto forte sia proprio convincere il cliente a seguire i vostri sensi?

 

Chi scrive e fa informazione utilizza i sensi…noh? Ascolto e immagino…e viene sollecitata una parte del mio cervello In radio si accende la fantasia perché immagino quel piatto che descrivo con note di colore e aggettivi indicati, in televisione lo vedo animato tra colori e immagino il sapore che possa avere sulla carta stampata, deve suscitarmi la voglia di mangiarlo o replicarlo. I cinque sensi sulla carta sono difficile da esprimere. Si può incentivare, entusiasmare il lettore, facendolo immaginare attraverso la guida i piatti, dei colori, la ricchezza della cantina, dell’accostamento di piatti di terra o di mare accanto a degli nettari, i vini particolari.

 

Avete un linguaggio diretto e semplice per descrivere i piatti o usate anche delle metafore?

 

Le metafore si usano per il vino, per sottolineare la bontà del nettare di Bacco. Ci sono delle sensazioni olfattive che ricordano i bouchet fioriti per i vini bianchi, intensi, all’assaggio hanno delle sensazioni olfattive sia per quanto riguarda il profumo, sia per quanto riguarda il gusto, che sono estremamente intensi con delle caratteristiche di ciliegia, sentori di mora, fruttati rossi,  per alcuni vini di grande corpo.

 

 “Il Mangelo” di Roma 2012 è tra le guide della Capitale una delle più complete sia per i numeri di locali recensiti, 803 ristoranti, sia per le informazioni contenute. Quanto tempo s’impegna in media per scriverla e quante persone hanno collaborato?

 

E’ un lavoro di squadra che presuppone preparazione testi, correzione, lavoro d’impostazione grafica, eventuali edizioni personalizzabili ad hoc, e tempi lunghi per la raccolta di tutte le schede, pensate alla fotografia di un territorio attraverso la sua offerta enogastronomica a tavola.  E talora genera qualche comprensibile apprensione tra l’editore e tutti i collaboratori, per il rispetto dei tempi. Si chiude a ottobre generalmente e si pubblica a novembre per essere pronti per l’anno successivo sempre più completi e aggiornati.

 

Quanto è utile una guida cartacea nell’era digitale?

 

La carta ha un suo fascino, girare il foglio, leggere, toccare con mano, sentire l’odore della stampa…è un’emozione autentica ogni qual volta si realizzi un prodotto editoriale. Il libro cartaceo non tramonterà mai, Ma i servizi e le opportunità delle nuove applicazioni possono coadiuvare ad esempio un servizio come questo di orientamento dell’utente nella scelta di un luogo.

 

Ha fatto diverse esperienze in radio e tv. Una trasmissione radio si basa su una sceneggiatura o scaletta?

 

Come in ogni prodotto di comunicazione, dove si racconta un’esperienza propria, in radio si cerca di essere particolarmente ordinati, descrivere in poche battute la notizia, per i tempi molto rapidi e l’utilizzo di stacchi musicali. Piuttosto un sommario in cui sono anticipati i servizi. Naturalmente c’è una scaletta. Io tengo solamente delle parole chiavi sulle quali costruisco il pezzo in maniera che sia più possibile naturale, con un tono che l’ascoltatore percepisce molto colloquiale, semplice alla stessa maniera di quando ti trovi con un microfono in mano davanti a migliaia di persone come accade per  “L’Italia che va…” oppure dinanzi a una platea di 300 persone. Cambia la tecnica con la quale poter parlare ma i contenuti, il ritmo, devono essere appropriati e personalizzati.

 

Che differenza c’è nel fare una trasmissione live e una registrata?

 

La trasmissione registrata ha la possibilità di una post produzione più curata, non ci sono tutte le pause che possono essere in una trasmissione in diretta. Il pezzo diventa piacevole all’ascolto, condito con della musica in sintonia. Deve mantenersi autentica e fresca, uniformarsi al palinsesto e alla linea della rete.

 

Nei reportage “Sapere i sapori” parla spesso dei prodotti e gusti. Che soluzioni trova per non ripetere sempre le stesse espressioni  e parole?

 

L’italiano è una lingua ricca di sinonimi, se io dico sapore, posso dire gusto o tante altre parole che sostituiscono quello che è il filo conduttore, quando dico impresa, dico azienda, realtà, storia di ricercatori. In radio si evita la ripetizione che è noiosa e denota una scarsa conoscenza del vocabolario da parte del giornalista. Molto spesso quello che manca ai docenti e professori universitari rispetto ai giornalisti è il dono della concisione. I giornalisti sono meno ridondanti,  autoreferenziali, debbono essere brevi nei loro interventi per tenere in pugno la platea. Chi ti ascolta non deve mai avere l’impressione che tu non sia preparato o non abbia chiaro il concetto espresso. Bisogna entrare nell’ottica di chi hai davanti, immaginare quello che loro vorrebbero sentire da te.

 

Una persona con un’ottima oralità potrebbe essere anche un buon scrittore?

 

Non è detto….Dipende dai contenuti, se uno sa quello che dice e quello che scrive. Normalmente chi sa scrivere sa anche parlare discretamente, può essere lento, veloce, può avere ritmo o no. Conosco gente che sa scrivere molto bene ed è terribilmente noiosa. Oppure delle persone che sono molto abili nell’arte della retorica, dell’espressione verbale, eppure mancano di contenuti. Ti accorgi se uno parla e dietro c’è il vuoto, oppure se ha dei contenuti che li esprime in una maniera capace.

 

Se una persona ha talento nello scrivere può essere eccellente in tutti campi media?

 

No. Chi sa scrivere poesie ha una grande capacità artistica, chi sa scrivere versi ha un’ intensità  di sentimenti ma non è detto che sia un buon oratore, anzi, spesso sono delle persone introverse. Persone che non sono capaci di esprimersi se non attraverso quei versi. Un bravo scrittore non è detto che non sia un bravo giornalista televisivo e viceversa.

 

Come fa Daniel Della Seta ad avere dei risultati in diversi campi dell’espressione dei media?

 

Studio, cerco di carpire e tradurre in positivo le esperienze che vivo dall’incontro ogni giorno con le persone. Il dono dell’ascolto e la teoria dell’ascolto è una delle fasi più importanti della comunicazione sociale. È il punto di partenza per imparare per poi poter esprimere di conseguenza. Lo studio deve essere associato all’ascolto, prima perché s’impara dalle persone che possono essere più grandi o a conoscenza di più termini e poi perché ti permette di apprendere e capire la psicologia, l’esperienza e il retaggio culturale di chi hai davanti e di adeguare il tuo stile, la tua espressione verbale al tuo interlocutore. Ci vuole molta umiltà, questa è una società dove non si ascolta e c’è troppa supponenza e manca di umiltà nell’imparare e mettersi in gioco a qualunque età…. È una società predominata dall’immagine: la fotografia, internet, cinema, immagini vincenti, lo slogan, ma i contenuti non vengono più elaborati, non si pensa più a leggere, a scrivere. Chi scrive, scrive per sé, non per altri, scrive per un piacere proprio.

 

Come docente e autore, quali principi di scrittura pensa che siano adatti per i nuovi media o la saggistica?

 

La chiarezza, la brevità del periodare, la scelta propria dell’aggettivazione che colora il racconto o la descrizione. Io ragiono come giornalista, ho sempre in mente chi debba leggere il mio pezzo, e spero senza annoiarlo. Non sono un docente per la scrittura, nella mia esperienza ho scritto delle sceneggiature per il cinema, testi legati all’informazione scientifica, al mondo dell’università, ho scritto e ideato un volume legato al tema della memoria nata da una storia di famiglia “Le leggi razziali spiegati ai bambini”, perché i bambini di oggi non possano più provare gli orrori che hanno sofferto  i bambini di ieri durante la Seconda Guerra Mondiale. (www.leggirazziali.org), Sono memorie, progetti, testi volumi con una precisa vocazione, indirizzata ai ragazzi. Questa è la missione della scrittura, riferita all’esperienza vissuta, con un messaggio che resti autentico, valido, vitale e di alto insegnamento per i valori che esprime anche dopo decine di anni.

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