ARTitettura

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Un lavoro [quello dell’architetto] che ha completamente perso il suo centro, cioè la sua motivazione originale, il suo specifico perché.

Un lavoro [quello dell’architetto] che ha completamente perso il suo centro, cioè la sua motivazione originale, il suo specifico perché.

 […] il compito dell’architetto si è ridotto sempre più spesso a un compito da rifinitore (da addetto agli effetti speciali, il più delle volte), perché si possa pensare che si tratta ancora, malgrado tutto, di architettura.
[…]Maestri che col loro esempio vogliono dimostrarci (e qui ci riescono bene) che un progetto è anzitutto un evento, un exploit, cioè una prodezza, appunto un’esercitazione formale, e non invece (come altri maestri ci avevano insegnato e come abbiamo sempre pensato) anzitutto un pronunciamento, cioè un bilancio e una dichiarazione d’intenti, proprio perché architettura, proprio perché si confronta con un mondo espressivo che esiste da prima, appunto l’architettura, cioè il progetto come espressione di un giudizio complessivo, com’è sempre stato fino a oggi, nei casi migliori.

[Giorgio Grassi, convegno internazionale “L’architetto in Europa: la formazione universitaria e i nuovi orizzonti della professione”, Napoli, 1998]

La parola “crisi” sembra quasi essere divenuta una tendenza, se non si parla di crisi si è out.
Tutto è in crisi, in ogni campo la “crisi” dilaga, crisi in politica, crisi in finanza, crisi nei valori, crisi nella società, crisi nell’arte, crisi ambientale, crisi culturale, crisi d’identità, crisi nel mondo, crisi nell’universo, crisi immancabile anche nell’architettura.
Le parole espresse dall’architetto e professore Giorgio Grassi nel 1998 (ma che possiamo trovare già in “Architettura lingua morta” del 1984 – ben 26 anni fa -) dipingono una situazione attuale non particolarmente positiva, una disciplina che sembra essersi trasformata in qualcos’altro, qualcos’altro che ha portato con sé poco di buono e, a mio parere, molta confusione.

Grassi dichiara che la sola cosa ragionevole da fare sarebbe una riflessione sincera e impietosa sul nostro lavoro oggi, sugli obbiettivi e sulla natura stessa del nostro lavoro oggi; non vorrei risultare retorica dichiarandomi concorde con Grassi, tuttavia ritengo che l’unica cosa da fare in un momento come quello attuale, sia svincolarsi dagli anacronistici tentativi di rivoluzione ed avanguardia, quanto piuttosto cercare di fare un po’ di chiarezza per quanto riguarda intenti, obbiettivi e consapevolezza del presente.

Il primo punto su cui esiste un po’ di confusione è il rapporto tra arte e architettura.
Il concetto di arte si è totalmente ribaltato nel tempo e questo ritengo sia uno dei fattori principali del conseguente stravolgimento del concetto di architettura.
Nell’antichità l’arte consisteva nella capacità di produrre con osservanza delle regole ed il concetto aveva un’accezione molto più ampia rispetto a quella attuale; nell’arte venivano annoverate quelle che erano considerate le scienze (grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, astronomia, musica), ma anche l’artigianato. Arte che, sebbene distinta in “liberales” (arti svincolate dal contatto con la materia) e “vulgares” (arti basate sul contatto con la contingenza), era accomunata da un indiscusso saper fare seguendo delle precise regole.
Punto di svolta fondamentale si ha tra Settecento ed Ottocento: l’avvento del romanticismo che ribalta la concezione classica dell’arte, l’influsso delle correnti empiristiche (Locke, Berkley, Hume) sostenitrici di un bello non assoluto posseduto dall’oggetto, ma percepito in modo diverso dalle varie menti, la comparsa di nuove tipologie di arti legate alla riproducibilità (fotografia, cinema, manifesti) che mettono in discussione l’unicità dell’opera: questi sono tra i fattori principali che segnano un importante cambiamento.
Arte che dunque oggi ha eliminato dalla sua sfera scienze ed artigianato (questo già a partire dal Rinascimento), arte che si è totalmente sganciata dal bello come fine, arte che paradossalmente oggi trova il suo statuto di esistenza proprio nella sovversione delle regole classiche, arte che si fonda sulla Creatività, sul quasi ossessivo intento di stupire.

E come tutto ciò ha influito sull’architettura?

L’architettura da sempre è stata annoverata tra le arti: nell’antichità era una delle “vulgares”, nel  Rinascimento costituiva le cosiddette “arti del disegno” insieme a pittura e scultura, nel 1700 rientra nell’elenco delle “belle arti” elaborato da Batteaux, per rimanervi fino ad oggi.
Ma è proprio in riferimento al presente che sorgono i dubbi sull’architettura in quanto arte.

L’architettura può rientrare nel concetto contemporaneo di arte? Può l’architettura basare la propria ragion d’essere principalmente su una categoria quale la Creatività?

Grassi parla di trasformazione dell’architetto in creativo, in addetto agli effetti speciali: forse la cagione di tutto ciò risiede proprio nella trasformazione del concetto di arte.
L’architettura in quanto arte ha fatto proprie delle caratteristiche dell’arte contemporanea che paradossalmente sono in contraddizione con il concetto stesso di architettura. Quest’ultima, a differenza di tutte le altre arti, è indissolubilmente legata ai bisogni fisici dell’uomo e questo ovviamente la condiziona nel suo essere totalmente arte.

Nicola Emery, docente di Filosofia dell’Architettura, definisce l’architettura una disciplina caratterizzata da un’antinomia d’essenza che la rende essenzialmente difficile.

Ed effettivamente è difficile riuscire a “catalogarla” per la compresenza di aspetti antinomici in essa: architettura che è arte e tecnica, che è bellezza e utilità, che è, come Luigi Moretti affermava, presenza realistica e incantamento.  Architettura che trae la sua esistenza dalla tensione tra l’essere qualcosa di svincolato dall’uomo, ossia il suo essere arte e dunque per sé stessa, e l’essere risposta alla primordiale necessità umana, ossia quella del riparo.
La valida architettura si manifesta dunque nel momento in cui i poli di questa tensione raggiungono un giusto calibro, ma è paradossale parlare di architettura riferendosi esclusivamente ad uno dei due.
Osservando lo stato attuale di larga parte dell’architettura sembra quasi che l’essere per gli altri proprio e fondativo della disciplina sia passato in secondo piano, ciò che risulta predominare è invece una ricerca formale tendente allo stupire, all’impressionare, proprio dell’arte contemporanea. Tuttavia a differenza di quest’ultima che ha rinnegato qualsiasi tipo di rapporto con il bello, l’architettura sembra ancora legata alla Bellezza come fine, anzi, il bello appare quasi come l’unica ragion d’essere esasperata dell’architettura contemporanea, ma con un risultato che in tal modo travalica nella comicità, nella finzione, nella pretesa di essere qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe essere.
Allora forse è da chiedersi: dobbiamo ad ogni costo continuare ad attribuire all’architettura una definizione di arte che la smentisce nei suoi presupposti?

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