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Cure: Boys don’t cry but The baby screams

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Era dal 1992 che non li ascoltavo dal vivo. A distanza di sedici anni eccomi di nuovo a travestirmi di scuro, capelli arruffati e trucco bistrato

Era dal 1992 che non li ascoltavo dal vivo. A distanza di sedici anni eccomi di nuovo a travestirmi di scuro, capelli arruffati e trucco bistrato, con l’emozione riaccesa quando le luci si sono abbassate il 29 febbraio – un giorno che esiste solo ogni quattro anni – al PalaLottomatica di Roma. Plainsong è iniziata, esplodendo lenta, rarefatta come l’album Disintegration, un capolavoro.

Anni nei quali la maturità presunta si è colorata di jazz, che ha rapito un orecchio più attento. Ma l’anima, quell’anima nera comune a molti della mia generazione, se ne stava silente e pronta a tornare.

E di nero si è tinta tutta la prima parte del concerto dei Cure, con pezzi proposti in versioni durissime, con chitarre cupamente vivaci e la voce di Robert Smith più forte, tesa e morbida a un tempo e più pulita che mai.

Simon Gallup al basso saltellava con una chioma rosso fuoco, i muscoli tesi, mentre l’ottimo chitarrista Porl Thompson, tatuato ad arte dalla testa al corpo, con disegni sulla chitarra che sembravano prolungamenti delle linee dei tatuaggi, rendeva molto maschia la gonna che indossava.

Jason Cooper a dare il ritmo con una batteria che pareva una navicella spaziale, arretrata ma sempre pronta a far decollare.

Robert Smith ha esibito la sua abilità strumentale, cambiando cinque o sei chitarre a seconda dei brani, col viso ipertruccato (“so I trick myself like everybody else”, fa il verso di una sua canzone) sempre uguale a se stesso con l’atteggiamento apparentemente timido e refrattario. Mi sono sempre chiesta da dove venga tutto il carisma di Smith. Non è certo il tipico uomo, anche dark, bello nel senso classico del termine, oggettivo come Johnny Depp. No. Ma ha un fascino inamovibile, fa innamorare, forse per via dello sguardo tenuto basso, introspettivo, che solleva senza preavviso e, quando fa quel gesto sembra che guardi la verità puntandole un’enigmatica occhiata felina giusto il tempo necessario, un attimo, per potersene allontanare mentre lei gli corre incontro.

Plainsong, Prayers For Rain, A Strange Day, alt.end, The End of the World, The Walk, Lovesong, To Wish Impossible Things, Pictures of You, Lullaby, From the Edge of the Deep Green Sea, Please Project, Push, Friday I’m In Love, Inbetween Days, Just Like Heaven, Primary, A Boy I Never Knew, Us or Them, Never Enough, Wrong Number, One Hundred Years, Disintegration.

Questa la scaletta, un pezzo più intenso dell’altro a perdifiato con culmini di esecuzione raggiunti da From the edge of the Deep Green Sea, forse il pezzo che ascolto più spesso che mi pare costruito musicalmente e narrativamente alla perfezione e che dal vivo sembra infinito, One Hundred Years del loro album più cupo e di culto Pornography, e da Disintegration, dell’album omonimo, dove i miei singhiozzi si sono finalmente liberati. In quel pianto c’era tutta la consapevolezza di una crescita che continua a non andarmi giù, l’ho guardata e me ne sono allontanata subito, continuando a fare l’adolescente in mezzo a un concerto.

I Cure, nel loro 4Tour che toccherà molte città europee per poi sbarcare in America, non si stanno di certo risparmiando. Più di tre ore di concerto, qualche assaggio di brani nuovi come Please Project, Freak Show e The boy I never knew, dolcissima e intensa. Il loro nuovo album dovrebbe uscire in primavera o in estate. Smith ha dichiarato alla rivista Rolling Stone, sulla quale si è guadagnato la copertina riempiendola con una delle sue smorfie, che è indeciso se fare un doppio album con trenta pezzi o un cd per i fan storici e uno per i più tiepidi.

E stranamente tiepido mi è sembrato il pubblico, 11.200 anime, durante la prima parte. Forse semplicemente in ascolto. Persone eterogenee, con pochi dark fondamentalisti e vistosi, molti ex dark integrati, cresciuti e più sobri, persone normali e la maggior parte, come me, che si sentiva libera in abiti neri e trucco e capelli caricati per l’occasione, un tempo usuali. C’era persino un bimbo, quattro anni forse, con la chioma verso il cielo alla Smith. Ma è esploso, il pubblico, durante le successive tre riprese, quando Smith dal cappello a cilindro del passato ha sfoderato gli storici e inossidabili At Night, M (bellissimo pezzo che credevo fosse sulla Musa creativa, ma che probabilmente è ispirato all’omonimo M, film di Fritz Lang), Play For Today (sulla quale si è liberato un coro compatto), A Forest (ipnotica, con un testo inedito aggiunto in coda) e ha continuato con i pezzi più pop Lovecats, Hot Hot Hot!!!, Let’s Go To Bed, Freak Show, Close To Me, Why Can’t I Be You, sul quale Robert “Gorgeous” Smith si è sciolto in un esilarante balletto per poi deliziare con i celeberrimi: Boys Don’t Cry, Jumping Someone Else’s Train, Grinding Halt (a ognuno capita di provare una brusca frenata), 10:15 Saturday Night, dalla ossessiva e claustrofobica struttura onomatopeica. Il concerto si è chiuso, mantenendo altissimo il ritmo, con un pezzo che è costato ai Cure l’essere tacciati di razzismo per via del titolo politically uncorrect: Killing An Arab, tratto invece molto letterariamente dallo Straniero di Camus, pezzo che spesso propongono nella versione “Killing another”, visto che la realtà del mondo ha superato ogni immaginazione.

I Cure hanno parecchie influenze letterarie. Lo stesso Smith, autore di tutti i testi, voleva fare lo scrittore, ma si è accontentato di essere leader e anima di uno dei gruppi più famosi in tutto il mondo che ha percorso con uno stile inconfondibile la fine degli anni settanta tutti gli ottanta e i novanta arrivando a oggi con nomi di dischi che parevano nomi di epoche, di bisogni. Se Disintegration ha chiuso gli anni ottanta, Wish ha aperto i novanta e il duemila è stato siglato dall’omonimo The Cure… che ne sia così evidente il bisogno? D’altronde chi come lui incarna lo Spleen ha di sicuro molto da dire e predire. I suoi riferimenti letterari sono Sartre, Camus, Baudelaire (il pezzo How beautiful you are è quasi pari pari a un racconto del poeta maledetto francese, Gli occhi dei poveri); di sicuro Kafka ha influenzato talmente tanto Smith da fargli asserire che, leggendo l’autore de La metamorfosi, per la prima volta ha riconosciuto la sua voce nel narratore (bastino come esempi Lullaby, dove allo scarafaggio è sostituito un grande ragno, e la canzone At Night); John Milton del “Paradiso perduto”, rintracciabile in Pornography; Shelley, chiamato in causa nell’epigrafe di Wish con i bei versi che da quando li lessi nel ’92 mi sono rimasti in memoria: “We look before and after, / and pine for what is not: / our sincerest laughter/ with some pain is frought; / our sweetest songs are those that tell/ of saddest thought… “; e ancora: Dylan Thomas, S.T. Coleridge, Salinger, Rimbaud, Lautremont, Jean Cocteau, Borroughs, Nabokov e di sicuro non cito tutti.

Pare che uno dei suoi ultimi libri preferiti sia del filosofo americano Thomas Nagel: “The point of view of nowhere” dal titolo molto Cure, un testo sulla soggettività, tema che ha che fare con la fascinazione dei gemelli: essere in grado di uscire da se stessi, abbandonando il proprio corpo, e di osservarsi – come nel video qui sotto di Boys don’t cry, dove lo stesso tema è esemplificato con uno stile minimale ed espressivo.

Smith, dopotutto, si osserva talmente bene da poter ammettere che se fosse stato uno scrittore sicuramente avrebbe desiderato fare il cantante. L’onestà non gli manca, nemmeno la libertà di contraddirsi e di cambiare idea. Ogni tanto annuncia lo scioglimento del gruppo ma poi si accorge che i Cure suonano bene e non lo fa.

I Cure combinano più o meno questo in chi li ascolta: fanno desiderare cose impossibili, con la consapevolezza che non si avverano o che si sono già avverate senza accorgersene, lasciate nel limbo della nostalgia, insegnano che i ragazzi non piangono, ma che da bambini si può urlare liberi come nel mezzo di un concerto. E che ogni tipo di sentimento, anche il più disperato, diventa fascino se trova espressione creativa.

Ma anche Robert Smith – con i suoi appena quarantanove anni in primavera – sta crescendo, a dispetto dell’etichetta di eterno Peter Pan che gli viene spesso applicata, etichetta che tutto sommato viene indistintamente cucita addosso a ogni artista, tranne a chi per tragico caso o per altrettanto tragica volontà muore giovane. Già dal disco The Cure del 2004 si intuiscono scatti di rabbia più che di rassegnazione, un sottofondo di protesta: “Il mondo sembra stia tornando quasi al Medio Evo, con l’ascesa dell’idiozia della religione. L’intero sistema di pensiero e di azione è un anatema per ogni artista…”, ha dichiarato recentemente a una rivista americana “ogni artista deve reagire!” e ha definito Us or Them, contenuta nel disco e che è un’esplosione indignata di testo e musica nella quale la parola “bigotto” irrompe, come una canzone contro “gli infantili ritratti di un mondo o bianco o nero, un mondo dove non voglio vivere”. Come dargli torto: le sue sfumature scure, illuminate da sprazzi improvvisi e fugaci di luce sfocata, sono molto più intriganti. E dice anche in un’altra intervista che “quella cosa che si sente la prima volta che qualcuno ti bacia irruentemente sulla bocca, quel tipo di intensità di quando si è giovani, non bisogna mai scordarla anche se il tempo passa. Mai… “

Durante il concerto lui riesce a far sentire proprio una cosa così. Che spiega anche il suo rossetto, perennemente sbavato.

Boys don’t cry, 1979:
https://youtu.be/9GkVhgIeGJQ

The baby screams, bella versione live del 2002:
https://youtu.be/A0Fp7omITiY

alt.end, pezzo contenuto nell’ultimo album The Cure, 2004, dove il tema della scrittura pare tornare:
https://youtu.be/kpvivHPmFTM

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