Caraserena: “Suonare le nostre canzoni è il modo più imprudente e spudorato che abbiamo trovato per esercitare i nostri desideri”

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Nel video del loro singolo di esordio, "Ricatti esistenziali", appaiono Neri Marcorè e Fiorello, che l’ha trasformato in un piccolo cult radiofonico trasmettendolo su Radio due Rai.

Nel video del loro singolo di esordio, “Ricatti esistenziali”, appaiono Neri Marcorè e Fiorello, che l’ha trasformato in un piccolo cult radiofonico trasmettendolo su Radio due Rai. Ma una continua e costante ricerca della bellezza in tutte le sue forme, è il vero obiettivo dei Caraserena, un gruppo musicale che ha pubblicato nel 2008 il cd “Ricordarsi di Annaffiare”. Undici tracce in cui indole poetica e narrativa si coniugano con una raffinata ricerca melodica. Abbiamo incontrato il nucleo del gruppo formato da 4 ragazzi romani: i fratelli Vanni e  Filippo Trentalance e i cugini Giorgio e Manrico Andreozzi.

Come nascono i Caraserena?
In un pomeriggio di settembre del 2002 abbiamo preso la solenne decisione di canalizzare in maniera costruttiva le energie che fino a quel momento  disperdevamo tra mille progetti: da sceneggiature a  testi di canzoni passando per cortometraggi  e pieces teatrali. Quasi per gioco ci siamo iscritti al Premio Recanati… e siamo passati alla prima selezione! Questo  ci diede l’automatica conferma che eravamo davvero forti e geniali come pensavamo…

E avete vinto il premio quell’anno?
No. Non abbiamo superato la selezione successiva e siamo subito tornati con i piedi per terra. Il  primo traguardo è arrivato due anni dopo: nel 2005 abbiamo vinto con il brano “Due Minuti” il premio Siae all’interno del concorso di Recanati. Fu un’esperienza incredibile e proprio in quell’occasione abbiamo incontrato Fiorello. Lui ha “colto” i Caraserena e ha deciso di trasmettere alla radio il nostro brano “Ricatti Esistenziali” e di prendere parte al relativo video. Insomma, il Premio Recanati costituisce una tappa fondamentale nel nostro percorso.

Perche vi chiamate Caraserena?
Il nome nasce con una bella canzone in una bella vacanza sull’isola della Maddalena. Ogni giorno organizzavamo una gita in una caletta diversa e approdati sul luogo componevamo una canzone ispirati da quello che ci circondava. Tra questi jingle, il più affascinante era quello composto in onore di Cala Serena… In realtà la scelta  non fu così automatica: istituimmo un referendum inter nos per approvarlo. Tra i suoi concorrenti ricordiamo cose assolutamente temibili: siamo andati molto vicini a chiamarci “Poldo e l’iperuranio”!

Il referendum fu dunque vinto da “Cala Serena”. Come siete arrivati a Caraserena?
Cala Serena è durato ben due anni. In seguito abbiamo notato che inserendo il nostro nome su google apparivano elenchi infiniti di alberghi, spiagge, lidi balneari, costi, ecc… Chiunque ci cercava sul web si trovava di fronte ad un pacchetto vacanza! Si pose il problema di trovare un nome che non cancellasse quella piccola traccia lasciata con tanta fatica dai Cala Serena, qualcosa che non provocasse una rottura netta… e poi un giorno la risposta si manifestò sotto forma di una telefonata, una nostra amica di nome Serena che scherzando ci disse che era rimasta molto colpita dalla scelta di chiamare il gruppo “Caraserena”. Lo prendemmo come un segno.

E  il titolo del vostro album “Ricordarsi di annaffiare”?
Quello fu approvato all’unanimità. Raffigura un rito talmente bello! È emblema di un concetto che ci sta molto a cuore, ossia quello di impegno, dedizione e disciplina, nonché rappresentativo di un modo di agire che condividiamo: prendersi cura delle piccole cose.
Ci immaginiamo un post it sul frigo, un’indicazione minuscola che se viene tralasciata ha conseguenze irrimediabili.
Il fatto che sia un gesto irreparabile ha sicuramente un suo peso nella poetica del titolo.

Questa cura del dettaglio l’applicate anche ai vostri pezzi?
L’inizio del nostro percorso è proprio caratterizzato da un’attenzione quasi maniacale alla forma.

È da questo desiderio di forma che deriva l’atipicità dei vostri testi?
Tutt’ora non abbiamo un metodo per comporre un testo. Si tratta di parole scelte con cura, perfettamente incastrabili nella  melodia e nel ritmo. A volte il significato è ad un passo dall’astratto, o per dirla alla Caraserena: “è perso nel profondo nord della mia mente dove fa buio e non si vede niente…” (tratto dal brno “Franco tiratore”, ndr.)
In un primo momento la musica era il punto di partenza: sistemavamo le parole sulla base di una metrica già impostata. A volte partivamo completamente da zero blaterando sillabe a caso ” lel-lo, bru- no, bel-lo….”. Poi ad un certo punto, ci siamo sentiti stretti in questa teoria dell’estetica: sentivamo l’esigenza di affrontare dei temi liberi dal rigido formalismo.

È il caso di “alta pressione”, brano in cui trattate con ironia un argomento difficile…
Si, si tratta di un testo volutamente e velatamente politico, una metafora interessante di un sistema di informazione paradossale al punto tale da potersi avvalere di uno strumento innocuo, quali le previsioni del tempo, per manipolarci facendo leva sulla nostra  continua necessità di rassicurazioni rispetto all’incertezza del futuro.

Quindi ora come procedete nella costruzione di un testo?
Per noi è quasi sempre un lungo lavoro che nasce dal caos e dal caso.
Tendenzialmente ognuno porta una sua idea sulla quale poi lavorare tutti insieme, con i pro e i contro di un lavoro di gruppo  e il rischio di indire un referendum per ogni questione nascente…
Un ruolo fondamentale nella stesura dei nostri testi l’ha ricoperto  inconsapevolmente un nostro amico esterno al gruppo. Ha scardinato completamente  i nostri schemi mentali: siamo tutti musicisti e  molte volte risultiamo  imprigionati nella nostra stessa formazione. Avere qualcuno con un approccio più naif aiuta. Lui veniva e sparava clamorosamente a caso…lo abbiamo sfruttato come compositore anni dopo.

Un esempio?
Beh, il più eclatante è sicuramente costituito dal ritornello di “Ricatti esistenziali”: “c’è un problema con le palle di Massimo”. In un tranquillo pomeriggio, a casa del nostro comune amico Massimo, lui ha cominciato a ripetere in maniera quasi convulsiva quella frase. Avevamo una chitarra e creare il ritornello fu fin troppo semplice… quelle parole continuavano ad aleggiare nell’aria, ci piaceva cantarle a squarciagola, ci sembrava poetico e avevamo l’impressione che travalicasse il puro significato fisico, così ne facemmo una canzone.

E pensare che è uscito un articolo  sul Corriere della Sera in cui si suppone che il protagonista sia Massimo D’Alema e che la  canzone rappresenti  una critica a certi atteggiamenti rinunciatari della sinistra…
Assolutamente! Nasceva da questioni prettamente fisiche e dalle leggende metropolitane contingenti, insomma uno scherzaccio da caserma…
Solo ascoltandoci abbiamo intuito che il testo poteva contenere messaggi che superassero il significato testuale, il doppio senso è stato costruito nettamente dopo e il ricorso disinvolto della parola “palle” è divenuto un grido di allarme contro quel retaggio “vagamente” maschilista di una società in cui si è costretti sempre e comunque a dimostrare di essere all’altezza della situazione e di avere le “palle”.

Ascoltando il vostro CD emerge  un’opera assolutamente eterogenea…
Si, infatti i brani si susseguono uno diverso dall’altro non solo nei testi ma anche e  soprattutto nei loro tratti stilistici. Tutto ciò si sta inspiegabilmente riversando contro di noi: l’eterogeneo è complesso e il complesso è poco commerciale. Insomma secondo i discografici del momento i nostri molti input sono controproducenti.
È per questo che abbiamo pubblicato con l’etichetta dell’Auditorium: è stata l’unica a non preoccuparsi dell’aspetto commerciale ma solo della presunta qualità del prodotto.
L’eterogeneità sembra essere un’ arma a doppio taglio…

In che modo?
Risultiamo difficilmente penetrabili. Siamo un gruppo di nicchia sebbene ci sforziamo di non esserlo. Lo siamo non per scelta… il che è davvero paradossale se si pensa che la maggior parte delle volte è una intenzione manifesta. Nel nostro caso è… semplicemente un dato di fatto per quello che siamo, per quello che scriviamo, per quello che proponiamo… e che non possiamo fare a meno di essere.

Come definire il  genere di musica che fate?
Difficile definirla. Cerchiamo di ragionare in termini di canzone, rispettandone i crismi. È  molto interessante perché più devi rispettare delle regole e più sei costretto a muovere la fantasia, sembra un paradosso ma è così. Diciamo che il risultato vorrebbe essere quello di una sintesi tra la canzone d’autore e quella più pop… ma sono tutte categorie che utilizziamo con parsimonia perché poi vorremmo sempre che ci dicessero che non assomigliamo a nessuno! E poi c’è l’essere italiani e questa è la categoria principale. È una lingua difficile da utilizzare con la musica: pochissime tronche, molte piane… insomma è una sfida. Esaltante, ma pur sempre una sfida. Come dice Erri De Luca “è la nostra vera patria”. Non sappiamo a che genere musicale appartenga l’utilizzare molto la lingua italiana… quindi per dare una definizione alla musica che facciamo potremmo dire pop raffinato o canzone d’autore, ma ora che l’abbiamo detto ci siamo già pentiti.

Il vostro album si presta decisamente alla  rappresentazione live. Dove  il prossimo concerto?
Ovviamente il concerto è il passaggio essenziale di tutti i musicisti e noi, almeno in questo, siamo poco originali. Suonare le nostre canzoni è il modo più imprudente e spudorato che abbiamo trovato per esercitare i nostri desideri. È li che la nicchia si fa mondo e per un paio d’ore un mondo come vorremmo che fosse.
A prescindere dal luogo in cui si svolgerà, ci auguriamo che si respiri ancora quell’atmosfera a noi congeniale fatta di luci soffuse, risate tra amici, partecipazione e intimità.
Quando suoniamo dal vivo ci ricordiamo del perché abbiamo scelto di fare i musicisti.
Speriamo se lo ricordi anche la gente.

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