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Parolenote – Pasolini

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Lunedì 6 febbraio l’orda dei fedeli di Pasolini invade l’Auditorium. Ricomincia la rassegna, che durerà fino a giugno, Parolenote – Letture musicate di grandi racconti.

Lunedì 6 febbraio l’orda dei fedeli di Pasolini invade l’Auditorium. Ricomincia la rassegna, che durerà fino a giugno, Parolenote – Letture musicate di grandi racconti. La formula è semplice: far accompagnare la lettura di un racconto di un noto autore, fatta da un noto attore, con lo strumento di un noto musicista. Questi sodalizi hanno fatto impazzire il pubblico dell’anno scorso e quindi si replica. Quest’anno il programma prevede: Pasolini con la voce di Celestini e il piano di Piovani; Von Hofmannstahl letto e musicato da Servillo e Ballista; Musil recitato da Bonaiuto e accompagnato da Martusciello; Tomasi di Lampedusa interpretato da Zingaretti e Sparagna; Salgari con Riondino e Salis. L’anno scorso sono andato a sentire solamente Simenon letto da un attore, di cui non ricordo il nome, e musicato dalla tromba elettrica di Paolo Fresu. Quest’anno però non ci sono santi: sono un giornalista e me lo faccio tutto Parolenote. E che cazzo.

Mi avvicino timidamente al banco riservato agli accrediti stampa, mentre nel foyer (si chiama alla francese l’ingresso dell’Auditorium) i fedeli pasoliniani si aggregano in piccoli gruppi eccitati e sembrano urlino giaculatorie in forma di rosa. Al banco la signorina mi dà i biglietti senza colpo ferire. Non ci credo: sono anch’io un giornalista. Tre giornalisti notano il fascicolo per la stampa che stringo gelosamente al petto e mi accolgono nel loro gruppo per fare due chiacchiere. Sono stato accettato come un loro simile. Prima lezione: bisogna sempre porre delle divisioni tra pubblico pagante e chi è lì per lavoro. Questo è il lato antropologico della faccenda. I miei nuovi colleghi si presentano. Sono: una giornalista bionda di “Radio Capital”, un operatore simpatico di “RaiNews24” e un giornalista torinese de “La Stampa”. Mi qualifico come un giornalista telematico della Rivista “O” e anche se non l’hanno mai sentita nominare fanno di “si”, esperti. Rappresentiamo tutte e quattro le branche della professione: radio, tv, carta stampata e internet. Siamo un po’ come i tre moschettieri. E io sono il D’ Artagnan del gruppo. I tre mi invitano a prendere un aperitivo al bar modaiolo. Seconda lezione: l’aperitivo è l’occasione per parlare male dei propri direttori e più in generale del proprio ambiente lavorativo. Su un vassoio ci sono delle tartine squisite salmone, stracchino e ruchetta. Si capisce subito che sono un parvenu: ho ordinato un campari mentre i miei colleghi ingollano con nonchalance prosecco. La giornalista bionda racconta delle vessazioni che le fa patire il suo direttore Zucconi. Il giornalista de “La Stampa” ci intrattiene, invece, con la aneddotica piemontese. L’operatore tv parla solo di belle attrici intervistate in settimana. È il mio turno: descrivo la mia vita di redazione ispirandomi al film Prima pagina con Walter Matthau e Jack Lemmon. Si: quella è la vita ideale del giornalista.

Ma andiamo allo spettacolo. Ascanio Celestini sale sul palco con la sua figura rasputiniana e con la sua voce nasale legge, con poca convinzione, il racconto La mignotta, tratto da Alì dagli occhi azzurridel 1965, su una storia di vita, ambientata nelle baracche dei napoletani sotto l’acquedotto della Casilina, con molti episodi che ricordano il film Accattonecome, ad esempio, la morte per incidente di moto del marito di quella che diventa la mignotta.
Poi arriva Nicola Piovani che si mette al piano è suona un accompagnamento per l’inedito Poeta delle Ceneri un poemetto autobiografico scritto nel 1966 (perché dice: ho quarantaquattro anni portati bene) in cui Pasolini non disdegna di parlare (male) della società. Celestini ha fondato il suo lavoro teatrale sulla poetica delle origini genealogiche e sulla cultura della trasmissione orale. Quindi questo poema, inusuale per il poeta di Casarsa, gli è più congeniale. Pasolini parla prevalentemente del padre necessario nemico, della madre e del fratello partigiano ucciso dagli stessi partigiani. Poi parla di se: si definisce per due volte un piccolo borghese che tende a drammatizzare tutto. Il discorso diventa, come è inevitabile, politico. Si sente l’attacco forte agli intellettuali impegnati comunisti (il P.c.i. un tempo agnellino, oggi leone), il risentimento verso una società profondamente decaduta. Grazie alla direzione e alle note di Piovani, che ricorda molto il jazz leggero di Keith Jarrett, il poema si avvia alla fine con una dichiarazione programmatica: non la poesia impegnata, ma la poetica dell’azione diretta. Grande Pasolini. I fans sono in delirio. L’auditorium sembra scoppiare. Ci vediamo alla prossima puntata.

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