Vincenzo Ostuni: “Il poeta è il più bieco venditore di una merce sempre gratis”

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Entrando nei laboratori dove si producono versi. Parlare di laboratorio poetico con Vincenzo Ostuni e chiamarlo a riflettere sul ‘mestiere di chi scrive versi’ è come chiedere a Garibaldi dei ‘mille’ o a Pelè di palleggiare.

Entrando nei laboratori dove si producono versi

 

Parlare di laboratorio poetico con Vincenzo Ostuni e chiamarlo a riflettere sul ‘mestiere di chi scrive versi’ è come chiedere a Garibaldi dei ‘mille’ o a Pelè di palleggiare. Sì, perché nei primissimi anni Novanta aveva già fondato un laboratorio di scritture e ricerche poetiche che ha coinvolto moltissimi giovani autori che cominciavano a fare capolino nel panorama letterario italiano. Insomma, l’idea di laboratorio, lui, ce l’ha nel sangue, l’ha teorizzata e l’ha realizzata, concretamente, fin da subito. Lo incontriamo, dunque, lungo questo viale di vent’anni dove molto ha proposto come animatore e produttore culturale. E molto ha scritto. Ecco, è questo ora che ci interessa. Che ci apra il suo ‘negozio’ di versi…

 

A quale opera o brano ti senti maggiormente legato?

Vorrei ricordare Faldone zero-otto, pubblicato da Oèdipus nel 2004 e credo, purtroppo, oramai introvabile. Oltre ad essere il mio primo – e finora unico – libro di poesia, rappresenta il primo punto di condensazione di un progetto che mi impegna fin dall’adolescenza e, con maggiore precisione, da circa quindici anni: un Canzoniere in continua formazione, con una struttura “a file” – ma ti dirò più precisamente dopo.

 

C’è stata invece un’opera che ha o ha avuto vicende editoriali – diciamo – un po’ complesse?

Il secondo mio libro, Faldone zero-venti – una nuova e geometricamente ampliata versione del primo – è fermo dal 2006 e non trova un editore. Alcune sue parti sono uscite, sì, su riviste e antologie, inclusa l’antologia del Premio Delfini 2009, vinta assieme ad altri valenti coetanei.

 

 

Oggi, invece, a cosa stai lavorando?

Sto lavorando alla terza “figura” del canzoniere, che per titolo provvisorio non può che avere Faldone zero-X . Ho nuovo materiale abbastanza per una vasta nuova versione. Per riassumere, vorrei “lasciarmi” la parola, facendoti leggere – se credi – la nota esplicativa allo Zero-venti in coda a questo benevolo interrogatorio.

 

Direi di leggerla subito, perché no?

Va bene, eccola… Questo Faldone zero-venti prosegue e integra il lavoro inaugurato con Faldone zero-otto (Oèdipus, Salerno-Milano 2004). Quel libro, avvertivo in nota, raccoglieva testi la cui stesura originaria risaliva agli anni 1992-2000, e i cui versi, per facilità d’impaginazione, erano stati coartati in misure medio-lunghe; in realtà, piuttosto stabilmente a partire almeno dal 1996, erano stati invece scritti in misure francamente lunghe o lunghissime. Le principali operazioni subìte dai testi già presenti in quella raccolta sono state le seguenti: per quelli successivi al ’96 restituzione, dunque, di una versificazione in lunghezza e complessità simile all’originale, o persino più estesa; riversificazione, per adattarle invece al verso lungo, dei non molti precedenti quella data; parecchie espunzioni; parecchie ridistribuzioni da un faldone all’altro.

Queste ultime due caratteristiche mi consentono di accennare brevemente ad altre specificità del volume. Il concetto di “faldone” – ossia, a conti fatti, di file (ventuno, dallo zero al venti, sono quelli in cui è diviso il libro) – implica infatti comportamenti insoliti: il primo è che la struttura di nessun faldone (tranne lo “zero”, un’infantile del 1975, che corrisponde all’esergo-totem «dio ci ha creati…») è de jure immune da modifiche: che lo sia, in edizioni future, sarà mera contingenza; per intanto, nessuno dei primi otto faldoni, che raccolgono quasi per intero testi presenti in Faldone zero-otto, è identico all’edizione Oèdipus, e solo quattro ne conservano il titolo.

In secondo luogo, e a differenza di quanto detto, per un bisogno di strutturazione che oggi (ma potrebbe andare diversamente in futuro) mi pare incoerente e compensatorio, avveniva nello zero-otto, cui avevo impartito una struttura ternaria esplicitamente dantesca (persino nel presentare il primo e il secondo terzo un interlocutore maschile, l’ultimo un’interlocutrice femminile), i singoli faldoni non intrattengono fra loro una relazione d’ordine stabile: per mera necessità editoriale (non si può pubblicare un volume di poesie in dispense staccabili!), ho scelto qui di seguire un criterio grosso modo cronologico (solo grosso modo: alcuni faldoni, in specie fra i primi, contengono versi scritti nell’arco di quindici anni, dal ’92 al 2006, appunto; e importanti sono le eccezioni anche nei faldoni dall’otto al venti, che pure ospitano soprattutto “foglietti” stesi dopo il 2000) e tematico; questo a sua volta comporta che la lettura sequenziale del testo sia solo scarsamente preferibile a una lettura per sondaggi.

In terzo luogo ancora, non è chiara l’unità di misura elementare nella quale suddividere il volume. Ciascuno dei faldoni, infatti, porta un titolo; ma al suo interno presenta gradi di uniformità alquanto variabili. Alcuni di essi potrebbero essere letti come poemetti, e le suddivisioni interne, segnate da numeri arabi, apparire persino di comodo, non più sostanziali di respiri o punteggiature (e in versioni precedenti, pubblicate su rivista o meno, erano assenti); altri ancora come “suite”, termine in voga ma piuttosto impreciso; altri potrebbero apparentarsi a “sezioni standard” di una qualsiasi raccolta; né presentano necessariamente un’interna conformità stilistica. Ebbene, la scelta di rendere omogenea la presentazione tipografica (titoli dei faldoni in occhiello su pagina altrimenti vuota; suddivisione dei faldoni in testi segnati da numeri arabi e composti di séguito, senza la tradizionale interruzione di pagina; eventuale sub-suddivisione in numeri romani minuscoli) non solo deliberatamente depista, ma interroga criticamente – che non significa, certamente, ridurre a impossibile – ogni distinzione di quel genere: fra poemetto, suite, sezione o altro. Il medesimo concetto di faldone, collegato com’è con la nozione di amovibilità dei “documenti” in esso presenti (assoluta: ossia espunzione o inserimento; relativa: ossia spostamento e dunque rifunzionalizzazione), mostra del resto come i medesimi spostamenti e inserzioni ed espunzioni effettuati per quest’edizione non debbano esser letti come miglioramenti d’autore alla precedente. Di quest’opera infatti, nelle intenzioni, fa parte a pieno titolo la storia dei suoi mutamenti; e ciò, oltre al resto già descritto, ne fa un quadratico work in progress.

 

Bella, molto interessante. Ma a questo punto mi viene naturale una domanda: è cambiato e in cosa nel corso del tempo, secondo te, il tuo modo di scrivere poesia?

Sebbene immagini che qualche lettore avveduto, leggendo i miei testi, possa dire di sì, io risponderei no. Mi trovo continuamente a dialogare, interiormente e sulla pagina, con idee o testi che hanno cinque, dieci, venti o persino trent’anni o più di vita (ho cominciato a scrivere molto presto). Modi che credevo tramontati da dieci anni o venti tornano sulla pagina quando meno me l’aspetto. La stessa idea di “faldone”, di archivio – per come la pratico – è una sorta di suicidio dello storicismo.

 

Immaginando: come ti piacerebbe proporre la tua poesia?

Mi è capitato più volte di immaginare le mie poesie – che hanno versi lunghissimi, e dunque si presentano per lo più orizzontali –  trascritte con la mia grafia su enormi muri bianchi, fiancate di palazzi o consimili, così da sfidare – e al contempo istigare – la possibilità di una visione d’insieme, o meglio di una “lettura d’insieme” di chi si trovasse a passare.

 

Ma il poeta è un ‘venditore’?

E’ il più bieco venditore di una merce sempre gratis.

Ci sembra notevole il quadro che Ostuni ci regala, dipinto così in breve tempo poi, di questo attentissimo e insistente commerciante che, alla fine, regala versi. Non solo, ci fa omaggio anche di un suo dono poetico alla fine di questa bella chiacchierata. Grazie, davvero.

 

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Vincenzo Ostuni (1970) è nato e lavora a Roma. Redattore di minimum fax, poi editor di saggistica e in seguito direttore editoriale di Fazi, è oggi editor di saggistica e narrativa per Ponte alle Grazie, del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Negli anni Novanta è stato animatore del gruppo Laboratorio Aperto di Ricerca Poetica e della rivista Dàrsena. Nel 2004 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Faldone zero-otto (Oèdipus, cinquina Premio Napoli per la poesia internazionale). Il suo secondo, Faldone zero-venti, uscirà nel 2011. E’ redattore del Caffè illustrato. Le sue poesie sono raccolte sul sito www.faldone.it

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