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La Casa di Balzac a Passy

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Parigi ad agosto è una città di sogno. Silenzio e grandi viali inondati di luce e orizzonti aperti dove svettano grandiosi i monumenti che riempiono gli occhi...

Parigi ad agosto è una città di sogno.

Silenzio e grandi viali inondati di luce e orizzonti aperti dove svettano grandiosi i monumenti che riempiono gli occhi e sovrastano il cuore. Castelli di sabbia sorgono sugli argini della Senna.

La nevrosi delle città d’inverno si è ora trasferita nei luoghi di villeggiatura e a Parigi si è liberi di immaginare la vita di un tempo.

Lavoriamo all’OCSE e in una pausa camminiamo tra le strade deserte del XVI arrondissment, uno dei quartieri bene di Parigi, case borghesi, niente brasserie, nè tavolini al sole, solo residenze chiuse dietro le quali si intuiscono vite solide, sicure.

Nessuna traccia di Passy, il villaggio di un tempo, che qui sorgeva.

Solo all’improvviso un cancello oltre il quale, in fondo ad una scala, si intravede un giardino.

Qui si entra come il vino nella bottiglia. Scrisse Théophile Gautier. Lungo scale che si inabissano in un giardino con sedie in ferro disposte qua e là. Sul muro una targa Maison de Balzac

Lo sguardo spazia sull’orizzonte aperto, sul cuore lontano della città e, vicina, svetta su uno dei tetti una bandiera cinese.

Si è immersi in un’atmosfera incantata, oppure è quest’aria di agosto, a farci credere che basterebbe restare seduti qui in silenzio per qualche minuto per vedere anche noi quello che doveva vedere Balzac quando passeggiava nelle pause del lavoro.

Qui, nell’unica sua dimora sopravvissuta a Parigi, trovò rifugio dai creditori. Doveva essere rifugio provvisorio e vi restò invece sette anni dal 1840 al 1847 sotto lo pseudonimo di Monsieur de Breugnol.

Per andare a trovarlo bisognava conoscere la parola d’ordine.

Una Parigi, separata allora dal villaggio di Passy, da cui voleva allontanarsi non solo per via dei debiti, ma soprattutto forse per assecondare il bisogno di scrivere per ore e ore, 15 o 16 al giorno, senza disturbi o molestie.

Lo scrisse in una lettera a Madame Hanska, la straniera che alla fine della sua vita sarebbe diventata sua moglie “non vi è nulla di più esigente di Parigi che vi vuole tutto intero, non c’è che solitudine per un uomo che lavora sedici ore al giorno”.

Parigi, lontana ed insieme vicinissima, era luogo dove tornare solo in incognito, in quei sette anni, e il più delle volte Balzac si sarà limitato ad immaginarla, a ricostruirla nella sua mente potente. Aiutato dalle massicce dosi di caffé che, diceva lo scrittore, in uno stomaco vuoto aprono le porte a legioni di ricordi e all’invasione di personaggi che irrompono nel cuore e nella mente.

E a noi sembra di vederla ora la sua Parigi, di vedere i salotti che lui frequentava.

Seduti in questo giardino, pieno di piccoli nascondigli e di angoli reconditi tra le piante ed il verde, dove qua e là un visitatore trascina una di quelle sedie di ferro, che sono quasi un simbolo della città e dei suoi spazi pubblici.

Ma gli inservienti del museo ci invitano ad entrare. Anche loro sembrano appartenere ad un mondo lontano: uomini gentili, sorridenti con il viso scavato dagli anni ci accolgono come se ci aprissero le porte di casa loro, come bambini felici di condividere con noi uno speciale segreto.

Grandi sorrisi e silenzio e passi leggeri sul parquet che con i suoi cigolii assorbe ogni altro rumore. Brevi cenni del capo per dirci che possiamo ammirare e fotografare ogni cosa.

E ci scrutano in viso come per accertarsi che saremo in grado di cogliere il segreto che loro conoscono. Il segreto dell’ uomo che qui ha vissuto.

In una delle didascalie leggiamo che si alzava a mezzanotte e scriveva fino alle otto, piccola pausa per la colazione e poi di nuovo a scrivere fino alle cinque per poi cenare e dormire e svegliarsi e ricominciare.

Ma anche così recluso ha vissuto e molto più dei tanti che corrono su e giù per le strade delle città, dei tanti che adesso si affannano nei luoghi delle vacanze.

Così lasciano intendere i sorrisi degli inservienti che ci tengono gli occhi puntati addosso: per vedere se noi, anche noi, qualcosa coglieremo.

Non c’è bisogno di lasciare le borse non ci sono controlli né biglietti da pagare: che ognuno faccia il suo viaggio tra queste stanze e si porti via ciò che può. Cinque stanze che affacciano sul giardino dove sono raccolti con sapienza i dettagli di una vita.

Nella prima ci sono i ritratti di persone a lui care.

Un ritratto del padre, quel padre che a 51 anni sposò sua madre che di anni non ne aveva neanche 20,  creando le condizioni perchè suo figlio succhiasse con il latte l’idea dell’infelicità del matrimonio. Del dolore e della miseria di quel vivere in due.

C’è chi entra nella vita nel calore, chi nel tormento e spesso non c’è verso di cambiare il colore delle cose, ma la vita può diventare un avventuroso, imprevedibile percorso per stemperare o diluire quel colore di partenza.

È questo che ci sta dicendo il custode con quel cenno sornione del capo?

Ecco il ritratto di Bernard François Balssa, padre dello scrittore. Posa da intellettuale, con una penna in mano.

Il ritratto è di scarsa qualità; non aveva molti mezzi, il padre, per aspirare ad un grande ritrattista, ma la posa è fiera. Bernard François aveva realizzato il suo sogno, aveva compiuto la sua ascesa nell’amministrazione, e raggiunto una posizione che gli permise di cambiare il suo nome in Balzac.

Ebbe relazioni adulterine nonostante la giovane età della moglie, che si chiuse nella malinconia.

Ma di questo non vi sono tracce.

Di quella madre, qui non ci sono ritratti. Le donne raffigurate in questa sala non hanno lo sguardo triste, umiliato. Sono le figure femminili che hanno accompagnato Balzac con i loro consigli, con la loro presenza amorosa anche nella reclusione delle stanze di Passy.

Ecco il ritratto di colei che lo iniziò all’amore Madame de Berny – la dilecta – più che un’amica, sorella, madre. Gli offrì continuo sostegno e rifugio. E il ritratto dell’ amica, e amica della sorella di Balzac, Zelma Carroud con suo figlio Ivan. Definita lettrice attenta di alta intelligenza e senso letterario.

E il ritratto di madame Bechet con cui Balzac firma il 20 ottobre 1833 un contratto per la pubblicazione di Etudes de moeurs la prima raccolta della sue opere che prefigura La Comedie humaine. E il ritratto di Maitre Guillonnet-Merville nel cui studio Balzac lavorò agli inizi per qualche anno.

 

Restiamo a lungo in questa stanza senza una ragione apparente quasi a voler  assorbire le presenze, i volti, le influenze. Tante donne attorno ad un’unica grande passione: la scrittura, la distanza giusta dall’amore che consente di riempirsi la vita dei suoi profumi, della sua incontenibile potenza, proteggendosi però dai rischi della noia, della routine e del dolore, è questo che ha appreso da quel padre, da quella madre?

Cosa vuole dirci lo sguardo dell’inserviente che ci osserva divertito?

La sua ombra scivola alle nostre spalle, ci strizza l’occhio. E ci fa cenno di continuare, prego di qua.

Sono donne vere o immaginarie? Vere senz’altro un tempo. Donne in carne ossa. E l’amore cosa fu? Vorremmo chiedere.

 

Ma l’inserviente è già seduto nella sala vicina, nella stanza dove si raccolgono i ritratti dello scrittore e gli oggetti a lui appartenuti, e ci sembra che ammicchi indicando una teca ma forse è un raggio di sole oltre i vetri che gioca sul suo viso.

“Perché uno scrittore sia letto deve essere visto” – Balzac lo aveva capito prima delle campagne pubblicitarie, prima di Internet e Twitter. Per questo si era dotato di un bastone da passeggio, a dir poco eccentrico, che nessuno poteva evitare di notare.

Ad ogni epoca i suoi richiami.

Ci chiniamo a guardare il meraviglioso oggetto conservato dietro il vetro, di cui tanto favoleggiarono i contemporanei dello scrittore.

Un bastone da passeggio con l’impugnatura tempestata di lapislazzuli che appartenevano ad una collana di gioventù di Madame Hanska. Immaginiamo questo oggetto così bello e delicato tra le grosse mani dello scrittore. C’è qualcosa di leggiadro e di irridente insieme in questo bastone come anche negli altri oggetti esposti, nel kit dei suoi strumenti di scrittura di cui fece dono a madame Hanska.

E attorno, nella stanza,  ritratti, busti, caricature di Balzac.

Sembra che ve ne siano per ogni gusto, caricature che lo ritraggono con la sua grande pancia. E busti seri, in pose ufficiali. Espressioni impettite.

Come se Balzac avesse avuto paura, d’un tratto, che il bastone potesse dare un’idea falsata, troppo scanzonata e zuzzurellona,  della sua opera.

È questa una stanza più intima, che raccoglie la testimonianza del suo rapporto con Madame Hanska, segnato da lunghi anni di lontananza e da un carteggio appassionato.

Un volume del carteggio è conservato sotto la teca:  insieme autobiografia, analisi letteraria, romanzo d’amore.

Per poi finire come finirà. Con Madame Hanska che al momento del  trapasso di Balzac, sposato pochi mesi prima,  è a letto con l’amante.

Ma cosa importa? Gli inservienti lo sanno. Di quella fine qui non vi è traccia.

Cosa importa? Sembrano dire i loro visi. Importa poi davvero come andò a finire?

 

E ora si intravede il suo studio, la stanza che ci aspetta oltre la soglia, ricostruita fedelmente con gli oggetti di un tempo. Secondo la descrizione che Balzac ne dava nelle sue lettere. In questa stanza Balzac corresse le bozze de La comedie humaine comparsa nel 1841. E scrisse alcuni tra i suoi più grandi romanzi: Splendore e miserie di una cortigiana, La cugina Bette e Il cugino Ponze.

Il custode si allontana come se qui, nell’ombra rossa di questo magnifico studiolo, si debba entrare da soli, come se l’uomo Balzac ci aspettasse per un incontro a due.

Ha lasciato fuori il suo bastone, il suo nome per i creditori, le foto ed i ritratti, le verità e le bugie della sua vita, rimane il tavolo di noce consumato che si è portato dietro di casa in casa. Il tavolo testimone delle sue angosce, delle sue miserie, delle sue gioie. Come scriveva a madame Hanska. Con la superficie consumata dal movimento del braccio che vi è scorso sopra nel gesto della scrittura.

Questo tavolo dove si riversa la luce lontana di Parigi filtrata dal rosso e dal nero delle tende cancella tutto il resto, come se gli oggetti attorno – il crocifisso, il busto, la biblioteca a vetri, gli oggetti raccolti e ammassati da Balzac per la casa di rue Fortuné, ora rue Balzac, da lui comprata per Madame Hanska – fossero derivazioni, creature sorte dalla penna, dai fogli che la mano di un curatore ha posato lì.

E anche Madame Hanska, la sua presenza e la sua lontananza di anni. Il suo tradimento. Appare diversa adesso.

E così deve essere. Sentiamo emozionati sulla soglia. Così è. Quel tavolo, con la mano che vi si è posata, ha la facoltà di modificare tutto attorno e di ricrearlo. Lo diceva Balzac: ogni uomo è dotato di una sua energia interiore. E la sua energia è qui in questo tavolo e in ciò che ne sprigiona.

Proviamo una vertigine, forse questo rosso, questa penombra.

L’inserviente ci fa cenno, ci stacchiamo con fatica dalla calamita di quel cuore pulsante, scivoliamo nella piccola stanza da letto di Balzac, e nella sala dei manoscritti, dove accanto alla meravigliosa caffettiera sotto teca, ci viene illustrato il metodo dello scrittore, la sua enorme capacità di riscrittura.

Le bozze sono fitte di correzioni e i testi pubblicati sulle riviste si raddoppiano, si triplicano prima di essere pubblicati in forma di romanzo. Una generazione di mondo. La geneaologia dei personaggi della Comédie humaine è immensa; più grande della cattedrale di Rouen. Ma le prime opere di Balzac non erano buone. Leggiamo.

I critici lo confermano. Balzac lesse in famiglia la sua prima opera e ne ricevette un giudizio negativo. Tanto che  lui stesso pensò inizialmente di dedicarsi ad altro.

La sua lingua non era bella. Fu necessario un lavoro enorme. Un impegno. Una dedizione costante. Riscrivere la stessa pagina 16, 17 volte. Per cogliere davvero ciò che occorre cogliere: la vera arte deve saper estrarre l’essenza.

 

Ripassiamo per le stanze già percorse, ora tutto appare diverso, ci appaiono così poca cosa questi volti ritratti, queste pose, nulla di ciò che appartiene alla vita sembra lontanamente paragonabile all’essenza profonda del vivere catturata in quella stanza giù in fondo. Con tanto sovrumano sforzo.

È come se la disposizione delle stanze avesse adottato il suo metodo: prima viene presentato il contesto, poi il cuore del personaggio.

Così attraverso le stanze si arriva al cuore di Balzac. È  solo nell’opera d’arte che il reale assume significato. Diceva lo scrittore.

E ora d’un tratto noi capiamo: è il cuore che ha la possibilità di cambiare il contesto e non il contrario. Il cuore, quel centro di energia, con un grande sforzo, un impegno estenuante può trasformare ogni cosa. Il dolore di un matrimonio, il tradimento dell’amore di una vita.

Questo ci sembra di leggere negli occhi dei custodi, nel loro sorriso appena accennato.

 

Abbiamo bisogno di uscire, di respirare, torniamo nel giardino, ci abbandoniamo su una delle sedie di ferro verdi ed il mondo attorno sembra turbinare. Chiudiamo gli occhi finché l’emozione si placa, si calma.

Gli inservienti attorno lavorano sul prato, tra le siepi, con gesti lenti. Assaporando il sole gentile, la brezza leggera. Restiamo lì a lungo e sorridiamo. Loro sorridono, non c’è fretta ci fanno capire, possiamo restare finché vogliamo, fino a quando ci verrà voglia di tornare nel mondo certi di poter conservare il loro piccolo segreto. Sicuri di non dimenticarlo quando la città tornerà a premere convulsa, e la vita a scorrere caotica.

Risaliamo sulla strada, nelle vie eleganti che ci portano alla sede dell’OCSE, gli inservienti del museo spariti nel verde del giardino laggiù. Ma il loro sorriso sornione sembra seguirci ancora mentre ci allontaniamo con il segreto svelato, chiuso nel fondo del cuore.

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