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vrebbe potuto inserire un ritratto di profilo sulla quarta del libro. Meglio ancora, un ingrandimento dell’ormone che ha appena scoperto. Invece no, ci ha messo la sua foto con quegli occhi grigi e quel sorriso storto, uguale a suo padre.

vrebbe potuto inserire un ritratto di profilo sulla quarta del libro. Meglio ancora, un ingrandimento dell’ormone che ha appena scoperto. Invece no, ci ha messo la sua foto con quegli occhi grigi e quel sorriso storto, uguale a suo padre.
È stato proprio lui a regalarmi la copia il mese scorso, poco dopo la mia separazione.
Mi ha raggiunto all’uscita della sala operatoria e mi ha salutato con una delle sue frasi del cazzo “le mogli possono anche andarsene, l’importante è che rimangano i figli”.
Mi sono chiesto per l’ennesima volta se me lo faccia apposta. A parte che una moglie ce l’ha, e pure discreta. Poi lo sa che i nostri figli hanno la stessa età ma che mentre il suo raccoglieva lodi all’università, il mio raccoglieva le margherite sul prato per la mamma.
Per fortuna quest’estate tocca a Sandra subirselo. L’indirizzo della sua nuova casa a Roma è già impostato nel navigatore e ho pure fatto il pieno, aspetto solo che Davide sia pronto. Non ho idea di cosa possa aver infilato nella valigia, ma se gli mancherà qualcosa forse è la volta buona che si trova un lavoro e se la va a comprare.
Al momento riesco solo a pensare che finalmente potrò godermi la quiete che non conosco ormai da anni, e magari lo scrivo anch’io un saggio, pure più interessante di quello che un giorno scriverà il gran chirurgo di sto’ cazzo a quattro mani con il nuovo dottorino.
“Babbo! Ci so!” urla Dade con il suo fare goffo piombandomi nella stanza.
“Allora possiamo partire?” rispondo afferrando il borsino.
“Aspetta un attimo”
Si posiziona davanti la scrivania, prende il telefono in mano e mentre si immortala insieme alla mia faccia sconsolata esclama entusiasta “selfie!”
Dal divorzio gli è presa così. Non fa altro che scattarsi foto. E le fa nei momenti più impensabili, più assurdi e indecenti tipo mentre dormo, mentre mangio e persino mentre sto sul cesso. Sono arrivato a pensato di sequestrargli il cellulare, ma come si fa a sequestrare il cellulare a uno di ventisette anni?
Da sempre la beffa è stata non scoprire il confine tra patologia e carattere, quel che è certo è il risultato: una sottospecie di uomo che, forse, non sa neanche chi è.
Rimango perplesso, a fissare i suoi occhi riflessi sullo schermo che guardano chissà dove. E in quelle labbra così fini, in quei capelli brizzolati già tendenti a sbiadire non riesco a trovarci nulla che mi appartenga.
“Dai andiamo” dico per interrompere i pensieri.

Siamo appena partiti che inizia a piovere. Si gira verso il finestrino e urla “Selfie!”
“Ti fai le foto pure con l’acquazzone?”
Mi sento masochista a porgli una domanda del genere: di solito le sue risposte demenziali mi echeggiano nella mente come l’urlo dei bambini al primo vaccino.
“Babbo, le gocce sono molto più intelligenti di noi!” esordisce convinto.
“Certo, è noto che la corteccia cerebrale delle gocce è doppia rispetto a quella degli uomini!” ironizzo prontamente.
Ignorando la mia considerazione continua “Quando una goccia cade sul vetro è debole, allora cerca quella più vicina, l’abbraccia, scorrono più velocemente e scivolano giù divertendosi come matte! Le gocce ridono mentre noi non ci siamo mai abbracciati!” poi abbassa il tono “Forse se anche noi tre fossimo stati più insieme…”
Lo interrompo con un colpo di tosse, quello che uso sempre per liberarmi dalle situazioni imbarazzanti “Che dici se ascoltiamo un po’ di musica?”

Maledetta zia Nina che gli regalasti il primo disco, mi ripeto durante i duetti di Dade e Gigi d’Alessio. Finita l’ultima traccia, scaraventa la testa all’indietro facendola rimbalzare sul seggiolino; poi sposta solo gli occhi verso sinistra, guardandomi.
“Babbo, cosa avresti voluto che facessi da grande?”
“Te le ispira Gigi D’Alessio queste domande?” rispondo sghignazzando.
“Dai! Dici sempre che faccio domande stupide. Questa mi sembra interessante”
Sbuffo infastidito come quando c’è un emorragia durante l’operazione, poi mi volto per cercare quello sguardo che non riesco mai a incrociare e mi sorprendo a disagio ma deciso a dire la verità “Io volevo che tu diventassi medico”
“Meglio!” esclama facendomi sobbalzare “Io il dottore l’ho già fatto, non te lo ricordi?”
“Sì, nei miei sogni”
“No no, l’ho fatto da bambino a carnevale, insieme al figlio del tuo collega, quello che ha scritto il libro. Non ricordi la foto che tenevi nell’ufficio? Anzi, perché l’hai tolta?”
Devo farmi venire in mente una risposta clinica.
“Diciamo che…” tergiverso un po’ “il giorno in cui anche tu scriverai un libro la rimetterò”
Lui scoppia a ridere e il cartello che indica la nostra uscita mi aiuta sollevandomi dall’imbarazzo. Scalo la marcia e imbocco la tangenziale ma… Che cazzo succede?!
“Reggiti forte!” esclamo.
La violenza della frenata ci scaraventa in avanti per poi appiccicarci allo schienale. Assisto al terribile spettacolo aspettando che l’autocontrollo vinca la guerra contro l’adrenalina cosparsa in ogni angolo del mio corpo.
“Devo andare, sono un medico, tu aspetta qui!”
Quello che era un sofisticato SUV ora assomiglia molto più a una scatoletta di tonno fumante aperta da un imbranato.
L’uomo al volante è vivo; chiamo i soccorsi e mi avvicino.
Cerco di tranquillizzarlo mentre urla in arabo e mi faccio aiutare ad estrarlo dalle lamiere ma si dimena e continua a gridare insopportabilmente.
“Babbo, babbo, dice che c’è suo figlio!”
“Dade vai in macchina!”
“Quest’uomo sta dicendo di cercare suo figlio!” Insiste.
Qualcuno tra la piccola folla comincia ad esplorare finché una signora si precipita sotto l’argine “Quaggiù, eccolo quaggiù!” e riemerge con un bambino accasciato fra le braccia.
“Davide riesci a dirgli che suo figlio si salverà?”
“Certo dottore” mi risponde orgoglioso e incomincia a emettere suoni per me incomprensibili.
Arrivano i soccorsi e ripartiamo sporchi di sangue e sudore.
“Dade ma chi ti ha insegnato l’arabo?”
“Quando rimanevo solo in casa guardavo delle trasmissioni di Al Jazira con i sottotitoli e anche se non la parlo bene, in qualche modo mi faccio intendere”
“Sai che sei stato più utile tu di me!”
Lo sguardo fiero e complice che ci scambiamo somiglia all’abbraccio delle gocce d’acqua. “Però ho dimenticato di fare il selfie!”
“Non ti preoccupare, quello che abbiamo vissuto non lo dimenticheremo facilmente!”

Arriviamo a destinazione e appena tiro il freno a mano lui apre la portiera e scappa via con lo zainetto che ha tenuto fra le gambe per tutto il viaggio. Provo a ricorrerlo sbraitando, ma la vecchiaia mi tradisce. Allora torno alla macchina e cercando di mantenere la calma ripenso a una delle poche cose che gli ho insegnato: quando ci si perde, il punto di ritrovo è alla macchina. Salgo e piego la testa sul volante. Sto così per non so bene quanto tempo, rimandando giù tutte le lacrime che bussano agli occhi.
D’un tratto sento aprire la portiera.
E’ tornato.
Prima ancora di poterlo sgridare mi da le spalle e sollevando un braccio grida “selfie”.
Poi s’infila repentino nel seggiolino di fianco al mio, estrae dallo zainetto un quaderno con un leone sulla copertina e inizia a sventolarmelo davanti agli occhi dicendo euforico: “ero andato a finirlo!”
Sfoglio, pagina dopo pagina. Sotto ai miei occhi scorrono i famigerati selfie che mi hanno tormentato in questi lunghi giorni, commentati da improbabili didascalie comprensibili solo a noi due. Sento le guance compresse da un sorriso che si è fatto largo e in quel momento mi mette una mano sulla spalla.
“Hai visto, anche io ho scritto un libro come il figlio del tuo collega, solo che questo racconta una storia molto più bella, la nostra!”

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