“Cosa è la destra, cos’è la sinistra?” cantava Giorgio Gaber qualche anno fa. E così leggendo i giornali scopro che il Pdl ha attaccato la fiction “I Liceali”, in onda il venerdì su Canale 5, definendola un prodotto di stampo filocomunista, lontana dal mondo reale e anzi in grado di travisare i fatti e le vicende offrendo un immagine completamente distorta della realtà.
Come riferisce Alessandra Menzani di “Libero”, infatti, la messa in onda della seconda puntata della serie interpretata, fra gli altri, da Claudia Pandolfi, non ha mancato di suscitare malcontento e discussioni in Senato, fra le fila della Pdl. La narrazione dell’occupazione del liceo romano del Professor Cicerino in cui si svolgono le vicende, in realtà, non conteneva nessun messaggio che fosse sconvolgente o nuovo agli occhi di uno spettatore attento. In fondo, le occupazioni delle scuole e degli istituti hanno rappresentato una costante del mondo giovanile sia con governi di destra che di sinistra.
Eppure, intervistato da “Libero”, il senatore Maurizio Gasparri ha sparato a zero contro la fiction prodotta dalla Taodue sostenendo di essere “contro la censura, ma anche contro il qualunquismo. L’ultima puntata della serie è criptocomunista”. “Una serie” ha proseguito Gasparri “colma di luoghi comuni con critiche all’operato del governo”; che diffonde “messaggi subliminali sbagliati” e offre una lettura “approssimativa e superficiale” della realtà. Immediata la replica di Pietro Valsecchi secondo cui “le fiction non sono né di destra, né di sinistra” e “la fiction è qualunquista come lo è la realtà in cui viviamo, certe ideologie sono superate”.
Per la cronaca il racconto ruota attorno alle vicende del timido professore di campagna (Cicerino, ben interpretato da Giorgio Tirabassi) trasferitosi con la figlia quindicenne al prestigioso liceo romano Mamiani, frequentato dai figli viziati della Roma bene. Il bravo e buon Cicerino si ritrova in un ambiente ostile: con colleghi sostanzialmente menefreghisti, un preside che sarebbe da denunciare, studenti che hanno poca voglia di studiare e molta di prenderlo in giro.
In un contesto narrativo di spinta contemporaneità, la serie affronta i tanti problemi dell’adolescenza: i rapporti conflittuali con i genitori, la gestione difficoltosa dei sentimenti, lo studio. In più le problematiche dell’oggi: il sesso facile, l’appannamento dell’autorità in famiglia e a scuola, fino alle corse d’auto notturne o ai filmini hard messi a tradimento su Internet.
E così, ancora una volta, fiction e realtà vengono a sovrapporsi nuovamente. Politica e narrazione televisiva si intrecciano pericolosamente. Era già successo qualche mese fa quando il sindaco di Roma Alemanno se la prese con le serie televisive di successo come “Romanzo Criminale” colpevoli, a suo dire, di alimentare atteggiamenti pericolosi tra i giovani. Il sindaco capitolino aveva affermato che “alcune operazioni culturali come la serie tv Romanzo criminale o altre simili non aiutano, hanno lanciato delle mode, degli atteggiamenti e dei modi di fare sbagliati. I giovani, invece non vanno lasciati da soli, faremo tutto il possibile per stare nelle periferie”.
Scaricare su una serie televisiva la responsabilità delle sempre più frequenti risse tra giovani armati di coltello o delle occupazioni scolastiche è imbarazzante e, al tempo stesso, ridicolo. La fiction crea esclusivamente simulacri di realtà sociale. E lo fa, oggi, in tanti modi diversi: con una contaminazione interessante e articolata tra forme documentaristiche e forme finzionali. La fiction, pertanto, non può e non deve essere considerata ingenuamente (soprattutto da parte di chi ci governa) uno specchio delle realtà sociali che vi vengono rappresentate, al contrario essa prova a fornire, nel tempo attuale, qualcosa di più radicale, ovvero costruire un luogo di invenzione di forme di esperienza.
Non si può ritenere una serie di sinistra o filo-comunista solo perché racconta, provoca, si ribella o dissacra. Chi pensa ciò non è consapevole che esiste un pubblico critico, attivo in grado di negoziare i significati e i contenuti fruiti. Un pubblico che sta a sentire guardando quella storia inventata perché “sta al gioco” sospendendo l’incredulità e segue il filo della narrazione con una passione non inferiore a quella che gli susciterebbe la verità.
Siamo oramai nella fase di maturità (non ancora per tutti da quanto si legge) per poter riconoscere alla fiction la capacità di produrre esclusivamente una dimensione valoriale che, in definitiva, prescinde dai colori politici e che, al limite, è loro trasversale.
