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La Taverna del Maltese, la Puglia e Nichi

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Antonino ha lasciato Bari e si è trasferito con la moglie in campagna, a Zingarello. Sono finiti da poco i lavori per sistemare la cucina del trullo dove...

Antonino ha lasciato Bari e si è trasferito con la moglie in campagna, a Zingarello.

Sono finiti da poco i lavori per sistemare la cucina del trullo dove abitano, che ha acquistato spazio e luce dai lavori di restauro. Tra i lavori in giardino e l’ orto , Antonino e Mina trascorrono serenamente le giornate, mentre la sera, anche se non fa freddo, accendono il camino.

Sono felici in quel loro ritiro dalla città, che hanno lasciato dopo la pensione. Lei faceva la maestra d’asilo – rifarei quel lavoro se dovessi ricominciare – e il figlio Dario ha preso le redini della Taverna del Maltese, storico ritrovo della sinistra di Bari, di cui Antonino è

stato fondatore.

È lì che sono cresciuti, ragazzi come tanti, Nichi Vendola – Antonino ci mostra una foto presa nel suo locale in cui c’è anche Bertinotti – ed Emiliano, ex pm antimafia e attuale sindaco di Bari. È grazie a quest’ultimo se l’ecomostro di Punta Perotti, 300.000 metri cubi di cemento costruiti illegalmente a due passi dal mare, è stato abbattuto nel 2006. Un evento l’abbattimento, con esplosioni in diretta tv.

Un grazioso lungomare ha preso il posto del cemento di Punta Perotti, tanto verde,  installazioni di tela bianca come vele che svettano nel cielo: durante la pausa pranzo gli impiegati passeggiano in quello spazio sottratto alla mafia e  mangiano il panino tra la brezza marina e le aiuole curate.

 

Giardino messo in pericolo dalla decisione del tribunale di Bari che con una recente sentenza ha stabilito che l’area venga restituita ai costruttori degli ecomostri, ai Matarrese, per citarne uno. Emiliano ha detto che presenterà appello e che il giardino resterà ai baresi.

Un bel cambiamento rispetto al passato, una speranza che qualcosa si possa ancora fare – ci dice Antonino – che un politico possa perseguire il bene comune. Che sia pure, chissà, rimasto un sognatore.

 

E mentre si viaggia in Puglia è forte la sensazione  che la regione stia cambiando, è ordinata, moderna ma rispettosa del passato, civile, con i bagni dei locali  puliti e i prezzi in genere più onesti che altrove. Ci sembra – così a pelle – che qui si costruisca e non si distrugga, a parte gli obbrobri edilizi.

 

Ce ne accorgiamo passando per Trani, il centro storico un gioiello luminoso, una specie di Svizzera impregnata di mediterraneo. Strade pulitissime e cestini delle immondizie pieni, la luce brillante del sole e il mare che abbaglia la cattedrale, ne lambisce i fianchi di pietra dorata.

 

Non si trova una cicca per terra e questo fa bene al cuore, se si è italiani e si comincia a vergognarsene.

 

– Sarà merito della nuova classe politica di sinistra, dello stesso governatore, Nicki Vendola? – chiediamo ad Antonino.

 

Per aver visto una sua intervista in tv ci siamo convinti  che la sua passione – ci è apparsa davvero autentica –  possa essere il grimaldello che spezzi l’inedia e la disaffezione della sinistra italiana per la politica. Che lui sia un leader e che possa ricreare coesione e consenso, ridare speranza a tanti, come noi, si sentono orfani di un partito, di qualcuno in cui riconoscersi, di cui potersi fidare.

 

Antonino è d’accordo con noi ma è di parte, con quel mezzo toscano tra i denti e la custodia per gli occhiali appesa al collo, con spilla falce e martello appuntata.

 

Una  falce e un martello veri sono appesi alla porta del capanno degli attrezzi – cade ogni volta ma io la raddrizzo – ci dice, quando ricompone i due attrezzi incrociati e sorride sornione, stringendo il toscano tra le labbra: – Non ho rimpianti. Sono felice di quegli anni passati a fare politica dal basso, stando in mezzo alla gente, senza poltrone, fuori dal sistema.

 

Ha portato la musica a Bari, i grandi cantanti che hanno suonato alla Taverna e con cui è rimasto amico: – È stato qui da poco Claudio Lolli, lo ricordate? –

 

Perché anche a  Zingarello, sperduta frazione vicino ad Alberobello,  Antonino  organizza in estate eventi musicali. All’ultimo ha partecipato suo figlio Dario,  che canta le canzoni di De Andrè e sembra proprio lui. Preciso.

 

Nella gestione del locale, rilevato nel 2006, Dario ha seguito le orme del padre: negli arredi la Taverna del Maltese è cristallizzata, immobile agli spartani anni ’80 dei militanti di sinistra. Qualche moderna lampada in ottone fa da contrasto ai manifesti del  Il Laureato e  di Manhattan. Dustin Hoffman giovanissimo e Woody Allen accanto a Diane Keaton.

 

Kurt Gobain, leader dei Nirvana morto nel ‘94,  è l’immagine più recente, tra quelle appese nel locale.

 

Potrebbe fare déjà vu  e invece no, c’è tanta vita, anima,  tra la gente che arriva nel locale per la serata inaugurale degli incontri previsti per  i trent’anni della Taverna, nel quartiere Libertà.  Qualcuno ordina da mangiare, si parla bevendo birra, l’atmosfera è festosa.

 

– I tavoli li abbiamo fatti noi – racconta Antonino –  eccoli qua, sono ancora in buono stato. Per capire quanto si dovesse far pagare una bibita – non sapevamo niente di prezzi e guadagni – avevamo chiesto ai fornitori. Ci avevano spiegato di aggiungere due parti al prezzo di acquisto: una andava per le spese e l’altra era il nostro guadagno.

 

– C’erano compagni che non pagavano, autoriduzione dicevano, nemmeno quel poco che chiedevamo. E no, non va bene, ne abbiamo cacciati via tanti.  Come pure quei tre carabinieri che erano venuti  e pensavamo fossero lì per arrestare qualcuno. A loro era  la nostra musica che non garbava. Andava un disco di Paolo Conte e uno dei tre  aveva detto a voce alta che palle questa musica.  Ci avevamo discusso e poi li avevamo invitati ad andarsene, senza paura, eravamo nel giusto. Quello era il nostro spazio, da difendere da tutti, ad oltranza.

 

Antonino è il re della serata. Al tavolo con  gli amici scorre con un occhio  gli articoli a tutta pagina che “Repubblica” e “il Corriere” hanno dedicato alla Taverna. Ci sono le sue foto, è orgoglioso e insieme schivo, è il suo momento di gloria. Si alza di continuo per stringere mani e abbracciare gli amici.

 

L’altro fondatore, Alessio Viola, si è dato alla scrittura e gira per il locale, forse in cerca di consenso: un suo libro sulla  Taverna è uscito da poco. Ne parla durante l’incontro sul palco del seminterrato, zona dedicata alla musica e agli incontri. Moderatore un giovane giornalista del quotidiano locale, tra Dario, nuovo gestore, Antonino ed Alessio. Il presente e il passato della Taverna.

 

Volendo si può fumare, altra eco – anche se tossica – dei bei tempi andati. La cantina sa di umido ed è male illuminata eppure non ci si sente costretti, come in certi locali minimal che fanno spesso freddo al cuore.

 

Il  cuoco è intonato all’ambiente. Quando esce dalla cucina per salutare –  questo è il nostro terzo figlio –  dice Antonino dopo averlo abbracciato,  esibisce orgoglioso una barba da profeta e capelli pendant. – Difficile, impossibile  per lui trovare un’altro posto di lavoro, dove il suo look , così fuori dai dettami igienici, venisse accettato.

 

Una visita al bagno, con vaso mezzo rotto e poca carta igienica – lascia stare il sapone –  ci rammenta il sobrio essenziale d’altri tempi.

 

Niente a che vedere con la compostezza mediatica di Nichi Vendola,  che nella scelta del look odierno –  completo grigio, cravatta pastello e  camicia bianca – ha forse voluto far sbiadire la sua fase scapigliata, l’eskimo e le camicie a quadri, troppo datate e fuorvianti.

 

Nota dissonante alla sobria eleganza quella fede al pollice e l’orecchino che non toglie mai. – come a dire – non rinnego nulla, io sono questo, guardate oltre il mio completo elegante.

Racconta Antonino che è stato  proprio nel suo  locale, chiamato Otium, evoluzione della Taverna per clienti più agé, che Nichi si è convinto a partecipare alle primarie della sinistra e a correre poi da governatore in Puglia, sconfiggendo per ben due volte l’onorevole Boccia, candidato di D’Alema. – Ci sembrava impossibile, è nato quasi per gioco, il lancio della sua candidatura. Nichi quella sera sembrava il primo a non crederci.

 

Vendola non avrà tempo per una visita alla Taverna, impegnato come è nella corsa per le prossime primarie della sinistra. – Deve farcela a vincere.  – quasi grida Antonino per farsi sentire – sovrastando la musica e le voci  –  dall’amico magistrato che lo ha raggiunto al tavolo. A differenza di Antonino questi ha il viso segnato dagli anni di lotta contro la mafia pugliese. È sotto scorta e si vede, nel volto in cui le rughe sono fiumi in secca, geografia dell’odio, segni distintivi di chi ha combattuto difficili battaglie.

 

 

Antonino ha il viso marcato da una lotta più dolce – la musica, la birra – quanta ne ho bevuta – concretizzata in quella sua idea, di ritorno da Londra, di creare un ritrovo alternativo a Piazza Umberto I, dove i giovani si riunivano.

 

– Stavamo all’aperto a parlare per ore – racconta il magistrato, che sembra già  meno stanco – avevamo bisogno di un luogo che fosse anche un simbolo, dopo l’abbandono delle sedi del partito nell’epoca del riflusso.

 

– Cominciavamo a pensare a un modo nuovo di fare politica. Fare conoscere la musica, fare incontrare la gente,  è stata questa la mia idea di politica – dice Antonino, mentre riaccende il toscano:

 

– Ho guadagnato poco, non ho la pensione e vivo con niente – però sono felice e rifarei tutto quanto da capo, sembrano dire i suoi occhi.

 

Con quel sigaro in bocca  da cui  soffia via il fumo,  Antonino si distrae per un attimo a seguirne il tragitto, il volo rasente lambisce le teste degli amici  e il viso della moglie, compagna insuperabile degli anni appena passati, che sembra solo ieri.

La Taverna del Maltese

Via Francesco Netti , 34
70122 Bari
tel. 080 5244577

http://www.taverna.ba.it/

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