Nel mio paese suonano gli Ultavixen; so ormai della cattiva abitudine di far cominciare i concerti a tarda ora, così esco alle ventidue e trenta. I ragazzi della band sono sulla porta del locale: fumano una sigaretta e chiacchierano prima di salire sul palco. Il palco è in realtà uno spazio di pochi metri guadagnato fra un tavolo di biliardo a stecca ed i soliti videopoker. Alessio e gli altri del gruppo (Nunzio, basso e voce e Carmelo, batteria), che nel moniker si rifanno ad un vecchio film di Russ Meyer, sembrano apprezzare. Cominciano a sparare i pezzi del loro disco “Avorio Erotic Movie” ad un volume impossibile: è tutto fantastico. I ragazzi del mio paese, avvezzi a sonorità decisamente più dolci, scappano a gambe levate. Nel vortice delle distorsioni rimaniamo in pochi.
Questa band viene da Catania, che per anni è stata indicata (in maniera un po’ frettolosa) come la Chicago italiana, perché tutto il miglior rock indipendente, una quindicina di anni fa arrivava dalla città Etnea. Anni dopo il fenomeno si è ridimensionato, ed assieme agli storici Uzeda (firmatari di un contratto con la Touch & Go) gli Ultravixen sono la più bella realtà musicale dell’isola.
La band ha registrato il disco con la supervisione di Giorgio Magistrali e ne ha affidato il mastering a Bob Weston (Shellac e Mission of Burma). Il loro suono è la somma perfetta di tante influenze: c’è il post punk americano di Big Black e Rapeman, in alcuni pezzi si sente il delirio lo-fi punk dei Pussy Galore, e si ascoltano alcune deviazioni di malatissimo blues urbano. Proprio come piacerebbe ai Pere Ubu (anche gli Ultravixen, come loro, usano un theremyn).
È un peccato che io abbia la sbornia logorroica, perché a fine concerto investo Alessio (voce, chitarra e theremyn) con un fiotto inutile di domande. Lui gentilissimo mi risponde con garbo. Stamattina, dopo aver fatto gli auguri a mia nonna (ed aver liberato il gatto dimenticato sul balcone la notte prima) ho ascoltato il disco. I suoni abrasivi e distorti hanno risvegliato il dolcissimo fischio nelle orecchie, ed hanno risvegliato (oh, che splendida madeleine Proustiana) il ricordo della loro esibizione. Il momento più alto del live è stato per me l’esecuzione di “Tokio Train”, con Alessio che scendeva fra il pubblico e ci invitava a pizzicare le corde della chitarra. Dallo strumento si alzavano note cupe e rimbombanti. La coda della canzone è una deflagrazione micidiale chitarra-basso e batteria che fa pensare ai primi Fugazi.
La musica degli Ultravixen è fatta di momenti di vuoto e di pieno, i momenti sospesi sono sottolineati da dialoghi fra basso e batteria molto precisi (quasi math rock) ed esplosioni di violenza noise che riportano alla mente i Birthday Party. Un ottimo gruppo che non conosce lo snobismo tipico di molte band cosiddette “indie rock”.
Da ieri notte ho le orecchie che fischiano ed un nuovo cd da ascoltare. Se considerate che l’ultimo cd da me acquistato è stato una ristampa di Scapegoats dei Green on Red nel 2005 capirete quanto mi hanno colpito gli Ultravixen. Se passano a suonare dalle vostre parti lasciate ogni attività ed andate a sentirli. Onestamente non so se saranno il futuro del rock, ma certamente sono un ottimo presente. E non è poco.
http://www.myspace.com/ultravixenband
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