Duramadre. Castrante maternità esibita in un’atmosfera sospesa

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Refoli di vento ci trasportano – insieme a una voce femminile appena sussurrata – dentro un ambiente surrealista in cui sfere bianche e nere rievocano quelle nelle tele...

 

Refoli di vento ci trasportano – insieme a una voce femminile appena sussurrata – dentro un ambiente surrealista in cui sfere bianche e nere rievocano quelle nelle tele di Magritte, nella loro forma perfetta, prive di asperità, embrioni di vita potenziale.
Tre uomini nudi, protetti solo da una patina bianca, squarciano il nylon che li avvolge e iniziano a vagare smarriti nello spazio, scollandosi pian piano da uno sfondo lattiginoso come i loro corpi. Dall’alto di un’impalcatura, una donna vestita di nero gestisce e domina la scena. È la Duramadre che, china sulla macchina da cucire, sbraita contro i tre figli in un ispido dialetto tramite il quale afferma subito il suo potere totalitario. Inebetita dalla prolungata reclusione – spunta poi da una casetta, anch’essa bianca – la figlia femmina, intenta a stropicciarsi gli occhi, a saltellare e a emettere una cantilena ininterrotta.  Il robotico linguaggio corporeo dei quattro figli è il riflesso di tormenti interiori: la privazione di identità e la sessualità mai espressa che si uniscono alla pietosa ribellione verso il castrante matriarcato.

 

L’opera di Fibre Parallele, senz’altro ricercata sul piano visivo, risulta fin troppo manierosa e passaggi poco agevoli vanno a aggrovigliare una drammaturgia già di per sé frammentata e dissonante. È, però, il pathos degli attori, specie di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo,  a generare in alcuni punti una sorta di ipnosi nello spettatore che non può non essere trascinato nel loro microcosmo. A rompere l’incantesimo sono forse le facili bipartizioni di bene-bianco/male-nero, i gesti spesso ripetitivi e scene (una tra tutte la madre che strappa il cuore a un figlio) che  scivolano nella retorica. Il ritmo si allenta, non permettendo di mantenere sempre vivo quel brivido nato dalla straziante commistione di amore, odio e possesso assoluto.
Aleggiano i versi de La ginestra di Leopardi, a cui la pièce si ispira, in cui un fiore assurge a simbolo della condizione umana. Come la ginestra fiorisce a dispetto della lava del Vesuvio – emblema di una natura crudele e distruttiva – così i quattro figli risorgono alla morte della Duramadre. “L’amore è il principio vivificante della natura come l’odio è il principio distruggente e mortale”.
Finalmente possono vestire gli abiti mai completati dalla madre e possono sfondare la parete bianca oltre la quale – come una finestra di magrittiana memoria – quattro verdi arbusti si oppongono al pallore opprimente. Un’immagine che non è affatto sinonimo di speranza bensì di inquietudine, disorientamento e timore dell’ignoto.

Visto al Teatro Palladium di Roma – Cartellone 2013

Duramadre

di Riccardo Spagnulo e Licia Lanera
con Mino Decataldo, Licia Lanera, Marialuisa Longo, Simone Scibilia, Riccardo Spagnulo
voce narrante Rossana Marangelli
produzione Fibre Parallele

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