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Nel fango

di

Data

In ufficio era stata una giornata da dimenticare, di quelle che iniziano con il sogno di tornare a casa e finiscono allo stesso modo. Il capo era stato insopportabile, come al solito del resto.

In ufficio era stata una giornata da dimenticare, di quelle che iniziano con il sogno di tornare a casa e finiscono allo stesso modo. Il capo era stato insopportabile, come al solito del resto. In effetti la giornata era stata proprio uguale a tutte le altre. Aveva anche piovuto, cosa che accadeva spesso essendo novembre, l’aria era umida e fredda e le foglie bagnate ricoprivano la strada. A un certo punto smise di camminare. Quella pozzanghera aveva qualcosa di speciale. Forse si trattava della perfetta forma rotonda che la rendeva simile a un disegno, fatto sta che non poté farne a meno: il bambino sopito da anni nel suo petto balzò fuori come fosse niente, si impossessò delle sue gambe e lui si ritrovò a fare un bel salto dentro la pozzanghera. Splash. Non fece in tempo a provare fastidio per i pantaloni bagnati però, né per la voce della moglie dentro la sua testa che lo rimproverava, perché lo stupore grazie a Dio ebbe subito la meglio. La pozzanghera era più profonda di quanto si aspettava, molto più profonda. I suoi piedi andavano giù senza fermarsi, finché le ginocchia furono immerse, poi il bacino, il collo, infine la testa. Andava giù dolcemente con il fango morbido che gli avvolgeva il corpo. Poi i suoi piedi toccarono il fondo. Intorno a lui era tutto marrone e spesso, non vedeva nulla e sentiva solo il plof plof dei suoi movimenti.

Quando qualcosa di piccolo e veloce gli sgusciò in mezzo alle gambe pensò subito a uno scarafaggio. Istintivamente arricciò le dita dentro ai mocassini e per un istante si immaginò circondato da centinaia di piccole creature schifose, che del resto avrebbero avuto molto più senso di lui in quel posto. Ma non ci mise molto a capire. Bastò lo scocco della piccola freccia.

Lo conosceva benissimo quel suono: infinite volte, molto tempo prima, le sue orecchie di bambino lo avevano sentito, e non si stupì affatto quando iniziò pure a distinguere il rumore degli zoccoli dei minuscoli cavalli, al galoppo intorno alle sue caviglie. Guardò giù senza muovere i piedi di un millimetro, non vedeva granché ma gli occhi iniziavano piano piano ad abituarsi al fango. Distingueva appena quelle figure al galoppo, completarne le sagome però non gli fu difficile: quelle immagini erano chiuse dentro la sua testa da sempre, fu come ripescarle impolverate dentro a un baule ritrovato in soffitta. Riconobbe i segni dipinti sui piccoli volti – quelli del sentiero di guerra – e le penne sistemate intorno alle teste sul laccio di cuoio che ricordava esattamente così, orlato di frange. E così era laggiù che erano finiti. Per tutti quegli anni in cui lui era stato adulto, quegli esserini si erano rincorsi nel fango, al di sotto della strada, qualche metro più giù della sua vita.

Mantenne una rispettosa immobilità e restò in ascolto: i cowboy dovevano arrivare da un momento all’altro, era sicuro che presto avrebbe sentito gli spari. Si udì un flebile tonfo,  la ventiquattrore vibrò leggermente nella sua mano destra. La sollevò all’altezza della faccia, sembrava tutto a posto ma come ci passò sopra l’altra mano si accorse che qualcosa ci si era conficcato dentro, come uno spillo. Lo estrasse ed esaminandolo con le dita capì che si trattava di una freccia. La borsa era nuova e lui stava per arrabbiarsi, ebbe l’istinto di schiacciare quei mostriciattoli con il piede. Si arrabbiava sempre anche con i suoi figli quando giocavano intorno alle sue cose, una volta gli avevano spruzzato la giacca dell’ufficio poggiata sulla poltrona con la pistola ad acqua e lui aveva urlato molto, e poi aveva dovuto cambiarsi tutto il completo.

Ma ecco un primo sparo, seguito dal galoppo e dalle urla inconfondibili dei cowboy. Si bloccò e si accucciò il più possibile sulle gambe senza spostare i piedi per godersi lo spettacolo da vicino: lo scontro era il momento che preferiva e non se lo sarebbe perso per nulla al mondo. La posizione certo era scomoda, e lui si sentiva ridicolo con le gambe piegate e i piedi larghi. Tuttavia, trovarsi in fondo a una pozzanghera presentava innegabilmente alcuni vantaggi: in mezzo al fango non poteva vederlo nessuno.

Da bambino era spudorato, le guerre che si svolgevano sotto al tavolo di casa sua se le godeva seduto per terra a gambe incrociate o addirittura sdraiato. La madre lo guardava perplesso stare ore a fissare il pavimento ma lui se ne fregava. Adesso non avrebbe avuto il coraggio nemmeno di abbassare lo sguardo se quello che stava accadendo laggiù fosse capitato nel suo salotto o sotto la scrivania dell’ufficio. In mezzo al fango, però, non poteva vederlo nessuno.

Il capo indiano diede il segnale della ritirata. Si sarebbe potuto pensare che si trattasse della resa, invece niente affatto. Il capo tribù era il suo preferito, con la doppia fila di penne gialle e bianche, e lui conosceva in anticipo ogni sua mossa. La ritirata in realtà era solo un diversivo: gli indiani fingevano di ritirarsi per poi attaccare i cowboy alle spalle. Gli indiani ruotarono intorno alla sua caviglia sinistra e si rimisero sul sentiero nella direzione opposta.

Ormai nel fango riusciva a distinguere i cappelli dei cowboy uno per uno. Sfortunatamente proprio sul più bello dell’attacco alle spalle, la pelle iniziò a tiragli sul viso. Il fango, da morbido e avvolgente, si stava facendo via via più secco. Muoversi gli era sempre più difficile e anche la possibilità di vedere attraverso la terra opaca stava diminuendo. Stava restando intrappolato nel fango arido. Capì che doveva andarsene in fretta. Sollevò un piede e si rese conto che il terreno, più duro, adesso era in grado di sostenere il suo peso. Iniziò a salire come su una scala invisibile. Si sollevava sul piede destro e poi velocemente spostava il peso sul sinistro, prima che l’altro sprofondasse. Così facendo, lentamente, come in un sogno, riuscì a raggiungere la superficie. Quando tirò fuori la testa, la pozzanghera si era quasi trasformata in terreno asciutto. Giusto in tempo tirò fuori l’ultimo piede. Si fermò esausto sul marciapiede a respirare, mentre si accorgeva che un sole molliccio ondeggiava tra lo strato indistinto di nuvole bianche. Le strade erano completamente asciutte e il vento spazzava le foglie secche.

Si alzò in piedi, il fango era diventato terra incrostata sui suoi vestiti. Provò a smuoverla, lentamente iniziava a sgretolarsi da sola mano a mano che si asciugava

Quando arrivò a casa, nel salotto c’erano tutti. I bambini si rincorrevano. La moglie lo guardò neanche fosse un fantasma.

–  Sono inciampato tesoro, e sono finito in una pozzanghera. Vado subito a lavarmi.

Lei non disse una parola mentre lo guardava allontanarsi.

– Papà…. Ma cos’hai qui?

Il bimbo era dietro di lui.

– Ma papà… È una freccia! –

Il piccolo aveva estratto qualcosa dietro la sua gamba

– Certo tesoro – ridacchiò la madre – è una freccia degli indiani.

Il bambino teneva esultante la piccola freccia tra i ditini.

Il padre si abbassò, poggiò a terra le ginocchia e guardò il bambino negli occhi.

– Esatto. È proprio una freccia degli indiani. Non è molto difficile vederli sai? Sono sicuro che si nascondono sotto al divano.

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