Andrea Carandini: Roma – La favola che favola non è

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Che cosa ci vuole perché una città possa esistere come tale? Quali sono gli elementi che attribuiscono a un villaggio il carattere della civitas e fanno di un agglomerato di capanne la futura capitale dell’Impero?

Che cosa ci vuole perché una città possa esistere come tale? Quali sono gli elementi che attribuiscono a un villaggio il carattere della civitas e fanno di un agglomerato di capanne la futura capitale dell’Impero? Ma è davvero esistito un rito di fondazione della città di Roma compiuto in quel 21 aprile 753 a.C. che il mito ha reso famoso? E quali sono gli spunti dai quali desumere che non si tratta soltanto di una leggenda? Quali i fatti concreti che permettono di datare l’incipit della città e farlo coincidere con il giorno che la leggenda tramanda?
Andrea Carandini, professore di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana presso l’università La Sapienza di Roma, sta articolando proprio queste domande, e nel teatro si è fatto silenzio. Era stato allestito per lui un tavolo da conferenziere, con tanto di tovaglia rossa, sedie damascate, bottiglietta d’acqua e bicchiere accanto. Ma il professore ha detto che il tavolo proprio non gli serve e ha chiesto invece una canna, un bastone che gli permetta di indicare con agio le varie figure che compariranno sul grafico proiettato da un computer. Così il tavolo è stato frettolosamente portato via e la canna rimediata: un manico di scopa, che ha suscitato un sorriso sornione nel professore e una certa ilarità nel pubblico predisponendolo all’ascolto di una Lectio Magistralis che, si intuisce subito, non sarà rigorosamente inquadrata tra le griglie di eloquio e cattedraticità alla quale perlopiù s’improntano eventi del genere. Ma Carandini è un professore speciale: è uomo di grandissima competenza, grandissima erudizione e… grandissima semplicità; col suo bastone, e un residuo d’ironia nell’impugnarlo, comincia a introdurci dentro la favola – che favola non è – della fondazione di Roma.
Comincia il suo racconto partendo da due fratelli: “Gemelli” specifica subito “ma di quelli che non nutrono gran simpatia l’uno verso l’altro: dei fratelli-coltelli che recideranno col sangue il loro legame. Neppure si guardano” e mostra un disegno che li raffigura mentre sono allattati dalla mitica lupa: Remo rivolge lo sguardo a un fauno, Romolo al re Latino, ed è già questo un simbolo della sua predestinazione.
Un’altra immagine viene proiettata sul telo alle sue spalle, il grafico di piccole terre colorate in rosso, verde e azzurro: il Palatino, l’Aventino, il Campidoglio, luoghi in cui s’avvia la leggenda (ma anche, come potremo constatare, la storia) perché è qui che uno dei due gemelli fonderà Roma. Quale dei due? Naturalmente lo decideranno gli dei, che manifesteranno il loro pensiero servendosi del volo degli uccelli. Remo si pone sull’Aventino piccolo, Romolo sull’Aventino grande. Entrambi osservano il cielo, ma è Romolo che vede per primo gli avvoltoi giungere da Alba Longa, ed è chiaro che gli dei si sono espressi in suo favore “santificandolo” re: un re che avrà tra le sue prime prerogative anche il privilegio di fondare una città. Così, dal suo punto di osservazione, Romolo scaglia un’asta di corniolo che va a infiggersi nel terreno del Palatino, comincia a mettere le foglie e a crescere (evidente prodigio che esprime ancora il favore degli dei). E’ il 21 aprile, festa di Pales, divinità del Palatino.
“Nel punto esatto in cui l’asta si conficca” continua il professore “Romolo costruisce la sua casa (che abbiamo ritrovato), scava una fossa e in essa nasconde… che cosa? Sapete qual è il verbo latino che indica l’atto del fondare? E’ “condere”, che contiene in sé il nas-condere. Che cosa ha nascosto Romolo in quella fossa? Le primizie dei prodotti agricoli, certo, e poi? Poi una manciata di terra presa da ciascuno dei rioni che stavano intorno, e l’intento è chiaro: non più tanti quartieri separati ma un luogo che nasce dalla loro unificazione. La fossa viene coperta, su di essa si costruisce un’ara e sull’ara si accende il primo fuoco, che è un fuoco di purificazione.
Altra immagine, altro muoversi della canna intorno al grafico che indica stavolta il perimetro del solco primigenio: “Romolo segna il confine della città servendosi di un aratro. Traccia un solco facendo compiere al toro e alla vacca ad esso aggiogati un giro antiorario. Accanto al solco sarà eretto il muro, che non è altro che la monumentalizzazione di esso. Parallelamente al primo solco ne verrà tracciato un secondo e la striscia di terra compresa tra i due si chiamerà Pomerium (un luogo in cui i sacerdoti confineranno gli spettri, i fantasmi, i demoni, gli spiriti della guerra, della fame, della malattia). Per segnare le porte della città, Romolo solleva l’aratro. La più antica di esse è la Porta Mugonia, che abbiamo ritrovato, è fatta con travi di legno e argilla pressata e sotto la sua soglia è stato rinvenuto il cadavere di una bambina decapitata. Un sacrificio umano”.
Per la sala si diffonde un senso di raccapriccio:
“Ma perché questi sacrifici?” chiedono dal pubblico.
“Per guadagnarsi il favore degli dei” risponde il professore “Badate, l’atto di fondazione di una città è accompagnato da una ritualità dal significato profondissimo: bisogna ingraziarsi gli dei, bisogna placare in qualche modo l’ira degli spiriti locali per l’alterazione di quell’ordine naturale che la creazione di un nuovo agglomerato urbano comporta”.
“E per farlo bisogna uccidere proprio dei bambini?”.
“Il sacrificio è un’offerta al dio, e in genere cosa offriamo a un dio? Ma quello che abbiamo di più caro. E cosa c’è di più caro di un figlio?”.
“Nulla” mormora qualcuno dietro di noi
Il professore riprende il suo racconto: “Ottenuta la benedizione del Palatino, bisognava creare la piazza comune, il Foro, posto tra il Palatino e il Campidoglio. Sapete perché si chiama “Foro”? Semplicemente perché si tratta di un luogo che sta fuori dalle porte, fuori dall’abitato: una zona neutrale in cui gli abitanti dei diversi rioni si possano riconoscere.
Altro elemento di rilievo: per capire se c’è stata fondazione di città, bisogna che ci sia anche un santuario. Abbiamo scavato oltre le mura e abbiamo rinvenuto un’area sacra, con l’abitazione del re, il focolare all’aperto e la Casa delle Vestali (che avevano il compito di custodire il sacro fuoco). Considerate che il focolare è un elemento indispensabile per l’esistenza stessa della città. La Dimora Regia, in origine, era una piccola capanna con un recinto davanti e un osservatorio per gli uccelli rivolto a sud. Ben presto, però, ad essa si sostituisce una vera e propria reggia, che non avrà la magnificenza di quelle greche ma che sarà dotata di una struttura complessa – sconosciuta anche agli etruschi – formata da diverse camere e da una grande sala di rappresentanza al centro. Anche in questo caso si sacrifica una bambina, e da un attingitoio che fa parte del suo corredo funebre si accerta la datazione della fondazione: 750 a.C. (che coincide con quella tramandata dalla leggenda)
Ricapitolando: ci sono le mura, c’è la casa del re, c’è il sacro fuoco, la Casa delle Vestali, manca però ancora qualcosa perché si possa parlare di fondazione? Che cosa? Ma un sistema di regole che disciplinino il corretto andamento della vita cittadina, lo ius insomma, il diritto, quello che poi darà luogo allo stato, alla politica. Ecco Romolo instaura anche il culto civico. Nel tempio di Giove Feretrio c’è una pietra, un frammento d’ascia del neolitico considerata sacra perché ritenuta un pezzo di fulmine caduto dal cielo. Al momento del giuramento tra due contendenti, il sacerdote (che presiede ad esso) usa quella pietra per sacrificare una scrofa, e il senso del suo agire è questo: “Se non osservate il patto sarete uccisi come questa scrofa dal fulmine di Giove”. Viene quindi creata una sorta di legge generale – la Constitutio Romuli – in cui l’operato del re è controllato da un consiglio di aristocratici e da un’assemblea popolare, bilanciandosi così gli interessi delle diverse classi rappresentate. Io la chiamo sindrome occidentale, perché in Oriente, invece, la tendenza ai totalitarismi dispotici ha sempre prevalso”.
Le immagini sul telo si susseguono e il professore continua a illustrare l’evolvere della città nei secoli successivi, parla di Anco Marcio, di Tarquinio Prisco, lo straniero ricco e colto giunto dall’Etruria che alla morte di Anco Marcio diventerà re di Roma e scorporerà il potere politico da quello religioso istituendo un re dei sacrifici che avrà un potere limitato appunto alle questioni religiose. Parla della morte di Romolo, che fu ucciso dai senatori, smembrato, e ogni pezzo del suo corpo fu sepolto in uno dei quartieri diversi della città: “Che cosa significa impossessarsi di un pezzo del corpo del re? Pensate alla caccia alle reliquie del medioevo: acquisire una reliquia e custodirla in un luogo significa garantirsi la benedizione di quel luogo e un aumento di prosperità”. Parla ancora delle vestali, del loro compito di custodire il sacro fuoco perché resti acceso durante tutto l’anno, dice della loro verginità consacrata alla dea, della punizione terribile se infrangono il voto: essere sepolte vive. Parla del ritrovamento del muro di cinta del santuario dell’ottavo secolo, delle zolle di terra buttate nel luogo in cui poi è stata costruita la città, delle tracce dell’aratro, della piazza del Foro, di cui è stato trovato il riempimento di base e poi uno strato di ciottoli per rialzarlo. E il suo racconto è così affascinante che all’improvviso questa gente dell’ottavo secolo comincia a muoversi davanti ai nostri occhi, a compiere i gesti indispensabili che permetteranno a un agglomerato di capanne di farsi la splendida Urbe capitale dell’Impero.
E’ tardi, ma il professore sembra non accorgersene: sta parlando adesso del senso di democrazia che trapela dall’antico ius dei romani, quel tentativo di essere concordi sopra la discordia, di creare corpi diversi che si contrappongano e si limitino tra loro:
“La democrazia” dice lentamente “è frutto di una lunga lunga tradizione, ha una radice antica, ed è assurdo pensare di innestarla nei luoghi in cui la lunga lunga tradizione, invece, è quella del dispotismo assoluto”.
Resta un attimo come sospeso poi, con un sorriso, aggiunge: “Questo non vuol dire, però, che non bisogna fare di tutto per attuare questa particolarissima sindrome occidentale”.
Il suo discorso potrebbe proseguire ancora, la sua lunga carriera di archeologo fa di lui una miniera di informazioni affascinanti. Ma il tempo a disposizione è scaduto e già qualcuno lo raggiunge sul palco, già gli si stringono intorno, si complimentano con lui. E la democrazia? vorremmo chiedere. Il bilanciamento degli interessi di tutti? Ci piacerebbe che parlasse ancora, che ci illustrasse meglio questa sindrome occidentale contrapposta al dispotismo dell’Oriente, vorremmo capirne di più di questo sistema di governo che affonda le sue radici in un tempo mitico in cui però è già forte l’idea di limitare lo strapotere di un sovrano attraverso il diritto e la legge. Ma scattano i lampi di alcuni flash, il professore sorride in mezzo a un gruppo di persone: il bastone ancora in mano, lo sguardo luminoso di chi sa d’aver incantato l’uditorio.
Alle sue spalle, intanto, anche le immagini si sono esaurite e il computer proietta sul telo una scritta scura che dice: FINE.

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