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Ti ho conosciuta in un bar di Trastevere, durante una breve vacanza nella capitale. Appena entrato, spinto dall’odore intenso di caffè che inondava il vicolo, non avrei mai immaginato quale fortuna mi sarebbe capitata.

Ti ho conosciuta in un bar di Trastevere, durante una breve vacanza nella capitale. Appena entrato, spinto dall’odore intenso di caffè che inondava il vicolo, non avrei mai immaginato quale fortuna mi sarebbe capitata. Prima di te ha fatto capolino la borsa, Gucci, nera e lucente, come i capelli che ti accarezzano la schiena. È stato come assistere all’arrivo di un portavalori in abito da sera, la carrozzeria nuova di zecca parcheggiata a uno sgabello da me. È bastato uno sguardo, forse due, per scavalcare le lenti nere degli occhiali, che non hai sfilato nemmeno alla luce del bancone.
Nonostante una miseria in tasca ti ho offerto da bere, contando gli spicci nel portafoglio a ogni “altri due per favore”, con la faccia tosta di chi non può permettersi un auto e affitta un Porsche.
Guardavo la borsa di Gucci e mi chiedevo quanti stipendi mi avresti ancora bevuto prima di uscire insieme dal bar. Poi, come una mosca nel mio quarto bicchiere, arriva lui, lui che ti aveva dato appuntamento da chissà quanto prima che incontrassi me con il mio misero caffè e due soldi da spendere. Lui, con gli occhiali Gucci e le tasche piene. A quel punto hai sorriso, sollevando le lenti nere perennemente incollate al naso, hai posato l’ennesimo bicchiere sul bancone e hai guardato di nuovo me: “me la tieni?”. E via, nel bagno, seguita dal tuo cavaliere, che Dio sa quanti bicchieri ti avrebbe offerto.
Chiedermi di tenerti la borsa è stato il gesto peggiore. Uscire senza restituirtela, quello migliore.

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