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Paolo Mascheri – Il gregario

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Ci sono romanzi che riescono a descrivere la società del tempo meglio di qualunque saggio socio-economico.

Ci sono romanzi che riescono a descrivere la società del tempo meglio di qualunque saggio socio-economico. Se ripenso agli anni Novanta mi vengono in mente Il dipendente di Sebastiano Nata e Colpa di nessuno del compianto Sandro Onofri (entrambi usciti nel 1995). Due romanzi, due capolavori secondo me, che hanno saputo testimoniare la deriva in atto della società “civile” italiana. Il romanzo del trentenne Paolo Mascheri, Il gregario (Minimum Fax, € 11), forse non tocca i vertici di questi due testi, ma è comunque una mirabile prova narrativa. Mascheri descrive la vita di un ragazzo toscano, un farmacista che ha un rapporto irrisolto con il proprio padre, anche lui farmacista e padrone del negozio in cui lavora il figlio. Il padre è quello che ha spirito di iniziativa; spinge il figlio ad aprire una parafarmacia, lo incita, lo rimbrotta, lo bacchetta. Il figlio, “sentimentalmente” orfano del padre e che non gliene frega niente del lavoro (quando era più giovane coltivava delle velleità da pittore), sembra scivolare sempre di più nelle sabbie mobili di una quieta disperazione, trascinandosi dietro uno stanco fidanzamento, stanche frustrazioni, stanche prospettive di miglioramento, tra la visione di un film porno e la vendita di una crema idratante. Un enorme tela grigia. È l’Italia di oggi, bellezza!

Onore a Paolo Mascheri che utilizza una lingua efficacissima per raccontare questo desolante paesaggio e che mette all’inizio del romanzo la citazione de Il maestro di Pietroburgo di Coetzee (a differenza di tanti fighetti che citano pupazzi animati, film di serie z, quiz televisivi)!

 

Per tutta la vita ha sempre fatto quello che gli altri si aspettavano da lui. In definitiva, a parte qualche lieve incidente di percorso, può dire di essere stato una persona prudente, affidabile e piuttosto prevedibile.

Così, finito il liceo, a diciannove anni, sebbene nutrisse un certo interesse per l’arte, si è iscritto a Farmacia solo perché un giorno avrebbe avuto un posto fisso e uno stipendio. Si è laureato da due anni. Lavora nella farmacia di suo padre trentasei ore settimanali e guadagna duemila euro al mese. A ventotto anni è un uomo di altezza media, intelligenza media e desideri medi. Ha una BMW 318 Cabrio – comprata di seconda mano – e può permettersi due vacanze all inclusive all’anno.

Si considera felice? Di certo non può dire di non essere felice. In realtà, nemmeno lui sa se è felice o infelice. Tuttavia, se dovesse scegliere la condizione che descrive meglio il suo stato d’animo, sceglierebbe quella che la farmacologia chiama appresa impotenza.

Prendiamo un animale da laboratorio e somministriamogli degli stimoli dolorifici inevitabili. Questi determinano uno stato di appresa impotenza in cui l’animale persino quando è libero di fuggire – la gabbia è aperta e l’animale ha davanti a sé la libertà – rimane bloccato e non fugge.

 

Nel lavoro è un professionista attento – ha sempre il camice pulito e inamidato – gentile e cortese. Eppure non riesce pienamente a conquistare i clienti. A dire il vero, manca in lui un certo spirito di comprensione. Non c’è perciò di che meravigliarsi se i clienti preferiscono e cercano suo padre, che vede il lavoro del farmacista come un business, sì, ma anche come una missione. Mentre lui, non provando alcuna passione per il suo lavoro, non riesce a lasciare il segno.

In ogni caso fa di tutto per essere al servizio del paziente, per celare ogni forma di dissidenza e non appartenenza. Per non far vedere che tutti quegli articoli e quelle apologie – del tipo “Il farmacista: l’angelo col camice bianco” – che legge nelle riviste di settore gli sembrano eccessivi e un po’ ridicoli. Così come, anche se non avrebbe mai e poi mai il coraggio di ammetterlo davanti ai colleghi, trova inutili tutte quelle cerimonie dell’Ordine in cui vengono consegnate pergamene e medaglie a chiunque sia iscritto.

 

La sua fortuna è che il lavoro gli garantisce abbastanza tempo libero. Tempo libero che dedica esclusivamente all’attività fisica e a quella che dentro di sé chiama trovare la mia strada. Perché, in fin dei conti, è questo che si sente. Un uomo che non ha trovato la sua strada, il suo posto nel mondo.

L’unica volta che nella vita ha agito di testa sua è stato tre anni fa, quando ha inviato due sue quadri a una mostra provinciale. In quel periodo era convinto di avere del talento per la pittura. I suoi quadri erano delle copie attualizzate di Bosch. Copie attualizzate ed estremizzate, come gli piaceva dire. Era quella allora la sua strada: dipingere uomini nudi col sesso eretto, dipingere crudi ed espliciti amplessi, dipingere scene che richiamassero in maniera inequivocabile le ibridazioni di Bosch.

E a chi si permetteva di muovere qualche appunto alla sua arte, lui diceva: è il mio realismo. Allora considerava quella la sua strada. Oggi no. Non dipinge da più di un anno ed è sempre più consapevole che il suo incontro con la pittura sia stato quello di un dilettante presuntuoso e ignorante.

 

Ilaria è la sua fidanzata. Senza considerare tutte le volte che si sono lasciati – o meglio: che lei lo ha lasciato – stanno assieme da otto anni. Ilaria, anche se non ha più il corpo di quando aveva diciott’anni, è una bella ragazza alta, bionda, con gli occhi verdi. Dopo essersi laureata col massimo dei voti in Economia aziendale, è entrata a lavorare in una società fiduciaria.

Quando si sono messi assieme erano poco più che ragazzini. Lui non l’ha fatto credendo che fosse la donna della sua vita. Si è messo con lei perché a quel tempo era il meglio che gli fosse capitato sotto mano e perché aveva bisogno di fare un po’ di sesso.

Nonostante abbia un aspetto piacevole, è privo di qualunque forma di fascino e savoir faire. A dire il vero permane in lui una sorta di goffaggine adolescenziale. Cerca di vestirsi bene, di curare il suo aspetto fisico, ma gli manca il fascino.

Questa mancanza, unita alla sua goffaggine, alla sua timidezza, ha fatto sì che non abbia mai avuto gran successo con le donne. È per questo che, tutte le volte che Ilaria lo ha lasciato, lui l’ha aspettata e l’ha convinta a tornare in ogni modo. Perché si sentiva sì monogamo e innamorato ma anche decisamente insicuro.

 

Con Ilaria tutto andrebbe a gonfie vele se si riuscissero a parlare. Invece non riescono mai ad affrontare nessun argomento al difuori dei viaggi da fare.

A volte, durante la settimana, quando Ilaria non è troppo stanca, dopo cena escono assieme e girano in auto per Arezzo. Senza niente da dirsi, vagando da una vetrina di agenzia di viaggi all’altra, sognando chissà quale vacanza. Eppure in quelle sere c’è una grande tensione fra loro, una tensione dovuta al fatto di non riuscire a dirsi nulla ma di volersi solo lasciar scivolare i giorni addosso, la giovinezza addosso.

Quando non esce con Ilaria, passa le serate davanti alle trasmissioni erotiche della tv satellitare. Qualche volta acquista un film porno su Prima Fila. Semplice, affidabile, alla portata di tutti: considera il sistema di acquisto dei film porno su Prima Fila come la più importante conquista di questo periodo di tecnocrazia. Inserisci il codice PIN e il film parte.

 

L’unico giorno che riesce a colmare l’inutilità della settimana è il sabato. Ogni sabato pomeriggio Ilaria arriva a casa sua. Arriva più o meno un’ora dopo che sua madre è andata dalle amiche e suo padre è tornato al lavoro.

Suona il campanello, risale il vialetto alberato, scende dalla macchina ed entra. L’abbraccia, vanno in camera e scopano. In quelli incontri furtivi, di sabato pomeriggio, quando la casa è vuota, c’è, anche se si vergognano ad ammetterlo, qualcosa di adolescenziale che gli piace molto, che li fa sentire ancora ragazzini.

Anche se ne hanno parlato davvero poco, a entrambi è chiaro che un giorno andranno a vivere assieme ma per ora non è possibile decidere quando sarà.

Ilaria è a conoscenza della sua insoddisfazione, delle sue velleità, del rapporto difficile con suo padre; lui, al tempo stesso, è a conoscenza dei problemi e dell’insoddisfazione di lei.

Il lavoro di Ilaria, oltre ad essere opprimente e stancante, è – stando alle sue parole – decisamente idiota. Non le piace parlargliene: dice che è così stupido che una volta che doveva spiegare a una nuova assunta cosa fare non le riusciva: le veniva da ridere e non riusciva a smettere. Dice che il suo lavoro la fa sentire una persona inutile.

Sua madre e Ilaria sono le uniche donne della sua vita. A parte loro non ha amicizie femminili, non ha rapporti di corrispondenza con altre donne. Inoltre il lavoro in farmacia, unito alla sua freddezza nel servire il cliente, non gli permette di conoscere donne o ragazze o potenziali amanti. Non crede di avere fisiologicamente tutto questo bisogno di sesso, ma si è costretto a farne il più possibile negli ultimi anni perché in mezzo alla casualità stupida dell’esistenza il sesso non potrà dare la felicità ma può, almeno per un po’, far smettere di pensare.

 

Le scopate del sabato pomeriggio sono meccaniche e a loro modo perfette. Si conoscono troppo bene: ognuno sa cosa piace all’altro e il gioco è semplice.

Dopo l’accoppiamento restano a letto abbracciati. In quei momenti pensa che in fondo tra loro non esistono problemi, che la mancanza di dialogo o di comunicazione o il fatto che Ilaria non si interessi sufficientemente a lui e lui a lei siano cose del tutto secondarie se paragonate al piacere degli amplessi.

Accettare una routine si può: a patto che la routine sia perfetta.

Poi, quando sta per farsi tardi, si rivestono e lui porta Ilaria in farmacia a salutare suo padre. Gli piace portarla a salutare suo padre.

Presentarla a lui quando è ben vestita, elegante, bella. Ha come la sensazione che quell’esposizione davanti agli occhi di suo padre sia in realtà l’esposizione del suo lato bestiale. C’è una piccola consapevolezza che, mentre Ilaria saluta suo padre, lui gli sta ostentando la preda, il simbolo della sua virilità. Ha la certezza che Ilaria non si sia mai accorta di tutto questo – non è abbastanza attenta? – ma portarla a salutare suo padre è per lui un modo di conquistarlo, di mostrare che lui è altrettanto maschio, virile, capace.

 

È sabato pomeriggio. Ilaria è appena arrivata. Gli chiede:

“Come va?”

“Bene, adesso che sei qui”.

Il vento scivola sulle imposte e fuori c’è il silenzio del bosco e della campagna.

Si spogliano e si buttano sul letto.

Finito tutto, lui decide di chiederle che ne pensa di andare a vivere assieme.

Non hanno mai affrontato l’argomento in maniera così seria e diretta.

“Prendiamo una casa in affitto, un bilocale, paghiamo a metà”.

Ma Ilaria dice: “Non posso. Non ce la faccio coi soldi”.

“Non dire cazzate. Coi soldi ce la facciamo. Se non vuoi è un altro discorso”.

“Non posso. Mio padre ha comprato delle case e adesso mi sembrerebbe di tradirlo andando a buttar via soldi in un affitto. Quando avrà finito con quelle case e lui e mia madre saranno andati a vivere in una di queste, verrai a stare da me”.

“E quando?”

“Non lo so. Ma non manca molto. Cerca di capirmi”.

Non manca molto è una risposta che non vuol dire nulla.

Da Ilaria pretende il massimo. Ha sempre pensato che almeno nel privato tutto fosse sotto il suo controllo. Ha sempre pensato che il privato, la loro relazione, dovesse supplire al fatto che lui si senta un uomo senza la sua strada, senza il suo posto nel mondo.

Adesso, sebbene dentro di sé cerchi di capire Ilaria, sente che qualcosa si è rotto. Dunque Ilaria preferisce suo padre, gli interessi della sua famiglia alla sua felicità.

Ho puntato sul numero sbagliato. Tu preferisci i tuoi a me, al mio progetto, alla mia felicità. Queste sono le parole più brutali e banali e, forse, vere che gli vengono in mente e che vorrebbe dire a Ilaria. Ma non le dice niente e resta zitto.

Il sabato successivo Ilaria è di nuovo a casa sua. Scopano ma l’incantesimo è spezzato. Alla fine non riesce a venire, ma non le dice nulla.

Non è solo per la mancanza di fascino che si è condannato alla monogamia o a rinchiudersi in una farmacia di provincia. L’ha fatto anche per la stabilità, per le scopate del sabato pomeriggio, per la routine. Anche per questo non ha rischiato, anche per questo non ha mollato tutto per trovare la sua strada.

Ma se la routine non deve essere perfetta ha senso continuare?

 

Gli torna in mente un’immagine di quando era bambino e giocava a carte con sua nonna. Se le capitava un asso, lei lo toglieva dal mazzo e lo passava a lui. In cambio lui le dava una carta che non valeva niente, e in questo modo vinceva sempre. Adesso le carte che ha in mano sono buone. Non ha dubbi. Eppure non sono abbastanza buone come vorrebbe.

Ad Arezzo ha tutto. Un buon lavoro, una fidanzata, un padre e una madre premurosi.

Eppure questo tutto non è abbastanza. Perché Arezzo lo sta trasformando in un buono a nulla. Perché sente anno dopo anno che la sua vita sta diventando una chance non sfruttata, una mano di buone carte giocate da un cieco.

Perché allora non molla e se ne va? Tutt’al più sarà un’esperienza.

Un’esperienza, per quanto negativa, non sarà forse meglio di fare ogni giorno un lavoro banale e ripetitivo?

Ma è inutile inseguire le domande. Nel silenzio del sabato pomeriggio, con Ilaria distesa accanto a lui, tutto gli dice che è troppo tardi per cambiare.

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