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Anna Giurickovic Dato, La figlia femmina

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Una vicenda perturbante che narra le relazioni originali e complesse tra una figlia, un padre, una madre e l’amante di lei, in una nebulosa costellazione famigliare

Candidato al premio Strega, accompagnato dalla dichiarazione di un’autrice di successo come Simonetta Agnello Hornby: «Una storia disturbante, raccontata con tatto e maestria,  che si legge tutta d’un fiato», La figlia femmina (Fazi 2017) è il brillante esordio di Anna Giurickovic Dato. Da pochi giorni l’editore ha comunicato che l’opera è in traduzione presso diversi editori stranieri. Il romanzo è ambientato tra Rabat e Roma e racconta le vicende di Maria, Giorgio e Silvia, ai quali si aggiunge poi Antonio, relazioni originali e complesse perché Maria è figlia di Giorgio, mentre Silvia che ne è la moglie osserva crescere il rapporto particolare tra la figlia e il marito. Antonio apparirà alla morte di Giorgio per prendere il suo posto in questa costellazione famigliare. Leggete con noi una pagina del romanzo, in cui compare anche la nonna Adele, madre di Giorgio:

 

«Allora? La pasta con i carciofi ti va bene?».
Canticchiava tra sé. Faceva un gioco d’intrecci con le dita.
«Va bene tutto, per ora non ci voglio pensare».
«A cosa non vuoi pensare? Alla pasta?».
«Sono tutta presa da una cosa, non mi interessa proprio del pranzo».
«Allora pranzo da sola».
«Brava».
«Calo la pasta per una persona».
«Cala».
«E tu? Continui a pensare fino alle sei?».
«Fino alle sei, proprio».
Mi avvicinai a lei. Mi inginocchiai davanti alle sue gambine.
«Non riesco a capire quale sia un pensiero che debba essere pensato così a lungo».
«La tua pasta non la cali? È un mio pensiero».
«E non vuoi proprio dirmelo?».
«No, è solo per noi due».
«Per voi due chi?».
«Per me e per Dio, te l’ho già detto».
«Ah, Dio. E che succede se non lo pensi per mezz’ora questo pensiero?».
«Che me ne vado in prigione, questo succede».
«In prigione?».
«In prigione».
«E se lo dici a me, invece?».
«Mi ci mandi in prigione».
«Mai ti ci manderei, Maria».
«Ti dico di sì».
«Mai e poi mai. Sei la mia vita».
Si guardava la punta delle scarpe, non incrociava il mio sguardo. Una bretella dello scamiciato le scendeva sulla spalla. Era dimagrita nell’ultimo mese, aveva il visetto smunto, sembrava tutta fragile.
«E se lo dici a Dio che succede?».
«Dio non mi ci manda mica in prigione».
Entrò Adele in salotto, aveva gli occhi di una cieca. I suoi capelli sembravano una vecchia parrucca, una matassa grigia. La pelle, raggrinzita com’era, somigliava a quella di un attore con molto trucco.
«È passato di qui?», chiese confusamente, abbassando lo sguardo per scrutare se qualcosa si muovesse sotto il tavolo, o sotto il divano.
«Cerca un gatto?», chiesi io.
«Cerca papà», rispose Maria.
«Ah, Maria. Sei elegante, molto, molto elegante. Per cosa ti prepari?».
«Per andare a messa».
«Per andare a messa», ripetei io.
«A messa. Perché no, magari vengo anch’io». Si guardò dalla pancia in giù, «magari metto delle scarpe e un bel vestito anch’io. Ora ci penso. Ma prima devo trovarlo, non l’ha visto proprio nessuno passare di qua?».
Non rispondemmo né io né Maria. Adele non ci fece caso. Non desiderava veramente una risposta, ma solo ripetere a se stessa la domanda all’infinito. Inciampò su una piega del tappeto nell’anticamera. Corsi verso di lei per aiutarla a rimettersi in piedi. «Cazzo!», urlò. Le si dipinse sul volto un’espressione nuova e volgare. Non era più la donna che era stata, ma un’altra, irriconoscibile.
«Attenta, Adele».
«Questi tappeti di schifo!», urlò di nuovo, scalciando con i piedi nudi un po’ a casaccio. La accompagnai in camera sua, le feci prendere qualche goccia di tranquillante. Il letto era disfatto. Sul comodino c’erano un bicchiere vuoto e il portapillole d’argento.
«Ho un terribile mal di testa», esclamò, con un filo di voce rauca.
«Perché non mangi qualcosa?».
«Perché non ho voglia», rispose, e si girò sul lato sinistro dandomi le spalle.
«Puoi andartene ora», aggiunse, «non sto morendo. Sono già morta».
Quando tornai in salotto, Maria era ancora lì nella stessa identica posizione. Canticchiava forse lo stesso motivo (non posso dirlo con precisione, perché cantava così piano che non potevo davvero sentirla, ma percepirla soltanto) e ancora giocava a intrecciarsi le dita, oppure faceva toccare tra loro le punte delle scarpe; altrimenti grattava con un’unghia il cotone rigido del divano, o schioccava la lingua sul palato e sui denti.
«Che fai, non la cali?».
«La calo, ora la calo. Te ne faccio poca pure per te».
«Ma poca poca, perché mangio soltanto per farti un piacere».
«Poca poca, promesso».
«Dio almeno mi crede».
«Tutti ti crediamo».
«Tu non mi crederesti mai».
«A cosa non dovrei credere, Maria?».
«Che io sono un diavolo».
«Tu sei un angioletto, sei una bimba».
«Non è vero. Io il diavolo ce l’ho qua». Si alzò in piedi e si indicò il petto. «Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così».

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