Marco Palladini: “L’opera è una macchina di significazioni che nella lettura degli altri si autonomizza”

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Entrando nei laboratori dove si producono versi… On the road in the heart of the night. Sì, è davvero tardi.

Entrando nei laboratori dove si producono versi…

 

On the road in the heart of the night. Sì, è davvero tardi. Mentre acceleriamo il passo per tornarcene a casa, riconosciamo qualcuno però. Certamente più a suo agio di noi in questa notte che… che… che non si sa. Lo riconosciamo e lo salutiamo. E’ Marco Palladini (qui accanto in una foto di M. Romanini), attore, poeta, critico, performer? Certo, nell’epoca delle semplificazioni, è difficile contenerlo. Ma, forse, ci saprà spiegare meglio lui. Intanto, partiamo dalla poesia…

 

C’è una raccolta poetica che definiresti importante, unica, ‘centrale’, che vuoi ricordare e proporre, qui, ai nostri lettori?

Limitatamente alle mie scritture poetiche, indicherei il mio penultimo libro in versi, Iperfetazioni (Zona Editrice, 2009, con prefazione di Francesco Muzzioli) che reputo la mia opera più matura, quella in cui si rinviene il punto di più soddisfacente equilibrio tra la mia vena eterodossa, mistilingue, sperimental-politico-espressionista e una esigenza di maggiore comunicatività, di più calibrato registro formale del testo. Però, sussiste sempre una divaricazione tra l’autopercezione critica e lo sguardo altrui. Di recente, una giovane studentessa della Sapienza di Roma ha conseguito una laurea specialistica in critica letteraria, elaborando una tesi sulla mia produzione poetica. E il libro che ha più sollecitato la sua attenzione critica ed analitica è stato Ovunque a Novunque (Campanotto, 1996), considerato a ragione il mio testo più radicale nella direzione di una sperimentazione linguistica, poetica e sofopoetica, di forte antagonismo socio-semantico. Scriveva nella sua densissima introduzione a quel volume Gaetano Delli Santi: “Il linguaggio di Palladini oscilla ambiguamente tra una verbosità provocatoria e offensiva… e una verbosità compassionevole… la spurcitia sociale è calata… tra un Giudizio finale da Hieronymus Bosch: l’iniqua Ars moriendi slarga il testo a ìbridi, riducendolo a repertorio di sabbatiche contaminazioni allucinanti”.

La ricezione critica della mia poesia è sempre stata la cosa più interessante per me. Anche quando mi pareva di non essere d’accordo con certi giudizi o valutazioni, ho potuto imparare qualcosa su quanto vado facendo e scrivendo. L’opera è una macchina di significazioni che nella lettura degli altri si autonomizza, prende vie ermeneutiche talora impensate e impensabili per un autore, il quale alla fin fine dei suoi testi è soltanto un interprete tra gli altri, e non necessariamente il migliore.

 

Invece, un lavoro rimasto appeso, un ‘dolore editoriale’, un sassolino nella scarpa?

L’unico vero rammarico fino ad oggi è che dopo aver pubblicato nel 2004 il cd musical-poetico Trans Kerouac Road, di cui sono notevolmente orgoglioso, non sono riuscito a bissare con un secondo disco, che pure ho messo da tempo in cantiere e che, per vari motivi, anche pratici, non sono riuscito a fare. È che non è facile trovare dei ‘complici’ musicali con cui stabilire una vera intesa di sinergia tra parola poetica e composizione sonora. E poi in questo paese c’è una quasi totale chiusura sia sul piano editoriale, sia su quello discografico verso prodotti ibridi, di performatività spuria. Peraltro, molti miei, anche recenti, audio e videofile si trovano tranquillamente in rete. In ogni caso, sembra adesso che un piccolo editore romano sia interessato a pubblicare un mio libro+disco di taglio antologico, con pezzi più datati, versioni alternative, esibizioni live e brani nuovi. Sto lavorando al progetto, credo che nel 2011 possa realizzarsi.

 

Veniamo all’oggi: cosa bolle nella tua pentola artistica?

Io sono un autore poliartistico, progetto sempre in più direzioni. È da poco uscita una mia nuova raccolta poetica Il mondo percepito (Le Impronte degli Uccelli, 2010) e, oltre al libro-disco di cui ho prima accennato, ho pronto e dovrebbe uscire entro l’anno un libro che racchiude i molti piani della mia scrittura: quello poetico e quello narrativo, quello drammaturgico e quello critico-polemico, quello memoriale e quello aforistico. Dunque, un orizzonte intrecciato di scritture a 180 gradi (penso come mera suggestione filosofica a Mille plateaux di Deleuze e Guattari), tutte elaborate negli anni zero, cioè dal 2000 al 2010. Inoltre sto varando un nuovo lavoro teatrale che attraverserà la figura di Céline, la sua vita e la sua straordinaria, ma anche controversa opera letteraria. Dopo aver realizzato una trilogia teatrale ispirata a de Sade, e un recital dedicato ad Artaud, mi voglio occupare di questo altro grande ‘maledetto’ della cultura francese, a lungo anatemizzato per il suo, certo inaccettabile, antisemitismo, ma che rimane uno dei più importanti scrittori-inventori di linguaggio di tutto il Novecento.

 

E’ cambiato il tuo modo di scrivere versi nel tempo?

Per cambiare, si cambia sempre, anche quando si crede di rimanere immobili o semplicemente di ripetersi (il celebre racconto Pierre Menard di Borges docet). Nello specifico, ritengo che la mia scrittura poetica sia stata considerevolmente influenzata, nel tempo, dalla mia crescente attività performativa e teatrale. Come hanno rilevato varî critici, io non sono più soltanto un autore, sono un ‘auttore’, un poeta-attore che recita i propri versi quasi scagliandoli contro una società che non legge poesia, anzi non legge tout-court. Questo significa, che sempre più scrivo versi ‘ad orecchio’, già testandoli a voce alta all’atto della composizione. In certi miei testi, c’è oggi quasi uno slittamento verso una forma di poesia-canzone con l’uso sistematico, ad esempio, dell’anafora e, talora, persino del refrain. Rimane una tensione plurilinguistica potente, ma gettata in una dimensione oralizzata, talora anche neopop.

 

Uno scenario ‘ideale’: come ti vedresti e come vedresti rappresentata la tua poesia?

Il mio vecchio amico Stefano Cavedoni, ex membro fondatore del gruppo rock-demenziale bolognese degli Skiantos, mi disse una volta: “Si vede che tu da piccino volevi fare la rockstar”. È così, io mi sento, ontologicamente, basicamente un ‘poeta rock’. Dunque, la mia dimensione ‘ideale’ è quella del concerto live. Ed è quello che cerco, in effetti, di praticare da circa vent’anni. Nonostante un ambiente poetico italiota complessivamente repulsivo, lirico-conservatore, arcadico-accademico. Quando dico che vorrei produrre ‘dance-poetry’, poesia per ballare molti mi guardano come un pazzo, come un profanatore del ‘sacro tempio’. Ma come dice il gagliardissimo novantenne Lawrence Ferlinghetti, la poesia non è un tempio, non è una ‘società segreta’, deve ritornare a circolare nelle strade, se vuole ritrovare un senso di vita contemporaneo.

 

Dì la verità, il poeta è un ‘venditore’?

Io la mia anima poetica la venderei pure al diavolo, ma mi pare che il mercato-Mephisto non se ne faccia nulla della mia animula (del resto né “vagula” né “blandula”). Più che venditori, facciamo gli ‘svenditori’, o gli spacciatori di una parola che non si smercia, che possiamo soltanto inoculare come virus nel corpo mercificato e marcio della società. Io rammento sempre la frase di William Burroughs: “Language is a virus from outer space”. E la rielaboro così: Poetry is a virus from inner timespace.

Ma vale la pena di perseverare. In questo paese la poesia non ha lettori, però può trovare i suoi ascoltatori, in qualche caso anche presso grandi platee. Cito un’esperienza personale: nel 2005, dopo l’uscita di Trans Kerouac Road, fui invitato al Festival Musicultura (ex Premio Recanati) e insieme al mio partner, il musicista trentino Diego Moser, eseguimmo un brano del disco sul magico palcoscenico dello Sferisterio di Macerata, di fronte a duemila persone, ripresi da otto telecamere, esibendoci intorno a mezzanotte, tra il set della cantante israeliana Noa e quello dei napoletani Teresa De Sio e Raiz. Sinceramente mi tremavano le gambe, ebbene andò benissimo, ricevemmo molti consensi e dimostrammo che una proposta poetico-musicale di qualità poteva collocarsi degnamente a fianco di artisti della canzone, di fama anche internazionale. Fu quella un’esperienza apicale del mio percorso di autore-interprete poetico. Mi diede una grande spinta e motivazione ad insistere, ad andare avanti contro tutto e contro tutti. Come dicevamo negli anni ’70: resisteremo un minuto più del nemico. È questa la filosofia ultima della mia ‘combat poetry’.

 

Però! Nonostante l’ora tardissima estremamente lucida la riflessione, generoso il colloquio e fertile il tutto. Grazie Marco, un’ultima cortesia, ce la concedi? Ecco, proprio questa in versi, grazie…

 

NOMI IMPROPRI

 

1.  Bluff & controbluff: facile metallo

che risuona tintinnante al tavolo da gioco

Easy Money per il Re Cremisi del ‘Draw Poker’

perché il denaro sembra indispensabile

ma è, invero, pure indisponente, ma non fa niente

basta disporne in quantità sufficiente

(o meglio esagerata) e puoi corrompere

qualsiasi essere umano dai cinque agli ottant’anni

Variazioni antropiche e molto pratiche 

dal moderato cantabile all’immoderato contabile.

 

2.  No Rave? No Party? Lambire il confine

quando il techno sound system trabalza a palla

Le orde dei punkabbestia e body-piercers

e black-blockers dai ludi ecstasyzzati

scivolano sballano nei nudi supertatuati

Femmine dalle esplosive tette dipinte

assediano le tue caste e tristi giornate

Sudori bruciori ardori, picchi di hardcore

skizzati nelle siringhe ipodermiche.

 

3.  Siamo stati pietre rotolanti su campi di fragole

(Jagger & Lennon uniti nella lotta?)

Il ‘per sempre’ non dura mai, che sia un amore

o una canzone d’amore, e neppure il rancore

che ha esacerbato le nostre notti invernali

Per fortuna, o per sfregio, tutto vanisce

rotola appunto nella pattumiera della Storia

e anche delle minime storie personali

– perciò ammiccava un amico e ci irrideva:

“A me, infatti, piace solo la geografia!”

 

4.  Zombie è tra i nomi impropri dell’Angelo

che reclamizza e assai orgoglioso

il viaggio periglioso al termine della morte

per poi risorgere, dice, “più ganzo e più forte”

“Stai manzo!” gli urlavamo e obiettavamo:

e quelli che nascono già morti? chi li rivitalizzerà?

non certo le loro consorti megere e contorte

La resurrezione non può salvare le anime rimbecillite

ma deve almeno restituirci i corpi e pure imbelliti.

 

5.  I guru e papi e ayatollah di tutte le fedi

abdicano alla pietas per un’essenza pestilenziale

e ci promettono a pie’ sospinto

la guerra santa votata al Malicidio universale

(ma forse, a tal fine, basterebbe un,

questo sì sacrosanto, deicidio).

 

6.  La cultura pop di un definitivamente forse

come terapia in bilico del dubbio immanente

La venerazione per i vecchi si dissolve

davanti alla palese labilità della (loro) memoria

Se l’unica cosa certa è, di fatto, l’incertezza

cade ogni pretesa e pretesca gnosi mistica

L’azzurro cielo s’incide nell’oro miniato del non so

la psicomateria della vita vibra in un’onda agnostica.

 

Marco Palladini, romano, è scrittore e poeta attivo dagli anni Ottanta nel panorama nazionale, nonché drammaturgo, regista, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: il cd poetico-musicale Trans Kerouac Road (2004), il libro di racconti Il comunismo era un romanzo fantastico (2006), il memoir narrativo Non abbiamo potuto essere gentili (2007), il volume critico I Teatronauti del Chaos – La scena sperimentale e postmoderna in Italia 1976-2008 (2009) e i libri in versi Iperfetazioni (2009) e Il mondo percepito (2010). È, inoltre, tra gli autori del volume collettivo La letteratura nell’era dell’informatica (a cura di C. Milanese, 2007-2008). Dirige attualmente la rivista on line del Sns “Le reti di Dedalus” (www.retididedalus.it).

 

Svariati suoi audio e videofile e testi sono rintracciabili in rete:

http://www.vicoacitillo.net/sonora/44.html

http://www.boscodeipoeti.it/audio/2006cd2/index.php

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/video.php

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