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Langewiesche e Saviano a Ferrara

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Centelliniamo un po’ di materiale raccolto a Ferrara durante le giornate organizzate da Internazionale, il settimanale diretto da Giovanni De Mauro, il 6-7-8 ottobre di quest’anno.

Centelliniamo un po’ di materiale raccolto a Ferrara durante le giornate organizzate da Internazionale, il settimanale diretto da Giovanni De Mauro, il 6-7-8 ottobre di quest’anno. Una rivista, non ci stancheremo mai di ripeterlo, unica nel suo genere di “rassegna stampa” di quello che succede nel mondo e che per questo ammiriamo e troviamo preziosissima. Già abbiamo scritto, io e l’Abate ( articoli 1638 – 1639), sulle giornate ferraresi, ma vale la pena tornare su alcuni incontri a cui non abbiamo potuto assistere per la grande affluenza. A Ferrara, lo si legge sul sito di Internazionale, sono intervenute 17.000 persone, troppe per gli spazi che ospitavano le conferenze. Per la registrazione audio di questo incontro tra Saviano e Langewiesche, l’ultimo giorno nel Cinema Apollo, devo ringraziare ancora una volta Giorgio Nerone, direttore della neonata rivista Lab (http://www.lab-mag.it/), che è stato uno dei fortunati a poter assistere all’incontro. Gli scrittori di questa ultima conferenza possono essere considerati due “fratelli”, accomunati dal metodo e dallo stile delle loro opere che si può definire, in modo riduttivo, no-fiction. William Langewiesche è il maggiore rispetto al nostro Roberto Saviano. Langewiesche, ex-pilota corrispondente del The Atlantic Monthly, ha scritto, pubblicato da Adelphi, inchieste su ground zero (American Ground, 2003), sui problemi legati agli oceani (Terrore dal mare, 2005), sul volo (La virata, 2006) e sul commercio dell’uranio (Il bazar atomico, 2007). Il “fratello minore” Saviano ha pubblicato un solo libro-inchiesta sulla camorra (Gomorra, 2006) che ha provocato, e continua a provocare, talmente tante reazioni da trascendere il semplice caso letterario. Questi due scrittori si sono confrontati soprattutto su questioni tecniche: metodo di lavoro, stile, trucchi del mestiere. Questo è il resoconto del colloquio:

WL: Non sono che un pilota che cerca di scrivere. Vi racconterò quello che faccio: semplicemente cerco di essere un occhio affidabile per il mio lettore. Vengo spedito in giro per il mondo da direttori di giornale e settimanali per scoprire quello che vale la pena di indagare e esplorare. Cerco di evitare di far perdere tempo al lettore di fargli la predica. Cerco anche di non insultare il mio lettore utilizzando mezzucci spiccioli da romanziere. Per esempio evitando di iniziare una storia con un’immagine forte. Un’altra cosa che mi sforzo di fare è quello di rispettare la sensibilità estetica del mio lettore. Mi sono reso conto, quasi subito, che una parte importante della scrittura non narrativa, di inchiesta, sia la sostanza dei testi, ciò di cui si parla. Da questo sembrerebbe che il mondo della scrittura si divida in due categorie: i giornalisti, che scrivono di cose importanti, e gli scrittori, che scrivono di cose poetiche che non sono quindi importanti. Ma non è così. È più facile pensare che il nostro lavoro abbia a che fare con la politica e l’economia, ma a molto di più a che fare con la scrittura tradizionale. Anche se la percentuale dei lettori di inchiesta è molto ridotta, i lettori mi incoraggiano sempre più spesso a perseguire questo lavoro.

RS: Quando mi hanno chiesto di partecipare a questo incontro con Langewiesche, mi sono sentito lusingato perché lui rappresenta un modello per me e la mia scrittura. Langewiesche è cresciuto in un paese dove questa separazione tra scrittori e giornalisti, due categorie che spesso si detestano tra di noi, è molto più labile.
Le cose importanti da scrivere. Mi è venuto in mente Danilo Dolci in Sicilia faceva degli scioperi particolari, al contrario, lavorando i campi con i contadini, costruendo le strade che non c’erano. Mi ricordo questo aneddoto: quando Danilo Dolci fu arrestato i carabinieri, un maresciallo gli chies perché lui, che era un professore e un intellettuale noto, non andasse a casa a scrivere libri, invece di lavorare. Quando arrestavano i disoccupati che facevano lo sciopero al contrario e li perquisivano, in ogni tasca trovavano i libri di Danilo Dolci. Al che lo stesso maresciallo gli disse: “Professore, invece di scrivere libri, perché non va a lavorare?”. Immediatamente la parola si era fatta azione, aveva un peso specifico.

WL: Per quanto riguarda le cose da scrivere io lavoro così: trovo un argomento che mi interessa; ne parlo col mio editore che di solito mi dice di si; e poi prendo e vado da qualche parte del mondo a fare domande per tutto il tempo che mi occorre. Mi guardo intorno, semplicemente. Mi addentro nel mio lavoro fino a un determinato livello. Prendo appunti, uso il registratore con moderazione e parecchia faccia tosta. L’arroganza e la faccia tosta mi servono a dirmi: “sono io a definire la realtà”. Quando dentro di me so benissimo che esistono tante realtà e non ce n’è una sola che si possa definire tale. E poi comincio a scrivere. Mi attengo a uno schema molto elastico. Sfrutto ogni occasione che cade dal cielo. Mi avvalgo di tutte le possibilità e anche del piacere estetico. Definisco una realtà lineare, per creare questo schema, partendo da un presupposto molteplice e complesso.

RS: Penso che la letteratura no-fiction sia il morso stesso della scrittura. È un punto mediano tra letteratura e il giornalismo: la parola letteraria abbinata alla verità. La verità che sia messa in circolo attraverso la lettura narrativa. Quando leggi una pagina di American Ground, non leggi qualcosa di distante, un paese lontano, ma leggi la tua terra, la tua gente, quelle storie diventano tue. Questo tipo di scrittura, di sguardo, rendere cittadinanza universale a problemi che sembrano particolari è la vera pericolosità e forza della notizia. Possono pure fermare una notizia, ma non possono impedire la circolazione di storie che possono essere testimoniate. Ad esempio: dopo un anno sono tornato a Casal di Principe, il mio paese. Mi ha molto colpito la reazione della gente, di una parte della cittadinanza, che ce l’avessero col libro, ce l’avessero con le parole, non direttamente con me. Il vecchio padrino, il padre di Sandokan, che ha detto a quell’incontro, attaccandomi, che la camorra non esiste, diceva che avevo scritto un bel “romanzo” (cioè cose inventate), ma lo aveva letto, era stato costretto, c’era stata una circolazione.

WL: Il modo in cui le persone operano nella stampa professionale è sbagliato. Dicono che è il più obbiettivo possibile. Cedono il passo a politici, a porta-voci ufficiali senza descrivere la realtà. È un modo sbagliato, ma sono costretti dal mainstream, non sono liberi. Persone come me e Saviano sono avvantaggiate, perché hanno tempo, spazio e libertà per esprimere e esplorare e non dobbiamo fingere di essere obbiettivi. Al di là di questo ci sono molti elementi del nostro mondo di cui la stampa non parla. Occorre fare un passo indietro rispetto al mondo in cui viviamo e nutrire un certo scetticismo verso il senso della realtà. Uno scetticismo basato su una riflessione su come si organizzano gli uomini, sotto identità nominali chiamate nazioni. Cos’è una nazione? Cosa dovrebbe essere? Quanta parte delle istituzioni che dirigono una nazione sono fasulle? Questi si che sarebbero dei quesiti produttivi.

WL: Pensiamo all’argomento guerra. A partire dalla mia esperienza in Iraq, direi che una delle questioni importanti che possono essere analizzate, ma che non trova spazio sulla stampa, è la situazione di una persona normale, una persona per bene, che decide di diventare un assassino di uomini, donne e bambini innocenti. Come avviene questo? Come funziona davvero questo meccanismo? Qual è l’effetto della guerra su quelli che uccidono?

RS: E’ complicato relazionarsi alle istituzioni militari perché c’è uno stato di omertà interno. Il mio metodo è stato abbastanza semplice: ascoltare i racconti di questi reduci della “Missione Babilonia”. Dicevano delle cose che mi hanno molto colpito: che non si divertono più in “Missione”. Questo è un lato che mi affascina della guerra: il suo lato ludico e mitologico. E è giusto che sia così. Dell’attentato a Nassirya ho avuto moltissime versioni anche di gente che non c’era. C’è la storia di un ragazzo che in missione in Kossovo perché non poteva sparare, ha morso il calcio del fucile e si è spaccato un dente. I dettagli sono fondamentali per capire il mondo, che mette in crisi il sistema della guerra. Un mercenario che al ritorno dalla guerra, non racconta, passa la vita davanti a un videopoker. E i racconti del soldato spaccone: le donne conquistate, i cammelli a cui ha fatto saltare in aria le cervella. Tutto questo può essere raccontato, perché il “tema guerra” non appartiene più alla coscienza italiana, rispetto al passato. È cambiato completamente il rapporto tra gli italiani e la guerra. La guerra è diventata un tema fascinoso, molto diverso da com’era in passato. La forza di uno scrittore di no-fiction è quella di valutare con giudizio storico. Mi è venuta in mente una verso. Una poesia che raccontava delle strategie che usavano i contadini del sud per non partire soldati, per non riempire le trincee della Prima guerra, alla difesa di confini di cui ignoravano l’esistenza. Faceva così: Al tempo dell’altra guerra contadini e contrabbandieri / si mettevano foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle / per cadere ammalati. / Le febbri artificiali, la malaria presunta / di cui tremavano e battevano i denti, / erano il loro giudizio / sui governi e la storia.
Tutte le sensazioni, le emozioni che raccogli, smettono di essere solo da descrive, ma diventano giudizi, giudizi tecnici, come se fossero valutazioni economiche da mettere in un trattato. Trasformare le sensazioni in giudizi penso che sia uno dei miracoli della scrittura.

WL: Bisogna stare sul teatro di guerra. Ci sono diversi modi per starci: o dalla parte dei militari o dei civili. Questi sono i due fronti da cui si può vedere la guerra moderna. Uno degli errori fondamentali di coloro che fanno gli osservatori esterni è di credere che le forze militari americane sappiano che cosa succede in Iraq. Una delle cose fondamentali per capire che cosa succede in quel paese è la limitatezza della prospettiva dei comandi militari americani. Poi ci sono due diversi tipi di militari: quello che si annoiano nelle retrovie e quelli in prima linea. Questi ultimi non hanno molte difese contro un intervistatore e quindi dopo un po’ sono molto disponibili a parlare di tutto. Nasce anche un certo cameratismo col giornalismo. Se confronti quello che riesci a raccogliere sul terreno con la versione ufficiale, ti accorgi della lontananza dei vertici da quello che veramente succede. Al fronte si riesce a accettare anche la morte, anche la morte di innocenti. Non si possono definire criminali questi soldati semplici che ammazzano i civili. Bisogna definire l’intera guerra criminale.

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