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Compose il numero sulla tastiera. Nove … Sei … Sette … Quat … Sul 4 il dito ebbe un’indecisione. Un fremito che ne bloccò la pressione sul pulsante. Un torrente di feci si mise a scorrergli nello stomaco.

Compose il numero sulla tastiera. Nove … Sei … Sette … Quat …
Sul 4 il dito ebbe un’indecisione. Un fremito che ne bloccò la pressione sul pulsante.
Un torrente di feci si mise a scorrergli nello stomaco. Filava giù una bellezza, verso il più sacro dei suoi buchi. Pensò di correre in bagno e mollare tutto, ma resistette. Non sapere era molto peggio che sapere.  Contrasse la pancia come a spezzare il flusso, e continuò.
Quattro … Otto … Sei … Ne mancavano solo due. Il sedere prese a bruciargli, era una strategia della mente per impedirgli di andare avanti. Spostò il dito e spinse ancora. Cinque … Uno …
C’era riuscito! Aveva azzeccato la combinazione! Trattenne il fiato e spinse l’orecchio sulla cornetta, in attesa che la cassaforte si aprisse.
Uno squillo … Niente … Due, tre squilli … Ancora niente. Forse non c’era nessuno perché nessuno era disposto a dirgli la verità.
Quarto squil … All’improvviso un colpo, come lo schiocco di due dita, spezzò la sequenza dei trilli. Senza accorgersene si morse il labbro cogli incisivi.
“Prontoooo?” la voce di una donna risuonò all’altro capo del telefono. Pensò che poteva essere un Angelo della Salvezza. O un Demone sotto la pelle. Dipendeva dalle circostanze.
“Pronto, buongiorno … ” parlò, ma in pratica non se ne rese conto. Le feci liquide si erano affacciate alle porte del suo intestino tenue.
“Seeeee …. Mi dicaaaa?” fece ancora la donna. Già si annoiava, e non erano che un paio di secondi che conversava con lui.
“Ehm sì … ” provò a ribattere, ma non sapeva come continuare. Andare a braccio era la mossa giusta, forse. “Ehm, chiamavo per il risultato del test … ” la lanciò lì. Fuori dal suo controllo. Era qualcosa di simile all’eiaculazione precoce.
“A che test si riferisce, scusi?”. Gli spulciava proprio i peli del culo, questa! Pazienza, lui adesso era il Portatore Sano della Verità.
“Al Test per l’HIV!” confessò. Ecco, prendi e porta a casa, ex donna annoiata!
“Ha fatto l’esame presso il nostro laboratorio?” domandò lei, accennando stavolta un vago interesse alla cosa.
“Sì”.
“Quando?”
“Lunedì scorso”.
“Il suo nome?”
“Test per l’HIV” ripeté senza capire. A quel punto gli sembrò di sentire un sospiro dall’altra parte.
“Non il nome del test … ” fece la donna. “Il suo nome e cognome intendevo … ”.
“Ah!” esclamò lui imprecando verso il soffitto. “De Ruggeri. Carlo De Ruggeri”.
“Un momento che controllo”.
Attese. Si schiacciò l’orecchio sul telefono, proprio mentre la corrente di feci caracollò a monte prendendo il comando dell’intestino retto.
“Amanda … Mi guardi De Ruggeri, per favore?” disse quella rivolta a qualcun altro. La sua voce adesso era filtrata da qualcosa. Aveva piazzato una mano sulla cornetta.
“In che cartella?” domandò in sottofondo un’altra donna.
“In quella dell’aizz”.
“Ok”.
Chiuse gli occhi. Udì chiaramente le dita di Amanda che ticchettavano sulla tastiera in cerca del suo file. Voleva che quelle dita si bloccassero, che le feci nel suo buco del culo si bloccassero. Che la donna annoiata venisse a casa sua e gli facesse un lavoretto per rilassarlo.
“Oh cazzo … No!” all’improvviso la voce della videoterminalista gli risuonò nella stanza. Come fosse lì dentro con lui. Spalancò gli occhi, e dall’altra parte sentì qualcosa di vetro cadere a terra e rompersi in frantumi.
“Ma cosa … !” esclamò l’altra donna.
“Guarda … ” fece Amanda, come se le stesse mostrando qualcosa di orribile.
“Ah!”.
“Eh!”.
Il cuore di Carlo scivolò nella melma che galleggiava al centro del suo ventre. Richiuse gli occhi. Di che si preoccupavano quelle due?
“Oh cazzo … No!” a che si riferiva Amanda, all’oggetto che le era scivolato dal tavolo? O a quello che aveva letto sul computer?
Non lo sapeva. Ma se c’era una risposta, forse era la risposta sbagliata.
Alberto, è colpa tua. “Oh cazzo, no!”, quella sera al pub non hai detto nulla … Bell’amico … Era la terza birra, e lo sai che l’alcool mi fa uscire di testa. A quest’ora non avrei messo le corna a Eleonora, non avrei suonato alla mia vicina di pianerottolo se tu mi avessi fermato. Non sarei stato a leccarle la fica due ore dopo a casa mia, tra il divano e la zampa del tavolo da pranzo. Mi hanno detto che l’AIDS si può prendere così. Me l’hanno detto solo dopo però, sempre in ritardo i consigli utili.
“Oh cazzo, no” hai fatto finta di niente, mamma, quando lasciai Filosofia per lavorare all’AMA. Era un giorno di quelli che il caldo non ti dà da pensare. Tu avevi i riccioli biondi, ancora tutti biondi, e sul balcone di casa ti facevo aria, sventolandoti il mio contrattino sotto il naso. Ci squagliavamo, così rientrammo in cucina e tu proponesti un the freddo. Brindammo al mio ingresso nel Grande Circolo del Mondo. Appoggiavi la bocca sul bicchiere e mi parlasti di sogni ancora realizzabili. Non avevo sete ma bevvi il mio tutto d’un sorso. E come uno stupido ti credetti.
 “Oh cazzo, no” pure tu zitta, nonna, quel giorno al parco che la palla finì sotto una 126. Tu con la testa china sul giornale, e io che senza dirtelo scesi dal marciapiede, scivolai a pancia in giù e misi la testa lì sotto. C’entrava tutta la mia testa, potevo sentire l’odore dolciastro della coppa dell’olio. La palla stava incastrata là, le mie gambe invece fuori sulla strada, colle palline di catrame incollate alle ginocchia. Colpa dei pantaloncini corti. Insomma allungo una mano e tocco la palla, quella si scuote appena ma poi si ferma. Ci riprovo, spingo di bacino, ma il polso ci rimbalza sopra. “Carlo, no!!!!!!!” la tua voce all’improvviso, nonna, mi chiami. Devi aver alzato la testa dal giornale, perché eri contraria ai salvataggi sotto le 126? Poi comincio a sentire i fischi. Vengono dalla strada, dieci, cento, mille fischi di un clacson impaurito. Mi allungo ancora. “Carlo esci da lì” ti sei alzata dalla panchina, mi stai raggiungendo, e il clacson adesso è un fischio senza pause, come la linea staccata di un telefono. “Carlo attent …” La macchina che fischiava ha frenato. Non finisci la frase. Te l’hanno strozzata in gola. Sento uno scoppio lassù, e un rumore di ferraglie scosse come fossero dentro un armadio. Si mettono a urlare là sopra, tutti, un concerto di ululati inorriditi. Sono i lupi cattivi. Mi allungo ma qualcosa mi cade accanto. Non è la palla, ma pare. Mi giro. Ed eccola la tua testa, nonna, che rimbalza vicino alla mia. Anche tu qui sotto, a caccia del pallone. Un filo rosso dalla tua bocca, e i tuoi occhi così strani. Due palle da biliardo i tuoi occhi. Sono gli occhi del gufo del Luna Park. I lupi ululano ancora. Non mi allungo più. Un paio di zampe a una certa mi tirano su. Le ginocchia si portano via il catrame, sanguinano. Sto uscendo fuori, lassù dove tutti urlano, e tu rimani lì sotto. Non mi allungo più. Mai più. Potevi alzare la testa dal giornale in tempo, nonna, e dirmi che possiamo solo divertirci un po’. E se c’è rischio di farsi male, “Oh cazzo, no”, allora è meglio scegliere di annoiarsi.
“De Ruggeri … Mi sente???”.
“ … ”.
“De Ruggeeeriii?” la voce annoiata lo chiamava. Avvertì tra le scapole una scarica ad alto voltaggio. Riaprì gli occhi.
“Sì … Mi scusi … Mi dica … ” disse stringendo la cornetta.
“Allora guardi … ”,   parlò ancora la donna, poi si interruppe. Eccole intanto, le signori feci che entrano nelle vene emorroidarie. Comprimono il pubococcigeo. Assediano la cute anale.
“Signor De Ruggeri … ” disse, “abbiamo i risultati del suo test”.
“E per quest’anno siamo 4 a 3” risuonò fuori sincrono la voce di Amanda.
4 a 3. Parlava di lui quest’altra? 4 a 3 … Sono gli orgasmi dell’anno solare contro le volte che il partner ha saltato il turno? Nel caso non sta messa bene, stiamo a novembre.
“Signor De Ruggeri, mi ha sentito?”. La donna annoiata insisteva.
4 a 3 … Quattro a tre per chi? Chi erano i quattro, i malati o i sani? A chi aveva rimpinguato il bottino, lui?
“De Ruggeeeriii? C’è ancora?”.
“Sì sì sì ” fece lui. Stava in guerra con le feci spappolate adesso, contro gli orgasmi di Amanda e le vagine da leccare. “Mi scusi … Può dirmi il risultato?”. Che eroe! Assalto frontale, uno contro mille. Come Rambo in Rambo 3, che con un mitra disintegra l’Armata Rossa.
“No signore. Non siamo autorizzati a rilasciare dati sensibili per telefono. Può venire qui subito, però … ”.
Subito. Pericolo infezione. Nel reparto sieropositivi, immediatamente!
“Tra un’ora chiudiamo, eh!” le fece Amanda da dietro. Aveva fretta di staccare. Forse c’era un nuovo amante alle porte.
“Tra un’ora chiudiamo” gli confermò l’altra.
“Capisco” disse Carlo con un filo di voce. Nemmeno un’ora alla morte annunciata. “Ma non può darmi un’anticipazione?”. Stava tentando la missione impossibile.
“No signor De Ruggeri. Non siamo autorizzati”.
“D’accordo … Allora vedo di venire … ”.
“Venga venga”.
“Sì”.
“Allora l’aspettiamo … ”.
Sì, per metterlo in quarantena.
“Arrivederla”.
“Arrivederla”.
“Digli che deve port …” Amanda dietro stava dicendo ancora qualcosa. Ma l’altra chiuse la comunicazione.
Carlo abbassò la cornetta. “Devo andare da loro!” esclamò. Poi si voltò.
“Devo andare da loro … ” ripeté. Parlava ad una vagina ora. Una vagina sospesa tra il divano e una zampa del tavolo da pranzo. Una vagina scura. Riccioluta.
“Adesso?” gli chiese quella.
“Sì”.
“Perché?”.
“Non me lo dicono per telefono”.
“Burocrati!”.
“Già!”.
“Che fai?”.
“Andrò. Devo andarci, anche se mi scappa da cacare”.
“Sei sicuro?”.
“Più o meno”.
“Sicuro che vuoi sapere?”. Da lì sentiva che la vagina puzzava di deodorante alle erbe. Così almeno gli parve.
“Che scelta ho, scusa?” fece alzandosi dalla sedia. Fissava i peli. Erano ricci, troppo ricci. Non gli piacevano così, eppure ora stavano là. “Sappi che è anche colpa tua!” disse puntando il dito contro le grandi labbra.
“Mia?” fece la vagina incredula.
“Sì … Tu fai troppi incontri sotterranei. Ne vedi tanti … ”.
“ E allora?”.
“E allora potresti avermi messo nei guai … Chi glielo dice a Eleonora … ”.
“Nei guai c’eri anche prima di conoscermi”.
“Può darsi … Ma ora di più. Perché non ti fai un controllo pure te?”.
“Lo farò”.
“E quando?”.
“Presto”.
Carlo si mise le mani tra i capelli. Voleva piangere ma non gli riusciva.
“Come faccio! Come faccio!”.
“Vieni qui!” lo chiamò la vagina.
“A fare che?”.
“Vieni qui e non ci pensiamo più”.
“Che?”
“Non mi vuoi?”.
“Ma come puoi pensare a questa roba adesso?”.
“Non dirmi che non ci pensi anche tu”.
Mosse un passo verso di lei.
“Ma io devo andare al Centro, amica mia! Adesso la scala di valori è cambiata”.
“Valori? Tu?”.
“Da che pulpito … Ha parlato Kant!”.
“Ma stiamo parlando di te adesso”.
Si avvicinò e le si inginocchiò davanti.
“Ho paura”.
“Vieni qui. Entra nella galassia … Qui non c’è spazio … Non c’è tempo”.
“Non c’ho la testa adesso”.
“Si che ce l’hai …” e infatti due mani gli afferrarono i capelli, spingendoli dentro.
“Ma io devo andare … ” fece Carlo quasi piagnucolando.
“Domani … ” le mani lo spinsero ancora più dentro. L’odore di erbe aromatiche adesso si mischiò a una puzza di limone rancido.
“Ma come faccio … Non posso ora … ”.
“Sì che puoi”.
“Non è il momento”.
“E’ sempre il momento”.
Infilò la testa nella foresta. Un sapore aspro e bollente gli si appoggiò sulla bocca.
“Non ci riesco”.
“Ci sei sempre riuscito … ” disse sicura di sé la vagina.
Carlo affondò e aprì le labbra. Le feci stavano buone nella sua cripta anale, adesso. Ferme, in segno di rispetto.
“Allora domani … ” farfugliò.
“Domani … ” gli fece eco la Santa protettrice degli ammalati.
Carlo allora si immerse con decisione. Tirò fuori la lingua e prese a dimenticare ogni cosa. Si scordò di Eleonora, dei sogni in frantumi, della nonna, di Amanda.
E poi, di tutto il resto.

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