Il ritorno del gigante egoista

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Tutti i giorni, alla fine delle lezioni, i bambini della scuola media “Toto Riina” di Roccasistina, si recavano nel vicino giardino del Gigante. Era un enorme appezzamento di terreno dove al centro sorgeva una diroccata grande villa abusiva.

Tutti i giorni, alla fine delle lezioni, i bambini della scuola media “Toto Riina” di Roccasistina, si recavano nel vicino giardino del Gigante. Era un enorme appezzamento di terreno dove al centro sorgeva una diroccata grande villa abusiva.
Lì, le femmine della terza, tra calcinacci e vetri rotti, si appartavano su tappeti di kleenex con i clienti. Le più cozze si concedevano in cambio di ricariche telefoniche, mentre quelle carine per borse firmate o altri accessori griffati. I maschi, al riparo di carcasse di auto rubate e bidoni di rifiuti tossici del vicino ospedale, coltivavano una fantastica qualità di Marijuana in quel giardino, che a causa della chiusura della vicina discarica era disseminato di sacchetti della spazzatura, cessi rotti, pneumatici e residui di eternit. Gli studenti, dopo il raccolto, si radunavano in gruppetti per giocare a zecchinetta e rollare delle enormi canne simili a tromboni.
Sarà per la qualità del terreno o per l’effetto concime di rifiuti e fuoriuscite dei bidoni, ma sta di fatto, che quella terra era in grado di produrre una straordinaria vegetazione.
La fioritura di Maria avveniva sei volte l’anno, le foglie degli alberi non risentivano affatto degli effetti dell’autunno o dell’inverno e in quel posto era sempre primavera. Il vecchio melo che si trovava a ridosso della porta d’ingresso della villa era perennemente carico di rossi ed enormi frutti, così come il ramo del fico selvatico, che dalla strada si protendeva all’interno del terreno. Anche gli uccelli, a dispetto delle fiondate che ricevevano, amavano soggiornare in quell’angolo di paradiso, lasciandosi stordire dall’inebriante profumo della perenne fioritura dei dodici alberi di pesco che delimitavano il perimetro del giardino.

Un giorno il Gigante tornò. Era stato sette anni in carcere per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti e ora, scontata finalmente la pena, era tornato alla sua grande e vecchia casa. Quando arrivò, vide i ragazzi che bivaccavano nel suo giardino e alcune ragazze con microgonne e stivali, che in compagnia di adulti entravano e uscivano dalla casa scavalcando le finestre del piano terra.
– Che cosa state facendo in casa mia? – gridò con voce burbera e tonante . – Questo giardino e questa casa sono solo miei e non permetterò a nessuno di entrare e fumarsi il mio giardino.
Estrasse dalla giacca un enorme fucile a canne mozze e iniziò a sparare ai ragazzi.
Ne uccise un paio e ne ferì altrettanti. I superstiti terrorizzati scapparono via, mentre il gigante gli lanciava dietro i cadaveri dei compagni.
L’indomani il Gigante costruì un muro altissimo tutt’intorno al giardino, vi posizionò ampie spire di filo spinato e sotto ogni torretta armata di mitragliatrice affisse un cartello: ‘Vietato l’ingresso. I trasgressori saranno brutalmente malmenati.’
Era veramente egoista quel Gigante. I poveri bambini ora non avevano più un posto, dove drogarsi e prostituirsi in santa pace dopo la scuola. Certo, sarebbero potuti tornare a coltivare la marijuana nel parco interno dell’ospedale, continuando a passare il pizzo a Mario il portantino e le ragazze avrebbero di nuovo utilizzato i camerini della Rinascente come garçonnière. Tutto questo però era veramente ingiusto, si dicevano i ragazzi, gironzolando intorno a quelle mura invalicabili.
– Come eravamo felici e strafatti – si dicevano tra di loro, rimpiangendo la qualità e l’abbondanza dei raccolti di quel giardino.

Poi a Roccasistina arrivò la primavera, portando con sé deliziosi fiori profumati sopra i quali svolazzavano variopinti uccellini e delicate farfalle. Soltanto nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Gli uccelli non cantavano più perché non c’erano i bambini, gli alberi si dimenticarono di fiorire e la marijuana si seccò per via del grande freddo. Solo un piccolo fungo allucinogeno mise la sua testolina fuori dalla coltre nevosa, ma quando vide i cartelli di divieto fu così dispiaciuto per i bambini, che si seccò polverizzandosi all’istante. Neve e Gelo erano gli unici contenti di quella situazione.
– La primavera ha dimenticato questo giardino – esclamarono – quindi noi potremmo restarci tutto l’anno.
E decisero di invitare anche la Grandine e il Vento.
Neve, Gelo, Grandine e Vento, per tutto il giorno non facevano altro che rincorrersi nel giardino, devastando tutto quel che trovavano.
– Proprio non capisco perché quest’anno la primavera tardi così ad arrivare – disse il Gigante Egoista, mentre guardava dalla finestra la preziosa Maria ridotta a un cumulo di paglia secca – spero che il tempo si decida presto a cambiare.
Ma la primavera non si fece viva e nemmeno l’estate. L’autunno fece il suo arrivo in città portando deliziosi frutti e soffici tappeti di foglie rosse in tutti i giardini, ma non in quello del Gigante.
– E’ veramente troppo Egoista – disse l’autunno e incitò Neve, Vento, Grandine e Gelo a continuare la loro opera di devastazione.
Una mattina il Gigante stava assorto a scaricare video da you porn, quando sentì il cinguettio di un fringuello provenire dal giardino. Era ormai da tanto tempo che non sentiva il canto di un uccellino e così corse subito alla finestra. Il piccolo fringuello era sul davanzale e il suo canto era l’essenza stessa della felicità.

Il Gigante aprì le imposte e allungò la sua grande mano verso il piccolo uccellino, che per nulla intimorito si fece prendere.
– Così impari a disturbarmi mentre guardo le Orchesse nude!
E con un colpo secco, spiaccicò il volatile sul marmo del davanzale.
Nel far questo Il Gigante guardò fuori nel suo giardino e vide uno spettacolo meraviglioso. Da un piccolo foro nel muro i bambini erano riusciti a entrare ed erano tutti accovacciati ai piedi delle piante di Marijuana. Su ogni arbusto che poteva scorgere c’era un bambino e la fioritura di Maria era rigogliosissima. In cima a ogni pianta c’era un pennacchio carico di semi e le foglie erano grandi quanto le mani del Gigante. Anche gli uccellini erano tornati a svolazzare, schivando fiondate e rincorrendosi tra i peschi in fiore. Era una scena deliziosa. Solo in un angolo era ancora inverno, alle spalle del relitto di un Opel Astra bruciata e senza ruote, c’era un bambino intento a svuotare la sua vescica sopra una rinseccolita pianticella di Marijuana. Quel povero arbusto era ancora coperto di neve e il gelido vento del nord gli soffiava addosso. A quella vista il Gigante s’intenerì e provò pena per la povera pianticella. Recuperò dal comò il suo fucile a canne mozze, prese la mira e colpì il bambino al centro della schiena, facendolo cadere riverso a faccia in giù su un sacchetto della spazzatura. All’istante Vento, Neve, Grandine e Gelo lasciarono il giardino a una meravigliosa primavera.
– Come sono stato egoista – disse il Gigante. – Ora capisco perché la primavera tardava tanto ad arrivare e le mie adorate pianticelle si seccavano tutte.
Farò in modo che i bambini restino per sempre nel mio giardino.
Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto. Così riparò il muro, costruì dei dormitori senza finestre, sprovvisti di elettricità e acqua, vi dispose alcuni vecchi materassi trovati nella discarica, e lì imprigionò i ragazzi. Ogni mattina alle sei in punto e al suono della sirena, i piccoli forzati iniziavano la loro illecita attività agricola. Potavano, concimavano, innaffiavano, smuovevano la terra e toglievano erbacce e parassiti troppo vicini alle preziose piante. In capo a qualche mese il giardino tornò ad essere l’Eden di sempre, e il Gigante, che amava godere di quella vista, passava ore e ore tra i ragazzi brandendo la sua lunga frusta con una mano e la mazza chiodata con l’altra.

Passarono gli anni, ed egli divenne molto vecchio e debole. Non riusciva più a scendere tra i ragazzi e si limitava a guardarli dall’alto della veranda, dondolandosi seduto sulla sua grande sedia, con il fidato fucile a canne mozze sulle ginocchia e il frigo portatile pieno di Cedrata Tassoni a portata di mano.
Una sera il Gigante fu svegliato da alcuni rumori provenienti dal giardino. Si alzò dal suo letto e guardò dalla finestra. Al chiaro di luna, spiccava tra la lussureggiante vegetazione, una pianticella di Marijuana completamente secca. Si vestì in fretta e scese a controllare. In prossimità di quella pianta era tornato l’inverno con il suo gelido vento e sopra di essa si stavano formando delle minacciose nubi nere cariche di pioggia. Il Gigante si chinò per osservare la pianta più da vicino e notò che le foglie erano secche e tutte bagnate.
‘Giacché ancora non piove, forse è rugiada’, pensò tra sé e sé, e per esserne sicuro posò il suo polpastrello su una gocciolina di quel liquido, se lo portò sulla punta della lingua e mentre cercava di riconoscerne il sapore, una voce alle sue spalle disse – Sì, sì, è proprio piscio.
Il Gigante ancora accovacciato rivide come in un déjà vu, la scena in cui anni addietro uccise il ragazzo che stava pisciando su quella stessa pianta.
– Tu sei morto – disse il Gigante, – ti riconosco e ricordo perfettamente di quando ti sparai nella schiena. Non puoi essere vivo, ti ho anche macellato e servito come pasto ai tuoi amici ignari.
Il presunto fantasma teneva in mano un piccolo detonatore, dal quale uscivano dei sottili fili che arrivavano fin sotto i piedi del Gigante.
– Hai ragione ciccione -, disse il ragazzo, – tu hai sparato e hai ucciso, ma quello non ero io, era il mio gemello. Per anni ho aspettato la completa rifioritura del giardino in una cella d’ibernazione a scongelamento programmato, e ora nel giorno dell’anniversario di morte di mio fratello, sono venuto qui per fare quello che andava fatto.

Dopo l’esplosione il Gigante era sparso per tutto il giardino. Il ragazzo impiegò quasi la notte intera per raccoglierne i resti, con i quali riempì più di 500 sacchetti di plastica che stipò ordinatamente nel grande congelatore della vecchia casa.
Alle prime luci dell’alba andò nella cantina del Gigante dove recuperò la frusta e la mazza chiodata, poi prese il fucile e si recò presso il piazzale del dormitorio, dove suonò la sirena.
Quando i ragazzi lo videro, iniziarono tutti a esultare, gridando e girando in tondo tenendosi per mano.
– L’era del Gigante egoista si è conclusa – disse il ragazzo, mentre spezzava la mazza chiodata.
– Non ci saranno più punizioni da medio evo – e bruciò la frusta.
– Non sentirete più il suono degli spari – e spezzò sul suo ginocchio il fucile.
– Ma soprattutto, non dovrete più mangiare scorze di patate a ogni pasto.
– A momenti arriverà il corriere con moderni collari a scossa elettrica per tutti e nel frigo c’è carne fresca a volontà gentilmente offerta dal Gigante.
Il ragazzo si sedette sulla grande sedia a dondolo, stappò una Tassoni, si rollò una canna e contemplò con orgoglio il suo giardino.

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