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Luca Ricci: “Un libro non dovrebbe essere collocato nello stesso campo di un videogame”

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Il quarto libro di Luca Ricci, Come scrivere un best seller in 57 giorni, Laterza (110 p. per 9,50 €), non è un manuale su come scrivere un best seller, ma una "favola cattiva" su come e perché la narrativa si è svenduta alle regole del mercato e della comunicazione.

Il quarto libro di Luca Ricci, Come scrivere un best seller in 57 giorni, Laterza (110 p. per 9,50 €), non è un manuale su come scrivere un best seller, ma una “favola cattiva” su come e perché la narrativa si è svenduta alle regole del mercato e della comunicazione. Ricci, pisano trentacinquenne, ha scritto due raccolte di racconti, Il piede nel letto (Alacran 2005) e L’amore e altre forme d’odio (Einaudi 2006), e il romanzo La persecuzione del rigorista (Einaudi 2008).

 

Tutto, oggi, è comunicazione e mercato, e la cultura e la narrativa sono diventate un intrattenimento del non-pensiero, al pari di qualsiasi altro intrattenimento tecnologico. L’impressione è che hai scelto il best seller come caso limite di questo processo per decostruirlo e decifrarlo. Una definizione sintetica: il tuo libro è una satira postmoderna dell’industria culturale?

La satira è sempre politica, io ho scritto solo una favoletta antropomorfa. Però mi piace la definizione di best seller come caso limite. Caso limite di un processo inesorabile di annacquamento. Le parole, termometro di quasi tutto, sono state le prime a diluirsi. La letteratura è diventata fiction. Si è voluto fare inseguire al libro la strada dell’intrattenimento. Ma un libro non dovrebbe essere collocato nello stesso campo di un videogame, di un film, di internet (qualsiasi attività il surfare produca). Si è voluto usare una scorciatoia verso i lettori, che di fatto ha allungato (se non smarrito) il cammino.

 

Come scrivere un best seller in 57 giorni può essere letto come una riflessione sul ruolo dello scrittore oggi, sul suo status, sulla sua perdita di autorialità e sulle sue nevrosi, nonché una riflessione sulla letteratura consolatoria (infatti i tuoi scarafaggi sono stati definiti già anti-Firmino)?

Già Baudelaire raccattava la propria aureola dal fango… Poi ci sono scuole di pensiero molto diverse sulla collocazione dello scrittore nella società. Lo scrittore serve dentro, ai margini, fuori, dentro e fuori a seconda della congiuntura storica… Io direi che intanto servirebbero scrittori e non intrattenitori. Quelli che insomma pensano sempre di scrivere per dei lettori, e non per una moltitudine informe (alla lettera, che non ha la debita forma) chiamata pubblico. L’annacquamento lessicale è sempre dietro l’angolo. Se il lettore si trasforma in un cliente lo scrittore si trova asservito. Non può più dispiacere a nessuno, deve assecondare il gusto dominante. Hai notato che oggigiorno non esistono più brutti libri? La maggior parte sono mediocri ma ben congegnati. Lo trovo un dato molto eloquente.

 

Il tuo libro è ricco di riferimenti e di allusioni alle più differenti teorie narratologiche, da Propp a Kermode. Ma oggi non assistiamo anche alla crisi della riflessione sul romanzo?

Voglio per una volta rovesciare il punto di vista dominante. La crisi della riflessione sul romanzo è data principalmente da un fatto: scarseggiano i romanzi passibili di indagine critica. Se la letteratura stenta, e la produzione si basa unicamente su una prevedibile variazione narrativa, gli studiosi sono costretti all’ozio. Ma andando oltre la provocazione, la critica in quanto apparato è stata smantellata, non esistono più gli spazi istituzionali. E la rete, che pure metterebbe a disposizione i suoi, non mi sembra il luogo dell’approfondimento e della ponderazione. La rete, in tutte le sue manifestazioni, è un luogo narrativo. Forse tra qualche decennio ci renderemo conto che è un grande romanzo collettivo, senza capo né coda, l’unico vero capolavoro della nostra epoca… Il divenire è sempre innocente. Magari a breve la marginalità della letteratura non ci darà più nessuna pena, esattamente come non ci scandalizza la museificazione dell’Opera o del Balletto.

 

Una delle conclusioni del tuo libro è che il best seller ha fatto a meno dello stile. Infatti la questione stilistica non è secondaria perché lo stile è forse l’ultimo strumento di conoscenza artistica, intersoggettiva e individuale, una cosa che non può essere staccata dal contenuto come decorazione o fatto accidentale. Che ne pensi?

Ancora l’annacquamento di cui parlavamo prima: lo stile è diventato décor. Da sguardo originale a forma d’arredo. Flaubert diceva che la letteratura è una lunga pazienza. Lo scrittore deve pazientare per riuscire a gettare sulle cose uno sguardo unico, solo suo. La cultura bestsellerista all’opposto è una lunga impazienza. La produzione, a getto continuo, deve avvalersi di uno sguardo imponderabile, decorativo, per l’appunto. Ma se i libri fossero una merce come un’altra, perché avremmo istituito le biblioteche? Quando mai è esistito il prestito (download gratuito ante litteram!) delle saponette o delle giacche, dei cosmetici o dei servizi da tè? Questo per dire che se deve morire muoia, la letteratura, ma se ne riconosca almeno uno statuto diverso da quello di merce.

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