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Diario di guerra #4

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L’11 settembre vissuto da Mimosa Martini e raccontato giorno per giorno nella corrispondenza con una amica immaginaria.

Martedì 25 settembre ore 9 a.m.

Cara Fatima,
riemergo solo adesso dalla nebbia della malattia e dello sconforto. La prima si è attenuata, il secondo no. Come avrai visto in televisione non ho comunque mai smesso di lavorare. Purtroppo mi pare che a Roma non interessi già più cosa succede a New York. Tu insegui le notizie e loro vogliono che lavori esattamente come se stessi seduta dietro a una scrivania con le agenzie Ansa in mano. Quella dell’Ansa è un classico, l’avrai già sentita. Ti racconto solo un episodio:
Bosnia, Sarajevo, dicembre 1995. Le forze militari internazionali stanno per arrivare in città, i primi battaglioni cominciano ad allestire il comando nella vecchia megacaserma intitolata a Tito come tutte le cose nella ex Iugoslavia. Daranno il cambio ai caschi blu delle Nazioni Unite, ragazzi stremati, spaventati. C’erano i francesi ancora a Sarajevo. Non dimenticherò mai i loro occhi terrorizzati, spuntare dagli spioncini dei blindati lungo il viale dei cecchini. Occhi celesti, sbarrati. Intorno a quello sguardo gelato dalla paura, c’erano dei ragazzi. E te li potevi solo immaginare nascosti com’erano dal metallo del blindato che li proteggeva dai colpi di fucile. Occhi di ragazzi giovani, con i capelli tagliati a spazzola, ché sotto l’elmetto è più pratico. Sai che uno di questi ragazzi, un soldato britannico, mi è rimasto impresso, ho perfino conservato il suo indirizzo che mi scrisse al volo su un pezzetto di quaderno. Ci siamo parlati per cinque minuti appena forse anche meno. L’ho incontrato a Spalato dove ero arrivata in aereo per proseguire, con una macchina in affitto, fino a Sarajevo. Era sera e all’aeroporto aspettavo il responsabile dell’Onu, per fare il tesserino nuovo che mi permetteva di entrare in Bosnia con lo status di giornalista. Quel genere di documento che per averlo devi indicare con nome, indirizzo e telefono, a chi dovranno comunicare che sei morto ammazzato e a chi potranno restituire il tuo cadavere. Ero lì in piedi in un corridoio con l’elmetto e il giubbotto antiproiettile sulle braccia, insieme al bagaglio a mano. E lui era lì in mimetica, in attesa di tornare a casa per Natale, in licenza. Fissava il mio giubbotto. Si è avvicinato per dirmi che quello non era buono, era solo un para schegge e che dovevo assolutamente cambiarlo. Anzi, mi disse,”se ti sparano e hai quello indosso, la pallottola invece di farti un buco si frantuma e ti spappola tutta!”. Bene, grazie mille. Era visibilmente preoccupato e con insistenza mi fece giurare che avrei sempre indossato l’elmetto, sempre. Ho giurato (il falso, perché quell’elmetto era troppo pesante e mi faceva venire mal di testa). Mi salutò con affetto, come fossimo amici, augurandomi buon Natale e aggiungendo con sorprendente calore: ”Mi raccomando stai sempre molto attenta e cerca di tornare a casa viva. Quando sei a Roma mandami una cartolina così sto tranquillo. Tu non hai idea di quello che ho visto io laggiù”. Proprio come i vigili del fuoco di New York, in questi giorni. Me ne accorgo adesso che lo scrivo.…
Per fartela breve, in questa situazione infernale, a Sarajevo, con la sera di Natale trascorsa insieme agli altri al buio con una zuppa di piselli secchi per cena e l’inviato del Mundo, Julio Fuentes che teneva banco come suo solito con racconti surreali, un giorno becco un generalone che mi spiffera una cosa: una delegazione è andata nella roccaforte serba di Pale e sta trattando. Adesso non ricordo esattamente chi e cosa, ma era la notizia del giorno. Corro nell’unico posto dove c’era un telefono (viale dei cecchini con gli spari, batterie di artiglieria pesante che ancora tuonavano dalle colline, eccetera, eccetera) e riesco a chiamare la redazione. “Succede questo, lo metto io nel pezzo. Oppure date subito la notizia poi io approfondirò nella prossima edizione”. Risposta da Roma: ”Ma l’Ansa non l’ha data!”.
Io : “Ma l’Ansa è seduta in albergo a bersi un tè caldo in questo momento. È a pochi metri da me nella persona di una simpatica collega che ancora non sa nulla. La notizia gliela darò io tra poco”. Risposta : “……ah, vabbè, allora aspettiamo che esca sull’Ansa…”.
Fatima, li hai affilati i coltelli da cucina? Mi sono dilungata troppo, devo scappare. Spero di riprendere il filo più tardi. Ciao.

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