Narrativa: Ignazia di Enzo Di Pasquale (ed. Fazi)

di

Data

Come da una bara e un messaggio in una bottiglia buttata a mare, nasce un romanzo

Come da una bara e un messaggio in una bottiglia buttata a mare, nasce un romanzo

Il primo topos narrativo del romanzo Ignazia di Enzo Di Pasquale (Fazi 2009) è una bara che  da una nave viene sbarcata a Marettimo. Raccontare la storia racchiusa nella bara è il progetto del romanzo. Narrare la storia di una persona e di ciò che ha fatto in vita per cui è degna d’essere raccontata, rispettando il tempo ristretto di un funerale e  i limiti di spazio concessi da una cassa da morto, impone una specifica struttura al romanzo.

L’unità di tempo e luogo vuole una narrazione lineare  che l’autore articola  in due parti.  Una prima parte che va da pag. 9 a pag. 190 costituisce, per così dire, il pianterreno dell’intera costruzione. Una seconda  parte che va da pag. 121 a pag . 228, è il primo piano.

La storia di Ignazia, la protagonista, ruota tra suo padre e sua madre, il suo amico Luca il tonnaroto, due preti, alcuni bambini  e pescatori di Marettimo,un impiegato comunale e un maestro  di scuola elementare .

Il filo conduttore dell’azione è insegnare ai bambini di un’isola  che si muove nel Canale di Sicilia, a leggere e scrivere anche con mezzi rudimentali.

Il contesto fisico è Marettimo con il mare Mediterraneo.

Nel primo capitolo c’è una cassa da morto piena che mentre è scaricata da una nave cade in mare, viene ripescata e depositata nell’isola di Marettimo.

Un funerale segue nel secondo capitolo. E fin qui, la morte reale e il mare la fanno da padroni perché tra gli isolani e il mare esisteva una‘interconnessione e intercomunicabilità reciproca  tale che, anche quando morivano, il mare si infiltrava nei segreti delle bare. Tanto che, per agevolare  questo “sublime scambio fra la vita e la morte… prima della sepoltura, qualche stretto parente del defunto praticava dei fori abusivi nella cassa”. In tal modo il ciclo-vita morte si concludeva lasciando come traccia solo un labile ricordo tra gli ancora vivi.

Questa la spiegazione del significato della morte per  gli abitanti di Marettimo.

Anche per Ignazia defunta sarebbe stato così. La gente l’avrebbe ricordata per la sua bontà. Troppo poco per la  storia di quella morta nella bara.

La vicenda umana di Ignazia racchiusa nella cassa, era stata troppo ricca di frutti per farla defluire anonima dai quattro buchi che qualcuno avrebbe praticato sulla sua bara prima della sepoltura. Non si poteva lasciare mischiata e indefinita insieme alle due parole di quel benevolo ricordo. Andava raccontata. E la voce narrante comincia partendo dalla nascita della bambina Ignazia. Fatto vero e reale. Tutto il contrario della morte. E inizia così il gioco vita morte che impregna tutto il racconto. L’idea che permea il romanzo è un incontro-scontro tra la morte e la vita come in una sorta di gioco a rimpiattino tra un maschio e una femmina.

La posta in gioco varia con il procedere della narrazione e l’evolversi delle situazioni nelle quali i personaggi si trovano impegnati.

Nel quarto capitolo il gioco tra la vita e la morte si fa serrato tra Giuseppe e Rosa,il padre e la madre della bambina e diventa azione che fa muovere il narrato. Tra loro la posta è Ignazina, la figlia bambina. Per il bene della bambina, l’uomo da raiss di equipaggi marittimi e marito padrone della donna, si americanizza in Joseph Tuna non più pescatore con fiuto per i pesci. Si perde a New York confuso dal profumo dei dollari. La donna rimasta a casa per accudire la figlia,da vedova azzurra diventa vedova in nero. Qui, per un momento, vince la distruzione dei sentimenti del padre e della madre della morta contenuta nella bara. Sfascio psicologico mortale, cui si contrappone un mutamento  psicologico, morale e anche fisico dei protagonisti.

Ma la vita semplice si fa strada e compare nella voglia della bambina che vuole studiare. Ignazina, mostrando un suo caparbio desiderio di imparare a leggere e  scrivere, si fa personaggio vivo e destinato a crescere facendo da contrasto prepotente con tutto ciò che la circonda.

 

La particolarità dei quattro fori sulla bara rende interessante il tema narrativo  abbastanza inusuale. I fori, per un verso, funzionano da metonimia che fa avanzare la storia di Ignazia fino alla conclusione e, per l’altro verso, incidono sulla posizione del narratore  e sulla struttura del romanzo.

La struttura del romanzo, si capisce facendo  attenzione alle righe 18-24 di pag. 10. Compare un personaggio così descritto: “una sola persona si teneva in disparte, acchiocciolato su un fusto… appariva esile, racchiusa in una tristezza che suscitava profonda commozione…”

Chi è ? Un nuovo personaggio oppure la voce narrante?

A primo giudizio sembra uno che sta nel romanzo ma non nella storia narrata. Questa è tutta racchiusa nella bara. Quindi non può essere che il narratore che osserva ciò che sta succedendo intorno a lui.

L’io narrante si azzarda ad entrare per un attimo nella bara con la fantasia, ma di fatto rimane fuori della storia che narra in terza persona. E, allora, che bisogno c’è  di sottoporre all’attenzione del lettore la voce narrante come personaggio ?

Sì, ce n’è bisogno. Questa posizione del narratore serve per giustificare  il fatto che, nel corso della narrazione, entrerà nella storia anche lui. Succede infatti in un secondo momento. Da pagina 191 in poi.

Tale non comune posizione dell’io narrante, risolve il problema dell’autore che voleva raccontare  insieme alla storia di Donna Ignazia anche una sua personale esperienza di vita senza cadere nell’autobiografismo. Ma gli impone  di farlo capire sin dall’incipit e di intervenire sulla struttura del romanzo come ha fatto.

Nella struttura del romanzo e dei singoli capitoli, vi è coerenza sia per quanto riguarda l’antefatto (ad esempio la partenza del raiss di cui al capitolo terzo), sia nel contesto generale che abbraccia l’agire dei personaggi.

 

Il sistema dei personaggi e lo svolgersi dell’azione con una successione ben calibrata dei conflitti in una cornice spazio temporale precisa, assicurano la leggibilità della storia raccontata.

Le nervature che danno sostanza alla narrazione e ne preservano la compattezza, sono i rapporti della protagonista con gli altri personaggi, con l’ambiente e con il tempo vissuto

Da notare che per quanto concerne Rosa e Giuseppe, i genitori di Ignazia, vi è unità di tempo (inizi del ‘900), con spazio sfalsato su due livelli, senza il ricorso a analessi. C’è Marettimo, unico posto possibile per una Donna Rosa morta dentro; e New York per J.Tuna indaffarato tra bordelli e bische.

Tempo e spazio, invece, sono strettamente uniti per la bambina Ignazia che nel cimitero, luogo della morte, trova il tempo e la forza di imparare a leggere. La scintilla della sua vita vera. E poi dentro i confini di Marettimo, il posto fuori dal mondo del raiss Giuseppe, spunta un angolo ristretto: la chiesa.

L’autore lo utilizza per mostrare che  quello non era il posto per “una vita di merda” come pensava Joseph Tuna.

La relazione tra il personaggio Ignazia e l’ambiente fisico e sociale è molto stretta ed è ben marcata  dalle sue azioni che si susseguono nel tempo.

Dapprima. ad esempio, lo scontro tra il padre e la madre, con la figlia Ignazia come posta. Poi la ragazza che si svincola dai genitori e acquista la sua libertà imparando a leggere e scrivere avendo per abecedario una lapide mortuaria e come quaderno la sabbia sulla riva del mare. Sono i  primi fondamentali passi di un personaggio che  cresce e diventa protagonista della narrazione.

Il narratore  sottolinea  quella crescita usando le parole Ignazina, Ignazia, Donna Ignazia proprio per evidenziare lo sviluppo morale, oltreché fisico, del personaggio protagonista.

Azioni e Colpi di scena sono ben marcati specialmente nei primi capitoli.

Nella narrazione della vicenda tra donna Rosa e il rais, c’è un anticlimax  allorchè la donna dice: “Quannu una persona mori dintra lu cori, non può resuscitari”, e poi il climax finale, nel colpo di scena costituito dal cambio di cognome del raiss che lo fa sentire rinato americano libero.

Ma la vicenda principale, è quella che riguarda la crescita passo passo di Ignazina da lattante a quando  imparò a scrivere la prima parola, divenne la segretaria del parroco e, alla fine, scelse di studiare. Quella scelta è il colpo di scena fondamentale del capitolo e che manderà avanti la narrazione successiva. I diversi cambiamenti della vicenda umana che vivono i personaggi della storia, si susseguono, poi,capitolo dopo capitolo e sono bene evidenziati .

La stessa tecnica è usata per gli altri personaggi tutti ben definiti e perciò credibili nel loro contesto.

Particolarmente marcata è la credibilità di Luca il tonnaroto amico del cuore di Ignazia.

Sembrano anche ben riusciti sia i rappresentanti  del potere religioso, due preti, che i rappresentanti del potere civile, un impiegato comunale e un maestro di scuola elementare (l’autore voce narrante).

Colpo da maestro mostrarci Ignazina bambina che riesce a scuotere dal suo torpore il parroco Don Lorenzo quando gli mette in mano due libriccini: uno con la copertina porpora e uno con la copertina nera. Sono gli strumenti del potere ricevuti dalle mani di una innocente fanciulla.

E quel Don Lorenzo che, finalmente, si sente anche lui un uomo che comanda per davvero in paese. Peccato che la prima idea a venirgli  in testa sia solo quella che finalmente ha lo strumento per castigare, iscrivendoli nel libriccino nero, quei marettimari che si comportavano, secondo lui, come se vivessero in un posto ove era facile essere poligami e vivere un tempo di eterna cuccagna.

Il rapporto tra l’impiegato comunale e la giovinetta Ignazia povera e bisognosa d’aiuto pubblico è solo un fuggevole balenio di una certa arroganza del potere che affligge il Mezzogiorno italiano. La vergine ragazza Ignazia sfugge al suo destino di preda sessuale di un piccolo prepotente solo per l’intervento dell’amico Luca il tonnaroto e scopre che l’amore è un dono.

L’autore non si sofferma troppo sulla relazione distorta intercorsa tra la ragazza e l’impiegato comunale. Ma proprio l’avarizia degli aggettivi e delle descrizioni dei particolari del fatto, la dice lunga su quella piaga sociale che impone alla gente sacrifici d’ogni genere.

Il susseguirsi dei conflitti tra i personaggi  e tra loro e l’ambiente, è costruito sempre come gioco a rimpiattino tra la vita e la morte che dà  movimento alla storia a tutto vantaggio della complessiva leggibilità. Il testo è leggibile con interesse sempre crescente pagina dopo pagina.

 

La seconda parte (da pag. 191 a pag. 228 ) riserva alcune sorprese. L’Io narrante entra nella storia in prima persona e compare un nuovo topos narrativo: il messaggio nella bottiglia. 

 

Il CAMBIAMENTO conclusivo della narrazione è dato dal momento in cui il maestro  di scuola istruito e colto accetta il testimone da Donna Ignazia e prosegue ad insegnare anche con i mezzi semplici e primordiali da lei usati (il messaggio nella bottiglia varato in mare e la risposta giunta anch’essa in una bottiglia dal mare).

 

Il linguaggio spesso evocativo è coerente  con l’ambiente e con il momento storico.  A volte l’autore sembra divertirsi  a cesellare le parole. Dopo il primo capitolo spariscono i diminuitivi, gli aggettivi si diradano e la lettura si fa sempre più piacevole.

Le immagini utilizzate in questo sito www.omero.it sono in parte proprietà dell’autore citato, o create appositamente dalla redazione, o reperite su apposite banche immagini online royalty-free. Nei casi in cui non è citata la fonte e/o l’autore, si tratta di immagini largamente diffuse su internet e ritenute di pubblico dominio. Su tali immagini il sito non detiene, quindi, alcun diritto d’autore. Se detenete il copyright di un’immagine presente su questo sito potete inviare una e-mail all’indirizzo scuola@omero.it che provvederà alla rimozione dell’immagine utilizzata. Grazie per la collaborazione!

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'