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Carissime osterie d’Italia

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Ma perché le Osterie non sono più Osterie? Ho comprato una guida dal titolo: Osterie d’Italia. E’ promossa da Slow Food.

Ma perché le Osterie non sono più Osterie? Ho comprato una guida dal titolo: Osterie d’Italia. E’ promossa da Slow Food. E’ da un po’ che sono stanco di mangiare in posti che ti sfilano trenta euro. Sarà perché non guadagno bene o altro. Ma mi sono accorto che con me erano d’accordo altre persone. Così abbiamo voluto provare la prima Osteria domenica scorsa. Abbiamo scelto il Lazio.
Ci siamo fatti una bella gita in moto e la domenica era serena. Abbiamo risalito la Cassia e visto tanti posti che non conoscevamo. Verso le undici ci siamo fermati a fare colazione in un bar. Forse l’unica cosa con dei prezzi decenti in Italia sono i bar. Gli unici che conservano ancora un’aria popolare. Ci siamo rimessi in marcia e siamo finiti in un paesino a trenta km da Viterbo. Un paesino tra i più belli del Lazio dal nome Bagnoregio. Se non ci siete mai stati vale la pena davvero. Non fermatevi al paesino, ma proseguite seguendo le indicazioni per la Civita. E’ appena fuori.
Su uno sperone di tufo c’è questo borgo medievale. Le casette sembrano infilate una per una da qualche santo. Si arriva dal basso e per raggiungere la cima c’è un ponte in cemento armato. Il costone con la piccola viuzza è franato tanti anni fa. Ma questo non toglie il fascino al posto. Il ponte porta in alto, là dove rimane un mozzicone della strada che con due tornanti arriva fino alla porta del paese. Dall’asfalto si passa al morbido ciottolato e Il panorama è quello dell’alto Lazio. Ma si vede solo dall’alto, quando ormai avete messo piede sulla vecchia strada. Tufo e querceti. Con qualche castagneto. E’ un paesaggio collinare, come quello umbro, ma più aspro. Questo non significa meno verde, ma che le colline cadono meno dolci e le piante hanno dei colori più accesi.
L’interno è pieno di turisti affamati che cercano un qualche posto per mangiare. Però anche se parlano di cibo, continuano a girare e a parlarsi da lontano, come rapiti dal posto. Tutte le case sono in mattoni di tufo. Un mio amico mi fa: “Lo sai che il tufo è radioattivo?”
“Davvero?”
“Davvero… per le case di una volta non c’era problema perché avevano molte finestre e l’isolamento era quello che era. Ma oggi come oggi, non è proprio un materiale consigliato…”
“E tu dove l’hai letto?”
“Su Focus.”
Finalmente troviamo l’Osteria. Fuori vediamo subito il talloncino della nostra guida. Siamo felici e affamati. Così entriamo. L’ambiente somigliava a tutto tranne che a un’osteria. Tavolini ben apparecchiati con camerieri in livrea. La cosa mette il mio amico a disagio. Noi siamo vestiti con le tute della moto. Comunque l’accoglienza è ottima. Il proprietario parla un italiano pulito e ci consiglia subito dei cappellotti ripieni col sugo di lepre. Sulla guida lo davano come il piatto del locale. La fame era tanta e accettiamo. Lui si assenta un attimo poi torna con una bottiglia di vino. Io non ne capisco molto e nemmeno il mio amico. Ma la sete era tanta che accettiamo. Buttiamo giù il primo bicchiere e arrivano dei piatti colorati con sopra qualcosa di commestibile.
“Vi ho visto affamati, spero che non vi dispiaccia se vi ho fatto preparare un antipasto… sono dei buonissimi nervetti al pesto di capperi. Sentirete davvero buoni… mangiate con calma. La moto mette fame. Anche io alla vostra età giravo tanto in moto…”
L’uomo parla con tanto calore. Ogni parola ci coccola più del cibo e al mio amico inizia a stare simpatico. Sembra davvero un posto in cui rilassarsi. Accanto a noi c’è un camino enorme che scoppietta. Il proprietario stende un po’ di brace e ci mette sopra due fette di polenta col lardo. C’è qualcosa di strano comunque. Il posto è elegante e il proprietario ci sa fare, forse anche meglio di quelli di un tempo, però c’è qualcosa che non torna. Il profumo di lardo intanto invade la sala.
Mandiamo giù un altro bicchiere di vino e l’aria si riscalda. Il cameriere ci porta i cappellotti. Sono soltanto tre, non molto grandi e poggiati sopra una salsa marrone. Li finiamo e facciamo anche la scarpetta. Il proprietario ci viene vicino e ci fa: “Per il secondo ho pensato io a voi. Ci tengo che i miei clienti si sentano cullati. Sapete anche io andavo in moto quando avevo la vostra età…”
Come secondo arriva del piccione servito su quelle fette di polenta. Il proprietario ci racconta che è una ricetta del seicento. Sembra più da museo o da esposizione fotografica che da Osteria. Quasi ci dispiace mangiarlo. Certo è davvero buono. Ma comunque qualcosa non torna.
Dopo il secondo siamo sazi. Il proprietario ritorna e stende un canovaccio sul tavolo, poi ci versa sopra delle castagne abbrustolite.
“Sono di qui… vedete come sono piccole… non quelle gonfiate d’importazione. Noi usiamo solo prodotti del territorio. Il piccione di prima è di Bagnoregio. C’è l’allevamento. Sentito che sapore. Altro che McDonald. Voi poi siete dei motociclisti e le sapete certe cose. Quando avevo la vostra età anche io giravo in moto…”
Su questo non ci sono dubbi e l’aria si è riscaldata per bene. Però manca quel calore conviviale, di battute e scherzi, di mangiate povere e poco calorose. Manca che le cose costino poco. Il conto suona più o meno così: 120euro. Con lo sconto delle castagne. Al mio amico prende un infarto. Lo vedo diventare rosso e finire l’ultima lacrima di vino. Gli avevo promesso che non avremo speso più di venti euro. Non chiediamo nessuna spiegazione, paghiamo e basta.
Fuori l’aria è più distesa. Fa un gran freddo, ma almeno è gratuito. Il paese sembra deserto. Soltanto due giapponesi vestite in modo strano scattano foto. Il mio amico è arrabbiato, ma anche lui è vestito in modo strano. Sembra un arlecchino con la tuta di quei colori sintetici. Forse è stata solo jella. Forse le osterie costano ormai tanto e sono diventati posti di lusso. Però per trovare quelle di un tempo non bastano nemmeno le guide che ormai consigliano solo posti da tre forchette, due stelle e tre coltelli. E non basta nemmeno dire che McDonald è un posto che rovina il nostro patrimonio, perché se è rimasta una cultura di popolo state sicuri che si è trasferita nei fast food e non nelle nuove luccicanti osterie, dove un piatto di nervetti costa dieci euro.

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