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Brigitte Giraud – L’amore è sopravvalutato (Einaudi)

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L’amore è sopravvalutato. Un titolo simile vale l’acquisto di questo libro, la raccolta di racconti brevi della scrittrice francese Brigitte Giraud

L’amore è sopravvalutato. Un titolo simile vale l’acquisto di questo libro, la raccolta di racconti brevi della scrittrice francese Brigitte Giraud (editore Guanda, traduzione di Marcella Uberti-Bona, pp. 89, € 10). D’altronde, viviamo tempi cupi. Si parla d’amore come se fossero tornati di moda i libri di Liala. Ma com’è bello l’amore… Ma com’è grande l’amore… Amore, amore, amore… tutti che si credono dei guru geniali, in grado di discettare su questo delicatissimo sentimento. Ci sono film, libri (inutile citarne i nomi) che si riempiono la bocca con la parola “Amore”, finendo col romperci “li cuiuni”, per citare Albanese. Brigitte Giraud ci fa vedere l’altra faccia della medaglia. Che cioè la passione non dura, che un amore (anche quello più grande) ha i suoi difficili percorsi da affrontare (abitudine, routine, stanchezza, eccetera, eccetera), i suoi momenti di “vuoto” da superare… Sono tutte cose che sappiamo bene, ma che a volte cerchiamo di dimenticare, illudendoci di vivere a Disneyland. Perché non c’è niente da fare, come canta Cristiano Godano con i suoi Marlene Kuntz: “C’è qualche cosa di sbagliato nell’amore”… Ah dimenticavo, Buon San Valentino.

L’abitudine

Ricordo la prima cena che preparai per lui. Dopo quei due anni di tristezza e solitudine, un uomo veniva a mangiare da me. Un uomo entrava nella mia vita. Ci conoscevamo poco, ci eravamo baciati in macchina, quando mi aveva riaccompagnata. Mi aveva lasciata sotto casa, e non ero stata capace di proporgli qualcosa di più. Al momento di abbracciarmi aveva detto, con aria imbarazzata, che non era più abituato a tenere una donna fra le braccia. Aveva fatto un movimento maldestro, urtando il retrovisore con il gomito. Ma come sempre all’inizio di una storia le goffaggini sono tesori. Ero rannicchiata sul sedile, e la sua frase mi suonava dentro in modo strano. Non era più abituato… Voleva dire che il suo essere si era atrofizzato, che le sue membra si erano anchilosate. O forse intendeva dire che si sentiva amputato. Quella piccola frase che gli era sfuggita per scusare il suo impaccio mi permetteva di scoprire che lui era disponibile e che molto tempo prima aveva avuto una donna di cui non sapevo niente. Ma, a essere sincera, non mi piace molto che l’abitudine vada a braccetto con l’amore. Invece di non rispondere, di limitarmi ad accennare un sorriso, avevo detto anch’io qualche parola all’apparenza insignificante. Avevo sottolineato la sua rivelazione con uno stupido nemmeno io. Eravamo pari. Avevamo riassunto così la situazione: due esseri smarriti, che avevano perso l’abitudine di amare e di essere amati, e che tornavano all’amore, che tornavano da lontano. Due esseri che avevano avuto bisogno di tutto quel tempo per guarire dall’amore. Ero salita al sesto piano e non avevo chiuso occhio per tutta la notte. Stavo distesa sul letto, ripercorrendo le tappe della serata nei minimi dettagli. Il momento in cui era apparso, il tempo infinito trascorso prima che mi guardasse, che mi vedesse. Io che cercavo i suoi occhi, e lui che continuava a discorrere all’altro capo della tavola come se non ci fossi. Poi era arrivato il momento, almeno per me, quei pochi secondi in cui tutti gli oggetti intorno si capovolgono, in cui tutto si rovescia sul tappeto, il momento in cui tutto è silenzio e la scena scorre al rallentatore, l’istante che si prolunga in un minuto eterno, l’attrazione invisibile che volge un viso verso l’altro, gli occhi che si cercano smarriti, la luce che illumina ormai solo una sagoma, poi la paura, improvvisa, quando gli occhi si approssimano, di fianco a me, così vicini che mi sento patetica, impreparata, non adesso, non così presto. La paura di non essere all’altezza. E mi metto a ridere per nulla, in una frazione di secondo sono un’altra, in modo del tutto incomprensibile divento, nell’alone di luce che mi avvolge, una persona allegra, scherzosa, divertente, mentre di solito sono piuttosto malinconica.
Mi rivedo davanti alla frutta e alle verdure, mentre cerco l’ispirazione per preparargli una cena. Sono nel piccolo supermercato dove faccio la spesa ogni giorno e nel quale di solito riempio il mio cestello automaticamente, ma ora lo riscopro per lui, lo vedo con occhi diversi, sono sopraffatta dalla contentezza di trovarmi lì. Non so che cosa gli piace, non so niente. Cammino tra i reparti, sono colpita dalla sovrabbondanza, dalle infinite possibilità, sono nel panico, il tempo passa e devo scegliere bene. Ho un cestino di plastica in mano e vorrei prendere tutto, esito davanti a ogni prodotto, immagino nuove combinazioni, immagino i nostri due piatti, ciliegie in inverno, funghi, more selvatiche. Immagino una pietanza da preparare al forno, il calore che si spande per la cucina, la cottura da tener d’occhio mentre ausculto il mio cuore in allarme. Immagino che ci voglia della carne, tutti gli uomini mangiano la carne, preferibilmente rossa. Ma nel manzo c’è qualcosa che mi disturba. È troppo brutale per una prima sera. Scelgo il vitello, un taglio tenero, che accompagneremo con un po’ di salsa e qualche fungo. Tanto peggio per il forno, sarà per la prossima volta.
Non mi faccio cogliere alla sprovvista, preparando la cena prima di essermi preparata. Ho esitato tra varie gonne, ma dato che l’appartamento è un po’ freddo ho scelto la più avvolgente, con un golf di lana molto morbida. Sono stata parecchio in bagno, incerta se sottolineare lo sguardo con un tratto speciale o se fare dell’assenza di artifici il mio punto di forza. Diciamo che non mi ero ancora fatta un’idea precisa, quando ha suonato il citofono. Avevo ancora quaranta secondi prima che arrivasse alla porta. In quaranta secondi ho fatto ciò che nessuno è mai riuscito a fare, ho trasformato una semplice cucina di tre metri per tre in uno spazio ardente di desiderio e di apprensione insieme. Ho trasmesso il mio tremore a ogni oggetto e mi sono macchiata la gonna, prima di aprire.
Lui mi ha baciata come nei film, con la porta ancora aperta, mentre sul pianerottolo si spegneva la luce. Ci siamo un po’ urtati nel minuscolo ingresso e abbiamo proseguito con la nostra goffaggine, confermando entrambi di non essere più abituati. Ci siamo seduti a tavola senza che lui prendesse iniziative, fatto che non ho tentato di spiegarmi. Dato che la carne era pronta, l’ho servita prima di sparire in bagno per qualche secondo a pulire la macchia sulla gonna. Non ero più così sicura che quell’uomo mi piacesse. Nella sua voce, forse, coglievo qualcosa che contrastava con il suo aspetto. Il timbro mi deludeva, ma era troppo presto per pronunciarmi. Il tremito non mi passava più, lo attribuivo al rischio che avevo corso organizzando quella cena, dovendomi occupare contemporaneamente della cottura, della morbidezza della carne, dei tempi, della salsa da preparare all’ultimo momento e del turbamento che s’impadroniva di tutto il mio essere; quella sensazione che non avevo dimenticato, ma sepolto per non soffrire più, al punto da non riuscire a sopportare che il suo improvviso risveglio mi riducesse in uno stato che ero incapace di padroneggiare. Davanti a me c’era uno sconosciuto, uno sconosciuto che aveva risvegliato l’amore e mi esponeva a ogni sorta di pericolo. Avevo paura di amare e di non amare, paura di sbagliarmi, paura di andare troppo in fretta. Non sapevo più come comportarmi con un uomo: allora ho abbassato un po’ gli occhi e ho buttato giù la carne, senza appetito, nella confusione più completa. Lui si è messo a parlare, senza riuscire davvero a interessarmi e lasciando cadere nel discorso che non era proprio un fanatico del vitello con la salsa, osservazione che ho accolto con l’indulgenza dei primi tempi, sapendo che quelle parole sarebbero rimaste tra noi, se tra noi fosse nato qualcosa. Siamo rimasti a tavola a lungo, a bere vino, visibilmente incerti su come proseguire, visto che il pasto era durato più di tre ore, e nessuno dei due sapeva se poter immaginare un seguito. In ogni caso c’è stato un secondo capitolo, uno spostamento dell’azione dalla cucina verso la mia camera, perché sembrava l’unica transizione possibile. Diciamo che lui non ha avuto il coraggio di congedarsi accontentandosi di aver fatto solo conversazione, cosa che, a mio avviso, sarebbe stata la migliore delle iniziative, ma ci sono momenti in cui è più facile fare ciò di cui non si ha voglia che astenersi, chissà perché. È spesso più facile agire che giustificare la rinuncia all’azione. Avevo sistemato la mia camera nel modo più discreto possibile, così che nulla sembrasse troppo intenzionale, avevo cambiato le lenzuola, lasciato qualche libro sulla scrivania, uno o due dischi, un giornale, e avevo fatto sparire una fotografia dal comodino. Avevo passato l’aspirapolvere sulla moquette consumata e avevo lasciato apposta un indumento sullo schienale della sedia. Volevo che mi immaginasse come una ragazza rilassata, era l’unico modo per non spaventarlo. Abbiamo percorso quasi con reticenza i pochi metri di corridoio che separano la cucina della mia camera. In teoria uno dovrebbe stare davanti e tirare l’altro per le mani in un’atmosfera di gioiosa follia, in teoria il coito comincia non appena varcata la soglia. Nella nostra piccola caccia al tesoro non c’era nulla di stravagante, sui nostri volti quasi compariva un’ombra di tristezza, nonostante l’effetto del vino. Siamo stati al gioco come meglio abbiamo potuto, in fondo desiderosi di ricominciare a fare l’amore. Abbiamo ritrovato i gesti, abbiamo tentato di applicarli alla nuova situazione, ma non uno si è compiuto nell’urgenza del desiderio, nella voracità insaziabile degli inizi. Abbiamo fatto l’amore sapendo che era la prima e l’ultima volta, e questo ci ha concesso una libertà e una grazia impreviste mentre la strana coreografia, che non portava a nulla, non preannunciava nulla, ci offriva la possibilità dell’amore senza storia d’amore. Lui ha avuto la delicatezza di non addormentarsi al mio fianco, ha raccolto le sue cose al buio e se ne è andato senza che lo accompagnassi alla porta. Io sono rimasta nel mio letto, sentendomi furiosamente abbandonata, tradita da me stessa, senza dubbio incapace di amare ancora. Sono diventata di nuovo una ragazza malinconica e non mi è venuto da ridere quando, l’indomani, ho sparecchiato la tavola e ho buttato nella spazzatura tutto ciò che non avevamo mangiato.

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