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C’è una faccia di Roma che quando fai il tassista impari a conoscere bene. In realtà la conoscono tutti, solo che si fa finta che non c’è, che non esiste. È la Roma dei vagabondi. Che altrove se chiamano clochard che suona meglio e da un tono più romantico, o homeless, che tanto è in inglese e che ce voi capi’. Ma qui se chiamano barboni, che de romantico nun c’ha niente. È una faccia nascosta quella dei vagabondi. Che di giorno si confonde con quelle rosee e allegre dei turisti, il traffico caotico, la gente che corre a destra a sinistra come posseduti dal diavolo. E loro lì, buttati per terra, magari con un cane vicino a chiede l’elemosina. Che se la guardano ‘sta gente, che invece non li degna nemmeno di uno sguardo de striscio.

I vagabondi sono quella faccia che tutti vogliono nascondere perché non è una bella faccia, di certo non come quella dei monumenti belli e puliti – beh, non sempre – che rendono famosa Roma. C’ha le rughe, ‘sta faccia. Quelle profonde come solchi scavati dall’acqua nei millenni, fiumi di sofferenza e disperazione e solitudine. Una faccia che dorme con un occhio solo perchè con l’altro se deve guardà intorno, attento a balordi con spranghe, cerini e taniche de benzina. Una faccia che spesso e volentieri ce la ritroviamo sulle pagine di cronaca proprio perchè quell’occhio che doveva resta aperto pe’ la troppo stanchezza je se chiuso pure lui. È una faccia che pure se te ricorda magari il viso di tuo nonno vecchio non ce la fai ad accarezzare con le dita, o peggio sfiorare con le labbra. È una faccia con la quale ti ci fai bello a raccontare, te ce fai gonfio er petto de malinconia e sdegno e rabbia. “Oggi ho incontrato un tipo poverino mi faceva una pena ma possibile che la società permette certe cose?”, te ne esci con gli amici coi quali sei uscito a cena, mentre però davanti c’hai la bottiglia di un vino che hai pagato quanto una vigna intera. Che quel petto gonfio non te s’addice, non fa per te. Perché se ne trovi uno che sta sotto al portone tuo chiami li carabinieri pe’ mandallo via, che te rovina il decoro del palazzo e che certo, che ti importa a te se vogliono girare coi carrelli della spesa pieni de buste e vestiti lerci e cibo che manco ar cane lo daresti, che girassero pure, poveracci, il mondo è libero e tutti c’hanno gli stessi diritti…sì, però ‘sti diritti valli a pratica’ da un’altra parte.

Alla stazione Termini ce sta un esercito de barboni, come in fondo in tutte le stazioni del mondo in effetti. Via Marsala, via Giolitti, un po’ più giù via Nazionale. Se ci passi dopo che è calata la sera vedi file di uomini tutti attaccati l’un l’altro avvolti dentro plaid logori, o sotto cartoni lerci e umidi, o sotto proprio un bel niente. Che a guardarli così non sembrano neanche corpi ma ombre. E nun te sbagli, perché i corpi ormai non ci stanno più. Ombre, ecco, li dovrebbero chiama’ così. No barboni, clochard o quello che te pare. Ombre, perché nessuno li vede ma quando je passi vicino te oscurano pure l’animaccia tua.

Io guido il taxi, io vado in giro tutto il giorno e la notte e ormai alcuni li conosco bene, so dove stano come si muovono a che ora li trovo lì o da un’altra parte. Diventano parte della giornata, della vita quasi. Una parte che si insinua silenziosamente, giorno dopo giorno che neanche te ne accorgi. La mattina chiedono un po’ d’elemosina in una piazza, il pomeriggio se ne vanno in un’altra e la sera te li ritrovi a riposare dentro un vicolo, o davanti la saracinesca sempre dello stesso negozio, o ancora nel piccolo ingresso esterno che hanno alcune banche. I carrelli stracolmi de buste, che nascondono o se legano addosso per paura che qualcuno gliele possa fregare. Che tu a guardarli sorridi a pensare che quella roba te fa schifo solo a guardarla. E già, sarà, che chi nun c’ha un cazzo alla fine se affeziona pure alle buste de plastica.

Ce so’ le due signore, sorelle, a piazza dei Cinquecento, sul marciapiede davanti al Museo di Roma, che quando viene l’inverno dormono vicine per scaldarsi di più, la signora piccola e magrolina a piazza San Silvestro che chiede l’elemosina mentre lavora a maglia (per poi chissà chi).  E poi c’era er grande de piazza Barberini, Remigio, che co’ le  cuffie e le antenne ballava in mezzo alla piazza. Per trent’anni se n’è stato li tutti i santi giorni a balla’, estate e inverno, che alla fine è diventato più attrazione lui della Fontana del Bernini.

Li conosci, sì, alla fine impari a conoscerli come le vie i palazzi i negozi. Fino a quando poi qualcuno di loro non lo vedi più. Sparito, di colpo. Che dentro ar petto speri magari che qualcuno s’è presa la pena de riportallo a casa, la sua, magari. Ma ce lo sai che invece, salvo qualche caso, l’unica casa che gl’hanno dato è stato un loculo a Prima Porta. Te la immagini la foto, quella in ceramica, anche se non sai bene che faccia metterci perché l’hai sempre visti barboni, appunto, e i capelli lunghi e arruffati e il viso coperto da strati di sporcizia. Te li immagini, la faccia loro sulla foto pulita pulita, che nun c’azzecca niente co’ la vita che hanno fatto. Ma la Morte è una Livella diceva Totò, che passato sto cancello se diventa tutti uguali. Così la faccia almeno sulla lapide gliela mettono bella pulita, e magari nella bara pure co’ un vestito buono, dopo che hanno vissuto una vita da barboni. È l’ipocrisia che nun se ferma mai, fino alla fine, che non è per gentilezza, per esse tutti uguali. È  che manco sulle loro lapidi le volemo vede’ le facce sporche. Che se volemo davvero esse tutti uguali me chiedo perché allora, quando arriva il momento nostro, sulla lapide nun ce mettemo la faccia nostra sporca da barbone invece del contrario. È una questione de par condicio no?

Io la voglio la faccia mia da pezzente per quando moro, che chi me passa davanti deve anda’ oltre e nun fermasse. È quella che me se addice di più. Perché io parlo parlo, ma poi magari capita una notte che sto lavorando, una notte che fa un freddo cane boia, e un vagabondo me se avvicina e me chiede se l’accompagno alla stazione Termini che ce so de strada. E io che je rispondo? Je rispondo di no. Che mi dispiace ma non è idoneo per il taxi. E poi che me lo guardo mentre s’allontana, stretto negli stracci che non ce la fa nemmeno a cammina’, i piedi che sembrano due zampe de papera. Ed io che allora stringo il volante e i denti che la mascella mi fa male e mi dico parti, vallo a prende e portalo alla stazione, stronzo. Ma poi me bussa un cliente, la faccia pulita e la cravatta a posto. – Prego – gli faccio quando mi chiede se è libero. E penso che m’ha salvato, che m’ha dato proprio l’alibi che mi serviva: ecco lo vedi nun posso prenderlo che mo c’ho sto cliente e io sto a lavora’.

Sarà, ma mentre vado, mentre supero il vagabondo che cammina lento e piegato sul bordo del marciapiede e lo guardo mentre diventa piccolo nello specchietto retrovisore, io lo so che il cliente nun m’ha salvato affatto. Che la faccia mia è una delle tante, che quando moro sulla lapide nun deve esse pulita. Ma sporca, lurida. De più, molto de più de quella de un barbone.

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