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Signore del Tempo

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E’ il caso che ci governa? Che controlla il venire in essere delle storie? E’ quella fanciulla volubile, che si chiama “Ispirazione”, che bisogna supplicare? Bah. Certe volte le storie nascono da una piega del taccuino, da un palo di traverso per la strada, da un cartello che contiene un nome stravagante:

E’ il caso che ci governa? Che controlla il venire in essere delle storie? E’ quella fanciulla volubile, che si chiama “Ispirazione”, che bisogna supplicare? Bah. Certe volte le storie nascono da una piega del taccuino, da un palo di traverso per la strada, da un cartello che contiene un nome stravagante:
“Saracinesco”.
Certo, non ci ispira molto come nome, l’unica cosa che riesce a evocare – né più né meno – è una saracinesca: argentata, sinuosa, che scintilla sotto un sole abbagliante. Tuttavia, poiché abbiamo bisogno di una storia, ecco che ci affidiamo al caso, a quello che saprà darci. E andiamo avanti.
Seguendo la segnaletica, ci inerpichiamo per una strada di gomiti e svolte. Intanto sfogliamo una guida. Apprendiamo così che il paese fu fondato dai saraceni che, nell’876 d.C., tentarono di insidiare Roma. Il luogo, assolutamente strategico, permetteva di controllare il territorio e spingere azzardi fino alle mura della Città Eterna. Nel 915, però, essi furono sconfitti dalle truppe alleate del Papa Giovanni X e, stanchi di combattere, si diedero ad attività più pacifiche. Altra notizia di rilievo è che in questo luogo è nata Vittoria Lepanto, attrice del cinema muto, di cui, per quanto in seguito ci affanneremo, riusciremo a sapere poco più di nulla.
Il paese è straordinario: incrostato intorno a un cocuzzolo, domina la valle dell’Aniene.
Bisogna fermarsi. Restare a guardare.

Intorno a noi montagne scure che declinano verso colline e risalgono in cupole e precipitano in valli creando un arzigogolo d’alti e bassi che incide l’ombra con spicchi dorati. E spruzzi bianchi sulle cime, scheletri d’alberi che muovono al vento rami spogli.
Fa freddo. Sui bordi della strada residui di neve. C’è odore di legna bruciata e un gran silenzio.
Per le strade nessuno.
Giungiamo a una piazzetta che domina il belvedere.
“Il Museo del Tempo” c’è scritto in un cartello che, molto gentilmente, offre ai visitatori la possibilità, qui a Saracinesco, di passeggiare nel tempo e di riflettere sul tempo, sulla sua misurazione attraverso strumenti gnomici “a noi trasmessi da antiche e universali culture di tutto il mondo che, senza l’oppressione di meccanismi ed oscillazioni al quarzo, sfruttano il più importante degli elementi: il sole”. Quindi, andando su per le stradette tortuose, troveremo:
– l’Orologio Solare Equatoriale della Ficorella;
– la Sfera della Piaia;
– la Meridiana Orizzontale della Fortezza;
– la Meridiana Verticale con parete declinante dell’Orto maranese;
– la Meridiana di “Lambert” della fontana maranese.

C’incamminiamo. Ma c’è qualcosa che non ci convince: è la parola “museo” collegata a “tempo” che crea il fastidio. Perché abbiamo sempre pensato che la funzione naturale di un museo è quella di catturare una porzione di tempo e cristallizzarla: Roma antica, Napoleone, il Risorgimento, la Rivoluzione Industriale, il Post Industriale. E poi quei Monumenti Nazionali che propongono in carrellata oggetti ed epoche come fossero le stanze di un immenso archivio della memoria. Senza dimenticare il museo del Futuro, e quello del Presente – il più anacronistico. E allora, che motivo c’è di inventarsi anche un Museo del Tempo. Perdipiù tra queste montagne, in questo silenzio che non si lascia delimitare da campane, eco di radio, squilli maldestri di cellulari che annuncino, magari, la vittoria della squadra del cuore. E neppure dalle Meridiane: quella Verticale (che squilla d’un metallico “CARPE DIEM” ) ha perso lo stilo rosso che ci avrebbe permesso di leggere l’ora, e quella Orizzontale non ha luce che proietti ombra, visto che il sole è adesso sparito dietro un banco di nuvole grigie. Certo, potremmo girare il polso e guardare l’orologio. Ma sarebbe un insulto.

Continuiamo a camminare. L’unico elemento che ci dice di trovarci in un paese di vivi è il fumo che vediamo talvolta sollevarsi da un comignolo.
D’un tratto un socchiudersi d’imposte, il volto fugace di una vecchia che si ritrae senza darci il tempo di chiederle qualcosa. E dentro di noi un moto di delusione, il disappunto d’esserci accorti troppo tardi di quegli occhi che ci studiavano.
Eccoci a piazza Roma, sede del Municipio: è grande quanto un girotondo di bambini. Ci fermiamo un attimo. Guardiamo l’Orologio Pastorale, un cilindro d’argento segnato da linee ondulate. Come si faccia, da questo strumento, a dedurre che ore siano rimane un mistero.
Le strade incrociano piccole altre strade, s’interrompono spezzandosi in alcuni gradini, passano sotto l’arco che sorregge una volta e sotto gallerie buie che vanno a sbattere contro portoni di legno. Alla base dei quali svolazzano fili polverosi di ragnatela.
Un vento gelido viene a sfregarci la faccia, le dita non le sentiamo più. Inutile cercare d’abbottonarci il colletto: il vento s’intrufola giù per la nuca strappandoci brividi.
Cerchiamo qualcuno, ma è possibile che nessuno abbia voglia di farsi una passeggiata? E’ normale che dalle case non venga una voce, un chiacchiericcio, la musica di un televisore?
Ci avviciniamo al Municipio (una porticina affiancata da un quadro di ceramica azzurra), è chiuso. Chiusa la chiesa (S. Michele Arcangelo, XIII sec.): un foglio affisso sul portone avverte che si celebra messa solo nei seguenti giorni: 25 Dicembre, Natale del Signore, ore 11.00; 6 Giugno, Epifania del Signore, ore 15.30; 21 Febbraio, Le Ceneri, ore 15.30.
Un senso di inquietudine viene a tremarci nello stomaco, e la sensazione, d’un tratto, di dover scappare. Colpa del gatto nero, forse, ch’è sgusciato alle nostre spalle e ci ha fatto davvero molta impressione… Fosse covo di streghe, questo? E ricordi non troppo lontani di pratiche magiche, intrugli, pozioni maledette, vengono a sfiorarci la mente, insieme a questa mano del vento troppo cattiva.
Acceleriamo il passo. C’è una finestra che sbatte. E un abbaio lungo, lontano che viene a rabbrividire tra i vicoli. Da un altro spiraglio appare una ciocca di capelli bianchi, uno sguardo nero, fugacissimo, e l’immediato serrarsi dell’imposta.
Ci dirigiamo velocemente verso la piazzetta d’ingresso, il cuore fa capitomboli nonostante le rassicurazioni della mente che dice non ci sia nulla da temere dal vento, dal silenzio, dalle porte che sbattono, dagli sguardi neri dietro le finestre socchiuse. Basta, siamo stanchi di questo deserto, vogliamo gente, frastuono, voci, l’odore di un caffè, di una cioccolata calda in una tazza che fuma, abbiamo bisogno di qualcuno che commenta le partite, pure del fischio sbagliato di un arbitro, e anche di un sorso di tè, ma va benissimo perfino un bicchier d’acqua, purché in compagnia…
Scendiamo per le strade ripide quasi di corsa, scivoliamo e ci rialziamo. Ancora avanti, via, verso la macchina.
D’un tratto, però, appare qualcuno. E il sospiro di sollievo è inevitabile.
“Scusi”.
Ci avviciniamo. Ha occhi neri, capelli nerissimi. Discende da quei saraceni che furono domati dal Papa.
Certo non possiamo domandarle se questo è un covo di streghe, e allora, molto più professionalmente, le chiediamo del Museo del Tempo:
“A chi è venuta l’idea?”.
Non lo sa. Dice che per avere maggiori informazioni è meglio tornare in primavera.
Le chiediamo delle Meridiane e delle altre installazioni, se d’inverno vengono smantellate visto che l’Orologio Solare Equatoriale della Ficorella non l’abbiamo trovato e neppure la sfera della Piaia, e dell’Orologio Pastorale di piazza Roma abbiamo capito pochissimo.
Risponde di no. La scorsa settimana ha nevicato tutto il tempo e ci sono state due notti di bufera. E’ probabile quindi che qualche pezzo sia andato fuori posto:
“Ma lo rimetteranno subito dov’era”.
Sorride. Sta tremando di freddo. E’ uscita per raccogliere i panni stesi ed è coperta soltanto da un maglione.
Le chiediamo ancora del Museo.
Dice che Saracinesco, è già di per sé un Museo del Tempo, perché tutto resta fermo, invariato nei secoli.
“Ma il paese è vuoto?”.
“D’inverno sì, c’è troppo freddo. I residenti siamo centosettantotto, ma quelli che ci abitiamo veramente siamo meno di sessanta. In estate, però, arriviamo anche a duemila”.
“Ma per i rifornimenti, per la spesa, come fate?”.
“C’è l’alimentari”.
E’ vero, eccolo alle nostre spalle. Naturalmente chiuso.
“Funziona?”.
“Sì, anche la domenica mattina. Ci sono pure due ristoranti, che funzionano, sì sì”.
Vorremmo chiederle altro, ma adesso sta proprio battendo i denti, e così, tendendole la mano, ricacciamo in gola tutte le altre domande che avremmo voluto farle.
Certo, ci sarebbe piaciuto sapere come fanno questi sessanta, tra uomini, donne e qualche bambino (dai panni stesi sembra che ci siano pure questi) a impiegare il tempo, specialmente quando piove o nevica. La risposta che immediatamente ci diamo non è da prendere neppure in considerazione: le streghe lasciamole ai romanzi.
Però, però… Chi meglio di certe signore potrebbe governare l’ingovernabile?
Nel caldo sicuro della macchina ci viene da ridere, chissà com’è che vengono certi pensieri…
Ma uno sguardo nerissimo, da uno stipite socchiuso, ci accompagna verso l’ultima svolta prima della statale.

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