C’era una volta un uomo che decise di mettere in pratica l’articolo 3 della nostra Costituzione che dice essenzialmente questo: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Quest’uomo si chiamava Franco Basaglia e quella che realizzò fu una vera e propria rivoluzione. Il suo antieroismo è stato il più potente motore di cambiamento della nostra storia recente: se ne renderà conto il pubblico di Raiuno quando assisterà alla messa in onda della fiction “C’era una volta la città dei matti…”, domenica e lunedì in prima serata, che narra di donne e uomini uniti dalla sofferenza e dalla totale assenza di dignità.
La miniserie, diretta da Marco Turco e prodotta dalla “Ciao Ragazzi” di Claudia Mori, è interpretata da Fabrizio Gifuni nel ruolo dello psichiatra ribelle che, per primo, ebbe il coraggio di mettere in discussione l’istituzione dei manicomi. Un uomo carismatico, ironico, sempre sorridente, uno spirito arguto che spiazzava l’interlocutore formatosi attraverso le letture di Sartre. Aveva la giocosa irresponsabilità del bambino e dell’artista, che poteva apparire egocentrismo, data la forte personalità.
La realtà che si trova di fronte Basaglia è terrificante. E con la moglie Franca Ongaro, donna coraggiosa che diventerà in seguito parlamentare, decide di cambiare quel mondo, caratterizzato da sevizie e torture. Esistevano le cosiddette “Città dei matti”, con tutto il loro carico di orrori: letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non luoghi di cura, ma di segregazione. Occultamento e cronicizzazione di quello “scandalo” sociale che è sempre stata la malattia mentale. In tutto il mondo occidentale, nessuno aveva mai messo in discussione il manicomio oppure osato sfidare frontalmente il potere degli psichiatri. E, per la prima volta, si prova a lavorare sul bisogno di normalità e umanità dei pazienti. Si organizzano le assemblee di reparto e quelle plenarie. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne. Fino ad arrivare alla “Legge 180/78”, detta anche “Legge Basaglia”, che introdusse un’importante revisione organizzativa dei manicomi e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio.
Una delle sequenze più emozionanti della miniserie è quando una folla di medici, infermieri e pazienti abbattendo le reti intorno all’ospedale psichiatrico di Gorizia corrono all’esterno al grido “siamo liberi”. Una scena dal sapore di verità che attraversa le voci e i dialoghi, le immagini e i colori.
La fiction, pur muovendosi su un impianto narrativo essenzialmente didascalico, non perde di vista la sua dinamica drammaturgica: da un lato raccontare di donne e uomini uniti dalla sofferenza e dal piacere di liberarla, e dall’altro far capire i passaggi cruciali e centrali della storia di Basaglia. Il modo in cui viene estromesso dalla carriera universitaria, il suo rapporto conflittuale con le istituzioni, la fiducia nel «fare», la teoria e la pratica del convincere. Ma anche la politica -Franco Basaglia era un «compagno» oltre che uno scienziato – e l’Italia di allora. Come ha dichiarato Fabrizio Gifuni: «Fare una biografia sarebbe stato riduttivo e avrebbe alimentato un equivoco, che il lavoro fatto da Franco Basaglia possa essere frutto di una sola persona. Ricostruiamo il momento storico e lo spieghiamo bene: quest’ uomo straordinario ha portato avanti la sua rivoluzione con l’aiuto di tante persone».
Voce narrante e punto di vista dell’intera vicenda è il personaggio di Margherita, interpretata da Vittoria Puccini. Margherita è realmente vissuta e visse in manicomio la maggior parte dei suoi anni. Figlia di una ragazza madre tormentata dai sensi di colpa per averla avuta senza il sacro vincolo del matrimonio da un soldato americano fu dapprima rinchiusa in un istituto di suore e poi in manicomio perché era una ragazzina ribelle. Ci sono altri personaggi originali nati, comunque, dalle mescolanze di esistenze vere di chi conobbe il manicomio prima dell’arrivo di Basaglia: come Boris, reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo; Furlan, ex partigiano che si fa rinchiudere in manicomio di sua volontà; e ancora Nives, infermiera che tratta i matti come oggetti perché questo le hanno insegnato.
Protagonisti di questa vicenda epica che però pagheranno un alto prezzo esistenziale e personale: difficoltà economiche, problemi familiari, separazioni segnano le storie di medici e infermieri che hanno deciso di seguire Franco nella sua lotta.
Uomini marginali che abitano un posto scomodo, vite di pazienti istituzionalizzati e triturati, seviziati e torturati, così come prescriveva la pratica terapeutica prima che Laing, Foucault e Basaglia squarciassero il sipario pazientemente tessuto dal potere su queste realtà atroci.
Un’opera necessaria, quindi, quantomeno per la memoria, che permette di ripensare e attualizzare tale figura e la sua straordinaria impresa collettiva.
