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L’”Ictus mediatico” e il caso Moro

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Il 16 marzo 1978, quando Aldo Moro si reca a votare la fiducia al primo governo democristiano con l’appoggio esterno del Pci e viene invece rapito e la sua scorta sterminata

Il 16 marzo 1978, quando Aldo Moro si reca a votare la fiducia al primo governo democristiano con l’appoggio esterno del Pci e viene invece rapito e la sua scorta sterminata, per qualcuno è una giornata, oltre che di emergenza, di straordinaria opportunità mediatica. Quel giorno tutta la stampa italiana era in sciopero. Alla notizia del rapimento tutti i giornalisti vengono immediatamente richiamati in servizio. Il libro Moro rapito! Personaggi testimonianze fatti (di Ivo Mej, Barbera Editore, 2008) non intende affrontare i retroscena o le conseguenze politiche del rapimento e rappresenta piuttosto uno strumento di lavoro per chi si occupa di comunicazione. Ivo Mej, giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7, documenta e analizza le profonde trasformazioni che intervengono nei media all’impatto con questo evento. Inizialmente è evidente che nessuno è pronto, da un punto di vista comunicativo, ma non solo, a gestire e fronteggiare la situazione. Nelle circostanze del rapimento e poi del ritrovamento del corpo di Moro, la scena del delitto è violata dalla presenza di giornalisti e fotografi in almeno due occasioni. Il compito che si prospetta ai giornalisti è quello di trasmettere le informazioni senza trasformarsi in strumento involontario della strategia terroristica di destabilizzazione delle istituzioni. La loro responsabilità è svolgere il proprio mestiere senza assecondare la richiesta di legittimazione implicita nel gesto terroristico. In che modo i diversi media hanno affrontato l’emergenza comunicativa? L’analisi di Ivo Mej segue un percorso articolato, che tiene conto e cita teorie di studiosi di comunicazione e politologi, analizza le modalità adottate dalla carta stampata e dalle due reti Rai, e riporta testimonanze dirette di politici, giornalisti, uomini di spettacolo e della cultura. La prefazione del libro è del presidente emerito Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, e la postfazione di Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienze della Comunicazione. Le edizioni straordinarie delle principali testate vengono analizzate per i contenuti, i titoli e le quantità di unità informative dedicate al rapimento e vengono confrontate con la comunicazione adottata da radio e tv. Per la prima volta è evidente anche agli studiosi dell’epoca che la tempestività della tv surclassa l’autorevolezza della carta stampata, anche nelle sue numerose edizioni straordinarie. Il Gr2 alle 9,25 già trasmette la notizia del rapimento e degli omicidi avvenuti tra le 9 e le 9,15. Subito dopo, nei Tg dell’epoca, rassicuranti e paludati, irrompono i toni cruenti e immediati della cronaca nell’informazione politica. I due Tg adotteranno in questa occasione due diverse linee di condotta. Il Tg2 si dimostra molto prudente e attende di verificare le notizie, il Tg1 interrompe le trasmissioni e inizia alle 10.01 un’edizione straordinaria. Il Tg1 si caratterizza per la tempestività ma anche per l’ improvvisazione. E’ il primo a dare la notizia ma l’edizione straordinaria dilaga in un flusso incontrollato di informazioni, agenzie trasmesse in diretta, senza il tempo per le necessarie verifiche. Il Tg1 manda in onda infinite volte i fotogrammi girati in via Fani poco dopo gli omicidi, sequenza mai depurata di un’audio originale emotivo e teso. Scarsi i commenti che accompagnano questo flusso di notizie. La rassicurazione è affidata agli editoriali e agli spazi di discussione che ospitano esclusivamente presenze istituzionali. Il Tg2, al contrario, in attesa di verifiche e adeguati commenti, sospende e attende quasi 20 minuti prima di dare la notizia. Quando manderà in onda il filmato, eviterà di trasmetterne l’angoscioso audio originale. Il Tg2 sceglie di ospitare numerosi testimoni negli spazi destinati a commenti e discussioni. Tra questi, pochissimi i parlamentari. Il risultato è che la spettacolarizzazione e la drammatizzazione, la comunicazione di impatto, la confezione rapida, di scarsa regia, sbaraglia la concorrenza più composta e meditata. Come dimostrano i 44,6 milioni di ascoltatori del Tg1 nella giornata del 16 marzo contro i 100.000 del Tg2. La seconda parte del libro ospita le testimonianze degli intervistati che raccontano bene come quel giorno rappresenti un discrimine anche per le coscienze individuali e gli orientamenti dell’opinione pubblica. Sono moltissime le testimonianze dei personaggi pubblici: da Giulio Andreotti a Ritanna Armeni, da Dario Fo a Mimmo Calopresti, da Dario Vergassola a Bruno Vespa e Antonio Ricci. Ciascuno ricorda con precisione il momento in cui ha appreso la notizia. Emozioni, umore, dettagli indelebili danno la sensazione immediata, soggettiva dell’eccezionalità dell’evento. Mej, nella sua premessa, illustra chiaramente la necessità che lo ha condotto ad intraprendere questo studio: “la consapevolezza che la democrazia è un organismo delicato del quale i vasi sanguigni più importanti sono rappresentati dai mezzi di comunicazione di massa. Lo studio sul funzionamento di questo sistema vascolare in occasione del caso Moro spero possa servire a prevederne le trombosi, delle quali è sempre più, a rischio”.

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