Ha un grappolo di tasti tra le mani Antonello Salis, sì, è come se ce li avesse lui e li mescolasse con foga come il panettiere la sua pasta o il giocatore le sue carte; non li trova tutti lì ordinati sul pianoforte, ce li ha lui come un cuoco sapiente i suoi ingredienti, un pizzaiolo veloce i suoi aromi, tra le mani, un tanto di questo una spolverata di quell’altro; e ha anche il copricapo come un cuoco, un bagnino; infatti porta la bandana è ha sempre l’aria di un tipo da spiaggia: nero nero, calzoncini e maglietta, viso allegrone e aperto ca sinni futti di quelli in giacca e cravatta del conservatorio: ha cominciato con la fisarmonica a sette anni e poi il pianoforte da autodidatta. Appena si siede alla tastiera è un mago. Dall’altro lato gli risponde Paolo Fresu con la sua tromba; lui sembra invece un bambino contento mentre ascolta la banda; oscilla goffo sul corpo, il viso perso in un sorriso mentre suona la macedone Kocani Orkestar. Non è per niente il maestro navigato, il padrone di casa condiscendente che aspetta solo di esibirsi coi suoi pezzi; no, sta lì, ospite fin troppo ospitale (a giudicare dal desiderio del pubblico di sentirlo ancora e di più insieme a Salis), e se la gode, ma quando la sua tromba tra le trombe sul palcoscenico, dopo i duetti, gli ensambles, gli accompagnamenti, si leva da sola e col pianoforte… è un’altra musica. Non che la musica gitana e la fanfara e i yuriiii bum bum bum! non si accompagnino bene col resto, anzi pare proprio che non ci siano confini per la musica perché tutto viene giocato sulle variazioni, le contaminazioni… lo stare assieme. Però l’eccellenza l’orecchio la riconosce. Io so che quelli che suonano, ma per davvero, hanno una chiave privilegiata di accesso ai segreti dell’universo, hanno nelle mani e nella mente la formula matematica dell’armonia, son gente che ci entrano davvero nelle cose non come gli altri: due ideuzze (magari imprestate), quattro atteggiamenti e via tanto per passare, loro ci entrano davvero nelle cose, e magari anche quelli che scrivono, chissà. C’è un tamburo battente sulla scena per tutto il tempo: due ritmi diversi per due mani diverse nella stessa persona, un cuore battente ad accompagnare trombe tube sassofoni e clarinetti. Instancabili tutti quanti anche quel pacioccone, che si animerà di più quando poi scenderà tra il pubblico, lui che sul palcoscenico si abbandonava sulla sedia con la tromba tra le mani, tra un’ esibizione e l’altra. Salis, che invece pare un grillo, ogni tanto ridendo lo scuote, forse gli dice: che fai ti riposi? Perché lui invece sempre a martellare su quella tastiera, si alza, beve, si allontana un attimo, magari solo per far pipì, ma poi torna e riprende, non lo molla quel c…di pianoforte, pare che ormai le note gli si arrampichino sulle braccia senza scivolare sul sudore, abbarbicate ai muscoli che s’è fatto suonando. Tutti instancabili quindi, fino alla sequela di bis, fino alla cagnara giù tra il pubblico e poi via: uè uè uè a ritmo, seguiamoli fuori nel foyer del teatro a ballare e loro esausti al centro del cerchio e poi fuori sì proprio fuori fino a quando si perdono, ci perdiamo tra i vicoli dietro al teatro. Della Kocani Orkestar dice Paolo Fresu: “Perché li amo? Beh, è facile: mi ricordano la banda di quando ero piccolo e mi danno un senso di gente che oggi è raro respirare. La prima volta che li ho sentiti è stato un colpo di fulmine. Eravamo ospiti del festival de La Villette a Parigi. Amore a prima vista. Un bel po’ di anni dopo li ho invitati a Time in Jazz a Berchidda, dove hanno scorazzato in lungo e in largo per il paese per 4 giorni, travolgendo tutto e tutti“.


