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Fermare il tempo. La scrittura

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08-08-2008 – incidente autostrada a4 sette morti. tir impazzito salta la carreggiata. video shock.

08-08-2008 – INCIDENTE AUTOSTRADA A4 SETTE MORTI. TIR IMPAZZITO SALTA LA CARREGGIATA. VIDEO SHOCK
Passato più volte su tutti i telegiornali e sulle edizioni on-line dei giornali, è stato il video più visto del mese di agosto.
Qualcuno mi ha detto di averlo visto decine di volte, ogni volta concentrandosi su una macchina diversa, delle tante coinvolte nello spaventoso incidente.

Probabilmente il meccanismo che ha spinto alla reiterazione delle immagini è lo stesso che si è innescato per il più famoso e drammatico video dell’attentato alle Torri Gemelle, con gli aerei e le esplosioni, o anche per l’onda dello Tsunami.
Non tanto il fascino perverso delle grandi catastrofi, quanto qualcosa legato al vecchio conto in sospeso che l’Uomo ha con il Tempo.

Quanto coinvolgente può essere far ricominciare il filmato e rivedere tutto da capo? Rivivere l’attimo prima, quando il conducente di una delle macchine ancora stava pensando ai suoi programmi  per le vacanze, e un altro a come sarebbero stati contenti i suoi bambini dei regali che stava portando loro? L’istante dopo un muro ha sbarrato loro la strada: l’impatto e il fuoco. E non c’è stato più nessun tempo.

La stesso stato d’animo con cui si sono visti nei video amatoriali le persone sul bagnasciuga indicare in lontananza l’onda che si avvicinava; a quella distanza ancora solo schiuma bianca come tutte le altre onde… Chi avrebbe mai detto che era lo tsunami che avrebbe cambiato tante vite? E poco dopo immagini traballanti e scoposte; le urla gaie dei bagnanti trasformate in spavento e orrore. E infine – tragico epilogo – le immagini dei detriti galleggianti e dei corpi immoti, rigonfi sulla spiaggia. Tutti si saranno chiesti se le persone delle prime immagini saranno sopravvissute o no; molti avranno guardato e  riguardato quell’onda  che si formava in lontananza, per trarne qualche indizio del futuro furore.
Invano!

In generale – molte volte si è detto – scrivere, dipingere, fare fotografie, sono tutti modi per fermare il tempo. Ma il Tempo stesso può essere il tema principale dell’opera.
La letteratura sul tempo, viaggi o fantasie di ogni tipo, è quanto mai ricca, a testimonianza di un evidente ‘chiodo fisso’ dell’uomo, al riguardo; in tempi relativamente recenti si è aggiunto, a questa gamma di espressioni, il cinema.
Forse quel che è cambiato rispetto alla percezione del tempo – essendo rimasti gli Uomini sempre gli stessi e il Tempo ‘immutabile’ per definizione – è la capacità di scomporlo e analizzarlo a volontà.
La possibilità di guardare e riguardare un evento – gioioso o drammatico, anche se il dramma prende di più – l’abbiamo relativamente da poco; da pochissimo è alla portata di tutti in forma di acquisizione delle immagini e possibilità di manipolarle a volontà. Ma da molto prima la letteratura si è esercitata sulla scomposizione dell’attimo.
Sulla pagina scritta, l’‘attimo’ che precede la morte – quello in cui si dice si rivede scorrere tutta la propria vita – può durare tutto il racconto.

Una short novel di Ambrose Bierce  (“An Occurrence at Owl Creek Bridge”; 1890) propone uno svolgimento originale dell’ipotesi che il tempo soggettivo possa dilatarsi, in prossimità della morte. Non si farebbe un buon servizio a raccontare l’intreccio del racconto, giocato com’è sulla sorpresa; comunque il testo completo, nella versione letta in lingua originale e illustrata con immagini, si può trovare sul web al link:
http://www.adamsmithacademy.org/etext/Occurrence_At_Owl_Creek_Bridge_text.html
e nella traduzione italiana al link:
http://www.paolomarzola.com/blog/archives/112

 

An Occurrence at Owl Creek Bridge di Ambrose G. Bierce. Sul web, al sito riportato, si trova una versione illustrata con le immagini di Anthony Garcia, letta in lingua originale da Steve Anderson; produzione di Dave Fox

Dall’idea originale di Bierce sono derivati un gran numero di altre storie e di film. Per citarne solo alcune, tra le più note sul versante cinematografico: ‘Strade perdute’ di David Lynch (Lost Highway, 1997); ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Martin Scorsese (The last temptation of Christ, 1988); ‘Brazil’, di Terry Gilliam (1985); ‘Il sesto senso’, di M. Night Shymalan (The Sixth Sense, 1999); ‘Apri gli occhi’, di Alejandro Amenàbar (Abre los ojos, 1997) ed il suo (più famoso) remake americano ‘Vanilla sky’, di Cameron Crowe (2001); ‘Donnie Darko’, di Richard Kelly del 2001

Una variazione dello stesso tema è presente in un racconto breve di Tobias Wolff (1996) nella descrizione dell’assassinio per futili motivi di un uomo che sta facendo la fila in banca:

“…La pallottola fracassò il cranio di Anders, attraversò il cervello, e uscì dietro l’orecchio destro, spargendo scaglie d’osso nella corteccia cerebrale, nel corpo calloso, indietro verso i gangli basali, e in basso fino all’ipotalamo. Ma prima che tutto ciò accadesse, l’ingresso della pallottola nel cervello innescò una crepitante catena di trasferimenti di ioni e di neurotrasmissioni. A causa della sua peculiare origine, questo processo seguì un tracciato peculiare, riportando casualmente in vita un pomeriggio estivo di circa quarant’anni prima, che non era mai stato richiamato alla memoria. Penetrata nel cranio, la pallottola continuò ad avanzare a una velocità inferiore ai 300 metri al secondo, un ritmo pateticamente lento, degno di un ghiacciaio, almeno rispetto all’attività frenetica delle sinapsi attorno al proiettile. Una volta nel cervello, cioè, la pallottola entrò nel tempo cerebrale, il che diede ad Anders tutto l’agio di contemplare la scena che, con una frase che lui avrebbe aborrito, «gli passò davanti agli occhi».”
(…) “La pallottola è già nel cervello; l’attività neuronale non potrà continuare in eterno a superarla in velocità, e niente la fermerà per incanto. Essa deve seguire la sua traiettoria e uscire dal cranio trascinando come una cometa la sua coda di memorie, di speranze, di talento e di amore, nel salone di marmo di una banca. Non ci si può fare niente. Ma per il momento Anders può ancora avere tempo. (…)”
“Bullet in the brain” – ‘Una pallottola nella testa’, nella raccolta ‘Proprio quella notte’; pp. 217-223 Einaudi Stile libero, 2001)

Ancora tra gli esempi letterari, il tempo intorno ad un evento cruciale viene scomposto in un racconto impressionante: ‘Uccidere un bambino’ di Stig Dagerman, dove due linee narrative sono fatte partire nella prossimità spaziale e temporale dell’evento e convergono su di esso, con tecnica quasi cinematografica. Il racconto (per gente dura, senza bambini per casa!) si può leggere integralmente al link:
http://www.tellusfolio.it/index.php?cmd=v&id=3927&prec=%2Findex.php%3Flev=81

 

Stig Dagerman (1923- 1954) è un autore svedese, poco conosciuto in Italia, morto suicida a 31 anni all’apice del successo e della bellezza. Il racconto di cui si parla nel testo è tratto da questa raccolta

La letteratura, e il cinema, come si è visto, hanno spesso intrecciato le loro trame con il Tempo. Tra i connubi più originali e poco conosciuti c’è un romanzo di difficile attribuzione di genere, non a caso pubblicato in una collana di fantascienza. In questo caso la materia era nobilitata dai curatori della serie: all’epoca Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che così presentano il romanzo nella quarta di copertina:

“Questa è una strana storia, anche per una rivista come la nostra che di storie strane ne ha pubblicate tante. Ne è autore uno scrittore francese morto nel 1963, che visse a Parigi, solo e ignorato, senza mai leggere un libro di fantascienza. I suoi maestri furono Kant e Valéry e si sa che ebbe una predilezione per Pirandello, ma che la sua opera, rimasta del resto sempre ai margini della fama, fu soprattutto influenzata dal surrealismo. Nel 1945 pubblicò senza alcun successo questo ‘L’occhio del purgatorio’ (L’oeil du purgatoire), una macabra, rigorosa, progressiva allucinazione, che comincia con un casuale incontro sul boulevard con un vecchio in bombetta e procede, si gonfia, dilaga in una ‘inversione temporale’ di straordinario effetto. Oggi Spitz è stato riscoperto e rivalutato, forse perché la sua sarcastica, sprezzante compassione per l’uomo, le sue visioni d’incubo, non sembrano più così eccessive nel caos stralunato del nostro tempo…”

 

‘L’occhio del purgatorio’, di Jacques Spitz

Ricordo ancora, dalle mie letture giovanili, un racconto che deve aver lavorato a lungo nel sommerso della memoria, per essere venuto fuori inaspettato a distanza di vari decenni. Le cose lette, come i ricordi e le associazioni in genere, arrivano così, senza essere chiamati; né a distanza di tanti anni ho mai saputo ritrovarlo, tra i miei libri. Una storia raccontata al contrario; un tentativo di riavvolgere il tempo come il nastro di un registratore. Un bicchiere che si svuota, poi si riempie; dei passi percorsi al contrario. Ogni volta un passo più indietro, fino a giungere all’attimo preciso in cui qualcosa poteva cambiare. Quando lei dopo una lite sbatte la porta, prende la macchina e muore in un incidente. Lui, che rimane a macerarsi nel dolore e nel rimorso, si inventa questa via d’uscita, non sai se nella follia o nella lucidità più estrema: dipende dalle coordinate del mondo in questione. Per fare in quel preciso momento una cosa diversa! Fermarla… Chiederle scusa… (per ricordare ancora questo plot a distanza di un quarto di secolo, deve avermi colpito molto!).

Non possiamo fermarlo, il tempo, ma siamo talmente sensibilizzati, all’‘attimo prima’ – che in passato non si poteva guardare e riguardare, solo descriverlo e immaginarlo in letteratura – da appuntarci un’attenzione ossessiva.
Questa conclusione, come spesso succede quando si è focalizzati su un particolare aspetto del reale, me la sono trovata sotto gli occhi del tutto recentemente, in un libro di successo (che mi è stato proposto però da amici fidati).

Firmino (il ratto letterato del recente best seller di Sam Savage) ha vissuto tutti i pericoli, sperimentato tutte le morti degli innumerevoli libri letti e arriva a questa conclusione, che senza difficoltà mi trovo a condividere:

(…) “Se c’è un merito da riconoscere alla letteratura, è che infonde un senso di fatalità. Niente, più di una vivida immaginazione, riesce a privare una persona del suo coraggio”
(…) “Io invece sopravvivevo a tutti loro e, di contro, morivo migliaia di volte. Ho percorso la vita trascinandomi dietro una bava di paura luccicante come una lumaca. Quando morirò davvero, sarà una delusione”.
Da ‘Firmino’, di Sam Savage (2006) – p. 41 e p. 150; Einaudi; 2008

E così… pare che con il Tempo ci sia poco da scherzare. Mi rendo conto infatti di averne parlato finora solo in termini plumbei. Benvenuti allora, a rompere l’atmosfera funerea, Robert Sheckley e Frederic Brown – maestri della fs degli anni d’oro, capaci di giocare col Tempo con ironia e divertimento per il lettore – e questo Woody Allen d’annata…
Facciamo la conoscenza con il (non troppo) compassato prof. Kugelmass che con l’ausilio del sig. Persky, il bizzarro inventore di una macchina del tempo, fa su e giù col passato per concupire nientemeno che Madame Bovary!

(…) “È lei Persky il Grande?”
“Il Grande Persky. Vuole un tè?”
“No. Voglio una storia romantica. Voglio musica, voglio amore e bellezza.”
“Ma niente tè, eh? Pazzesco! Va be’, si accomodi.”
(…) “Dunque, chi vuole incontrare? Fanny Hill? Hester Prynne? Ofelia? O magari una donna di Saul Bellow? Ehi, che ne dice di Temple Drake? Anche se, per un uomo della sua età, sarebbe forse una strapazzata…”
“Francese. Voglio avere una storia d’amore con una francese.”
“Nanà?”
“Noo, non a pagamento.”
“Che ne direbbe di Natascia di Guerra e Pace?”
“Francese, ho detto. Ecco! Che gliene pare di Emma Bovary? Sarebbe il massimo!”
“È fatta, Kugelmass. Mi cacci un urlo quando ne ha abbastanza”.
E Persky scaraventò nella portantina una copia del romanzo di Flaubert, in edizione economica.
“È certo che posso star sicuro?” domandò Kugelmass mentre l’altro si accingeva a chiudere le porte.
“Sicuro! C’è niente di sicuro in questo pazzo mondo?”
Batté tre colpi sulla portantina, poi spalancò di nuovo le porte. Kugelmass era scomparso.
E comparve, in quello stesso istante, nella camera da letto di Charles e Emma Bovary, a Yonville. Di fronte a lui, di spalle, c’era una donna, bellissima, intenta a piegare della biancheria.
“Non posso crederci, pensò Kugelmass, lo sguardo fisso sulla stupenda moglie del dottore. E’ fantastico. Sono qui. E’ lei!”
Emma si volse, sorpresa. “Oddio, mi avete spaventata,” esclamò. “Chi siete?” Parlava lo stesso buon inglese della traduzione del tascabile.
“Non esiste”, pensò Kugelmass “semplicemente non esiste”. Poi, realizzando che la domanda era stata rivolta a lui, disse:
“Scusatemi. Sono Sidney Kugelmass. Del City College di New York, professore di Umanistica. (…)
[Da Woody Allen (1975): ‘Il Caso Kugelmass’ in: “Effetti collaterali” – Tascabili Bompiani,1989]

Ma se il tempo è intangibile e immodificabile, ha un senso starci ad almanaccare sopra? Dobbiamo prendere tutti i discorsi su di esso come una pura esercitazione di stile o scherzarci sopra?
A parte la letteratura e altre proposte – anch’esse letterarie nella sostanza – riprese dal cinema, c’è qualcosa di più tangibile, sul tempo, che non sia soltanto teoria?
Ne dovremo necessariamente parlare ancora…

Fermare il tempo (prima parte). La scrittura (Continua)

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