Arundhati Roy e John Berger al Festival di “Internazionale”

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Ferrara, durante il Festival di Internazionale, diventa una delle città più belle del mondo. Le piazze sono cornici di storie che vengono da lontano – dalla primavera dei Paesi Arabi e dai giovani Indignados d’Europa, dalla sede del Washington Post, e dal cuore dell’Africa.

Ferrara, durante il Festival di Internazionale, diventa una delle città più belle del mondo. Le piazze sono cornici di storie che vengono da lontano – dalla primavera dei Paesi Arabi e dai giovani Indignados d’Europa, dalla sede del Washington Post, e dal cuore dell’Africa. Sono schegge di realtà che s’incendiano ed esplodono – mentre dietro a un altro angolo, in un altro chiostro, un altro racconto sta per iniziare. Per strada incontri persone con il naso infilato in una rivista, e non è raro imbattersi in un giornalista di fama internazionale, che come se niente fosse si ferma a fare due chiacchiere con te. Nei bar il dialetto romagnolo si fonde con l’inglese e il francese e lo spagnolo, nel tentativo di ordinare una piada al prosciutto o di spiegare com’è fatta “la zzia”, che non è una parente noiosa ma un salame dalle fette larghe, profumate di vino bianco.

 

Ma quest’anno non è stata solo l’atmosfera del Festival e la voglia di rivedere qualche vecchio amico a riportarmi tra le viuzze di Ferrara. Avevo letto che una persona, che da anni non metteva piede in Italia, aveva deciso di prendere parte a una conferenza dal titolo evocativo, Cronache di questo mondo. Aveva accettato di attraversare due continenti perché si trattava di fare una lunga chiacchierata con un caro amico, il critico d’arte, pittore e scrittore inglese John Berger. E perché aveva una storia forte, fortissima, che doveva essere raccontata. Questa persona si chiama Arundhati Roy. Ha scritto un solo romanzo, Il Dio delle Piccole Cose, vincitore del Booker Prize nel 1997. E, forse, non si dovrebbe aggiungere nient’altro – se non che dopo quel successo mondiale ha deciso di abbandonare la “danza” della narrativa per concentrarsi sul ritmo serrato e deciso della “camminata”, ovvero della saggistica impegnata, dei pamphlet, degli articoli di cronaca con cui descrive la continua e spietata evoluzione della sua India. Negli ultimi tempi questa metafora della camminata, usata da lei stessa in passato per descrivere la differenza tra due modi di raccontare il mondo, è diventata una condizione di vita. Più di un anno e mezzo fa, infatti, Arundhati ha ricevuto un biglietto anonimo dai maoisti, un gruppo armato di ribelli che vive nelle foreste della zona centrale dell’India e sta conducendo una guerra all’ultimo sangue contro gli espropri governativi delle loro terre. L’avevano invitata a visitare i loro campi, a vivere con loro qualche giorno, per capire cosa vuol dire essere braccati e uccisi da chi dovrebbe difendere i tuoi interessi, invece di svenderli alle multinazionali. Arundhati si è messa in marcia, subito, nel cuore della giungla, di notte, in fila indiana. Perché voleva “restituire a quella foresta un volto, il suono delle risate, degli scherzi”. E spiegare ai membri della middle class indiana, lontani anni luce dalla realtà, nei loro salotti in cui si parla di Gandhi seduti in poltrona, che non si può chiedere a un popolo che non ha da mangiare di fare lo sciopero della fame.

 

Eppure, quando sale sul palco del Teatro Comunale, colmo di persone, Arundhati Roy conserva il passo aggraziato della ballerina, avvolta in una lunga camicia color granata e in un paio di pantaloni neri. I capelli, grigi, sono raccolti in uno chignon arruffato dietro alla nuca, che ogni tanto sistema con dita bellissime e affusolate. Non sembra possibile che una persona così semplice e delicata sia capace di scrivere parole forti, spiazzanti, che hanno fatto venire un diavolo per capello all’intera classe dirigente indiana. Ma quando inizia a sorridere e a gesticolare – gli occhi puntati ora sulla platea, ora su Marino Sinibaldi, imbarazzato nel tradurre le ultime notizie di politica italiana, ora sulla chioma bianca e sparpagliata di Berger – rivela la propria forza, che è fatta di tenacia, e coraggio, e sopportazione. È la forza di chi crede fermamente nelle proprie idee, e sa trasmettere emozioni anche solo con un gesto o un’espressione del volto.

 

“La mia non è una missione” spiega “Io vivo senza pelle, senza protezioni. Non sono io che cerco le storie – la mia ragione primaria non è fare giustizia. Ci sono un mare di cose che chiedono di essere raccontate, che bussano alla tua porta. E allora il tuo primo impulso è scrivere, per fuggire dalla profonda umiliazione che porterebbe il non farlo. Perché c’è una necessità di preservare la propria dignità personale che è più forte della convinzione razionale di non scrivere, per non mettersi nei guai”.

 

Da questo spunto procede la conversazione tra lei e Berger, passando dalle citazioni del libro della Roy (Broken Republic, in uscita per Guanda a Gennaio 2010) ai racconti di vita nella foresta, con i ribelli, e alle riflessioni su come va il mondo, e su come gli attivisti, gli “storytellers”, debbano di volta in volta raccontarlo, attraverso la parola scritta, la voce, i disegni. La complicità è palpabile, tanto che verso la fine diventa addirittura un’improvvisata lettura teatrale delle pagine dei Taccuini in cui Berger spiega chi sono i nuovi tiranni. La voce arrotolata di Berger e quella dolce e profonda della Roy s’incalzano e si rincorrono nella descrizione di persone in giacca e cravatta incapaci di ascoltare, di ridere, di capire, indifferenti alle emozioni e mossi solo dal mito del profitto – sacerdoti in doppiopetto con un solo “reiterato articolo di fede: non c’è alternativa”.

 

Arundhaty Roy si ferma, riprende fiato, sorride.

 

“Ma questa è una cazzata”.

 

 

Link utili:

www.internazionale.it

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