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La leggerezza dell’elefante

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ho aspettato un tempo indefinito, arrovellandomi su quale fosse il momento più giusto. Poi un giorno sono andata e basta, senza avere un piano preciso.  E’ sera, guardo attraverso la finestra aperta la nostra cucina illuminata.

Ho aspettato un tempo indefinito, arrovellandomi su quale fosse il momento più giusto. Poi un giorno sono andata e basta, senza avere un piano preciso. 
E’ sera, guardo attraverso la finestra aperta la nostra cucina illuminata. Vedo la sagoma di Marco di spalle, sta cucinando. Annodato alla sua vita riconosco il mio grembiule a scacchi. A pochi metri da lui c’è un seggiolone, non riesco a vedere se sia occupato oppure no. All’improvviso un oggetto di plastica, forse un elefante, vola in aria dal seggiolone e cade a terra. Ora vedo una piccola testa con sottilissimi capelli scuri sporgersi di lato a guardare a terra il risultato di quella magia appena avvenuta. Marco si gira per raccogliere l’elefante e con dolcezza dice ‘Andrea, non lo lanciare più che papà non te lo può raccogliere’. Andrea, si chiama Andrea il mio bambino… Gli ha dato il nome che volevo io e non quello di suo padre. Quante sere avevamo passato a discutere di questo, a litigare un poco pure. Andrea. Non ho una bocca per chiamare il suo nome ma il suono di quella parola vibra nell’aria fino a toccarmi e questo basta. 
Entro e mi avvicino al seggiolone lentamente, mentre gli giro intorno immagino le mani dell’ostetrica che prende il mio bambino e lo mette sul mio petto. Mi sembra di sentire il calore umido della sua pelle sulla mia. Ha gli occhi più belli che abbia mai visto. La perfezione di ogni dettaglio del suo piccolo volto, delle sue mani, del suo corpo delicato mi stordisce. Mi allungo verso di lui, ma la mia carezza penetra il suo volto senza che lui possa sentirla. Ora Andrea ha messo in bocca l’elefante, lo morde con tenacia mentre un rivolo di saliva cola dal suo mento sul ripiano del seggiolone. Poi guarda Marco che è ancora di spalle, sorride e lancia di nuovo l’elefante a terra, celebrando l’atterraggio con un battito di mani. Raggiungo l’elefante, mi meraviglio quando riesco a sentire la sua superficie dura e l’umidità della saliva che lo ricopre. Mentre lo riporto sul ripiano del seggiolone, Andrea scoppia in una risata fragorosa che fa sussultare il suo piccolo petto e mostra le sue gengive sdentate. A quel punto Marco si volta dicendo ‘Ma guarda come si diverte questo…’. Lascia la frase a metà mentre con gli occhi segue l’elefante che sfida la gravità e ritorna dal nostro bambino. Andrea ora è eccitatissimo, lancia di nuovo l’elefante. Marco rimane lì immobile a guardarci, il suo petto fa oscillare il mio grembiule su e giù. Poi si avvicina e mentre sto raccogliendo l’elefante da terra un’altra volta, posa la sua mano su di me, penetrando la mia essenza. Insieme solleviamo l’elefante e lo riportiamo ad Andrea aspettando che lui lo butti via di nuovo, pronti a rifarlo mille e mille altre volte ancora. Dalla finestra li guardo giocare, Marco piange e ride insieme. Andrea ride soltanto perché adesso sa che qualche volta anche un elefante può volare. 

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