Chi ha paura del Black Power?

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Può succedere solo in America, e solo sotto lo sguardo del leader Obama: un problema razziale che ha tenuto con il fiato sospeso milioni di persone, si è risolto a birra e patatine.

Può succedere solo in America, e solo sotto lo sguardo del leader Obama: un problema razziale che ha tenuto con il fiato sospeso milioni di persone, si è risolto a birra e patatine. Tutto è cominciato il 16 luglio scorso, quando Henry Louis Gates Jr, 58 anni, professore di storia afro-americana dell’università di Harvard, è stato arrestato da un poliziotto mentre rientrava nella sua abitazione di Cambridge, Massachusetts. Gates, tornato da un viaggio, si era reso conto di aver dimenticato le chiavi: così ha cominciato a prendere a spallate la porta, cercando di aprirla. Una vicina, allarmata, ha chiamato la polizia, che non ha esitato a mettere le manette a Gates, incapace di fornire spiegazioni plausibili sul perché dovesse scassinare casa sua. “Non sapete con chi state parlando!” ha urlato il luminare di Harvard, rifiutandosi di lasciare l’abitazione: in effetti il sergente James Crowley e gli altri agenti non lo sapevano. E forse si sarebbe risolto tutto nel giro di qualche ora: scuse ufficiali, imbarazzo generale, qualche notizia sui quotidiani locali e fine della storia. Invece l’arresto del professor Gates ha fatto il giro del mondo. Primo problema: Gates è nero. Avrebbero scambiato anche un professore bianco per uno scassinatore? Secondo problema: al commissariato Gates ha mostrato documenti e prove sulla sua identità. Nessuno, in cambio, gli avrebbe fornito le scuse ufficiali, ma solo un’accusa di “condotta disordinata”, per non aver tenuto la bocca chiusa. Da qui il caso: Gates dice che la polizia è razzista, i poliziotti dicono di aver fatto solo il loro lavoro. Interviene anche Obama: “la polizia ha agito stupidamente” dichiara a gran voce. Poi quando l’intera categoria gli si rivolta contro, torna sui suoi passi e decide, da bravo politico, di risolvere la questione davanti a una birra. Lui, Gates e Crowley si sono incontrati nel giardino della Casa Bianca e hanno discusso sulla questione: scuse, spiegazioni, pacche sulle spalle. Il tutto contornato da birra e patatine. Questione risolta, almeno apparentemente.

Ma c’è un terzo problema, forse il più importante: Harvard. La prestigiosa università dell’Ivy League ha svezzato 40 premi Nobel e 8 presidenti degli Stati Uniti, tra cui Barack Obama e signora. Eppure da un po’ di tempo sembra essere al centro di numerose polemiche razziali. Il 19 maggio scorso un ragazzo nero di Cambridge (Massachusetts) è stato ucciso per un affare di droga andato male. Justin Cosby, aveva con sé più di 400 grammi di marijuana quando gli hanno teso un’imboscata a Kirkland House, una delle dodici residenze dell’università di Harvard. Violare Harvard, scuola di prestigio fondata nel 1636, è già di per sé un crimine. Se poi fa capolino anche la droga, la situazione si complica. E diventa fuori controllo se vittima e probabili assassini sono tutti di colore. La polizia arresta due ragazzi: Jabray Copney (20 anni), figlio di un poliziotto di New York, cresciuto a Harlem, e Blayn Jiggets, sempre di New York. Il primo crolla e confessa l’omicidio. Caso risolto. Ma la domanda che tutti si pongono è: chi ha permesso ai due assassini di entrare nei dormitori di Harvard? Chi, dal tempio dell’élite politica americana, ha contatti con degli spacciatori? Le risposte sono, secondo la polizia, Brittany Smith e Chanequa Campbell, studentesse di Harvard, dai curricula eccellenti, nate e cresciute a Harlem. L’università non resta a guardare e a una settimana dalla cerimonia del diploma le sospende, anche se su di loro non grava nessuna accusa, se non quella di conoscere l’assassino. Per Chanequa, anche lei afro americana, gli studenti si mobilitano: appelli per permettere a questa ragazza di Brooklyn di laurearsi. Una vita da film la sua: nata in uno dei quartieri più malfamati di New York, a sei mesi gli uccidono il fratello. Il riscatto sociale arriva con lo studio e lentamente la speranza di arrivare a Harvard si fa sempre più concreta. Aveva compilato la domanda di ammissione in tutti i college della Ivy League e tutti le avevano aperto le porte. Ma lei aveva scelto il prestigio e l’autorità della vecchia scuola. Perché nel tempio della futura classe dirigente la vita è dura: oltre allo studio, bisogna dedicare 40 ore a settimana ad attività extrascolastiche, sociali, sportive e intellettuali. Ecco perché Justin Cosby aveva con sé tutta quella droga e perché la portava nel campus. Se il mondo è rimasto stupito nel vedere contaminata Harvard dagli spinelli, chi la frequenta sa bene che non è un caso eccezionale. Impossibile reggere a certi ritmi. Impossibile imporre rigidi controlli in una università che ormai conta il 24 % di studenti neri, ispanici, asiatici. Harvard ha ceduto lo scettro di regina della classe bianca anglo sassone. E qui cominciano i problemi: razzismo, discriminazione, complotto sono parole che cominciano a sentirsi nei corridoi. Forse si pronunciavano anche prima, ma ora qualcuno le grida più forte. Ad aggravare tutto la condotta dell’università che si è trincerata dietro un no comment. Intanto a Los Angeles la M+B Gallery dedica una mostra agli anni scolastici di Barack Obama: un giovane studente dell’Occidental College, con lo sguardo ambizioso e determinato si lascia fotografare da una sua compagna, Lisa Jack. Ma non basteranno i ricordi studenteschi del primo presidente afro americano a placare le polemiche. Il mondo non sembra pronto ad accettare che qualcuno rubi ai bianchi il potere: il tanto decantato black power, rispolverato in chiave culturale da molti giornali dopo l’inizio del mandato Obama, fa ancora paura a molti.

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